- UN VUOMO di Elsa Torelli
Chiudo le persiane della cucina. Una striscia di sole filtra obliqua sul
pavimento ancora bagnato. L'oscurità parziale mi sembra che dia il tocco
finale, con una aggiunta di ordine, a questa cucina che, per quanto la si
lustri e la si riordini, sembra sempre un campo di battaglia pronto per una
azione, con tutti i suoi barattoli allineati sullo scaffale a elle, pronti
a essere sparati come proiettili. E l'atmosfera di una battaglia incombente
non è data solo dall'irriducibilità del caos di questa cucina, ma anche da
un vociare continuo, di cui sembrano permeati, senza possibilità di scampo,
tutti i locali della mia casa. Provengono infatti, da una parte imprecisata
dell'appartamento, voci sovrapposte, alle quali si aggiunge, come una nota
piatta, l'uhhh prolungato di un aspirapolvere.
Penso, con il solito contrasto di sensazioni, che sarebbe il caso di
guadagnare tempo, di togliere le valigie dallo scaffale del guardaroba e
cominciare a radunare quell'incredibile quantità di cose che, ad ogni
viaggio, bisogna portarsi dietro perché non si sa mai. Questa volta l'uhhh
dell'aspirapolvere sottolinea una disputa particolarmente accesa tra le mie
due figlie più grandi e l'ululo imperturbabile dell'elettrodomestico,
azionato da una ancor più imperturbabile domestica, mi dà la misura di
quanti toni siano ascese le due voci di nove e otto anni. Riesco a
stabilire fra questo urlio misto a indici reciprocamente puntati e braccia
tese con la mano diritta e le dita unite, cariche di minaccia, che la causa
di questo ultimo litigio è il "possesso" di Maddalena, tre anni e occhi
pieni di lacrime, la quale ultima non sapeva proprio che farsene di due
mamme supplementari.
Prendo la piccola orfana di due mamme e decido, rimandando di affrontare il
problema valigie, che l'unica è farle fare un sonnellino per avere un po'
di tempo da dedicare alle due più grandi, in vista soprattutto di un
viaggio, in modo da predisporle in modo più favorevole alla convivenza
coatta che il viaggio in cinque in una macchina comporterà.
Ma la piccola non vuole saperne di addormentarsi:vuole una storia, poi
dormirà, promette. E va bene, eccoti la storia. E perché non approfittarne
per infilarci anche una moralina? C'era una volta una mamma, che aveva tre
bambine.
- Come me e le "bambine"? - chiede la treenne che chiama le "bambine"
le
sue sorelle più grandi.
Questa mamma aveva anche un papà
- Si chiamava Domenico il papà?
La mamma e il papà avevano deciso di fare un viaggio lungo lungo
- Per andare al mare? A fare i bagni?
ma volevano andare da soli perché le tre bambine non andavano mai d'accordo
e si bisticciavano sempre.
- Ma allora sono proprio le "bambine"! (Ignoro volutamente la consapevole
ironia della piccola e decido di non lasciarmi coinvolgere: la storia è
mia, la sto inventando io!)
Ma poiché il papà e la mamma sono buoni dicono alle bambine: "Se starete
buone e tranquilleS
- Io sto sempre buona e tranquilla!
S se starete buone e tranquille, andremo tutti insieme a fare questo
viaggio, vedremo tante belle cose e ci divertiremo un mondo. E così,
mettono le valigie nella macchina, il papà si siede alla guida, la mamma
davanti assieme a papà e le tre bambine dietro.
- No! Io voglio stare davanti con te! (Non mi lascio fuorviare)
Ma a un certo punto la bambina più piccola comincia a fare i capricci e il
papà dice per la prima volta "Stai buonaS"; ma la bambina piccola fa ancora
tanti capricci e allora il suo papà perde la pazienza, ferma la macchina,
apre la portiera, prende in braccio la bambina piccola e la fa scendere
sulla strada. (La svolta improvvisa che ha preso la storia la ammutolisce
momentaneamente: gli occhi si fanno grandi e rotondi, l'imprevisto la
disorienta un poco. Inoltre io sento un vago senso di colpa per avere
addossato tutta la crudeltà di quell'abbandono soltanto al papà senza
essere intervenuta nemmeno un po' in difesa della bambina). Poi risale in
macchina, chiude la portiera e riparte. La mamma piange e dice "La mia
bambina, la mia bambina!" (Non ho potuto trattenermi dal riabilitare un po'
quella madre così inutile, anche se mi sento ancora più colpevole nei
confronti del padre).
- E la bambina rimane lì da sola? (Il processo di transfert si è
momentaneamente sospeso)
Rimane sola. Ma arriva una macchina. L'uomo che la guida vede la bambina;
allora scende e si avvicina.
- E' brutto?
E' molto brutto, e altissimo
- Alto come il papà? (Malgrado la brutta figura che ho fatto fare al papà,
mi rendo conto che il suo mito è rimasto integro) - E come ha la voce?
Cerco di imitare il tono baritonale della voce di un uomo altissimo,
aggiungendo qualche cosa di raschiante e sgradevole.
- E che cosa dice quel brutto vuomo? (Mi accorgo che la storia si diluisce
un poco: sta venendo sonno a me)
Le chiede "chi sei?"
- Maddalena! (La risposta è pronta, il processo di identificazione è
ricominciato)
Allora l'uomo la prende in braccio e la porta sulla sua macchina (mi
accorgo di avere imboccato una via sbagliata e cerco di contenere l'effetto
controproducente della mia stupida storia a livello di macchine e strade)
- Com'è la macchina? E' tutta brutta, sporca e vecchia?
E' nera (il sonno mi sta prendendo, ma cerco di resistere: ormai la storia
la sta costruendo indirettamente Maddalena e io l'assecondo solamente con
la conferma di immagini che lei crea da sola)
- E come ha i capelli? Sporchi?
Lunghi e spettinati
- E gli occhi? Come ha gli occhi?
(Apro momentaneamente i miei, li strabuzzo incrociandoli). Così!
- E la fronte? Com'è la fronte?
Piena di foruncoli gialli
- E i denti?
Tutti rotti (mi rendo conto di essere strumentalizzata, ma ormai mi importa
solo di avere quelle frazioni di secondo di pausa tra una domanda e l'altra
per poter dormire. Lei invece, Maddalena, è sveglissima con la sua fantasia.
- E i suoi vestiti come sono?
Sporchi e pieni di macchie d'unto
- E puzzano anche di pipì?
(Mi sembra troppo) No, di pipì, no.
- E mi porterà nella sua casa? Tu lo sai com'è la sua casa?
Sì lo so, è molto brutta, e tutta in disordine
- Ma tu ci sei andata?
(Decisamente ormai dormo, ma, per forza d'abitudine, continuo a sentire e a
parlare) Sì, ci sono andata
- Mamma, ma come fai a conoscere un vuomo così?
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