LA LISTA (SCRITTORE SERIAL KILLER)

di Roberto Saporito

 

Ormai sono passati due anni. Non ce la faccio proprio più. Sono stanco di aspettare. Non ce la faccio più. Sono esaurito. Non faccio che aspettare il postino. Ogni mattina la stessa storia: nessuna risposta. E dire che sono disposto ad accettare anche un rifiuto. Mi dispiacerebbe, questo e’ certo, ma in ultima analisi e’ più accettabile: ma questo silenzio mi sta uccidendo.

Allo scadere del primo anno sono caduto in depressione. Ho lasciato il lavoro. Ho lasciato Francesca. Ho smesso di uscire di casa. Ho passato un intero mese chiuso nella mia stanza da letto, con le persiane abbassate, nel buio più totale. Ho perso dieci chili, e per me sono tanti: adesso ne peso cinquanta, scarsi.

Almeno Einaudi e Mondadori hanno avuto la buona creanza di scrivermi rifiutando di pubblicare il mio manoscritto: non li giustifico, ma li capisco. Gli altri dieci editori neanche un rifiuto mi hanno concesso, fanculo.

E’ una questione di rispetto, ma cosa ne capiscono loro di rispetto!

Dopo quattordici mesi, una mattina verso le dieci, suonano alla porta: mio padre. Io con la mia barba lunga e i capelli impazziti ho aperto la porta e senza dire una parola sono tornato a letto. Mio padre mi ha seguito, in silenzio, ha cercato una sedia libera, senza trovarla, ne ha liberata una da confezioni di cibo cinese, lattine di birra, mele mezze mangiate, calzini e boxer sporchi.

"Come stai?" ha chiesto.

Silenzio, un lungo e prolungato sospiro.

"Tua madre ha detto di salutarti."

Ancora silenzio. Mio padre si agitava sulla sedia, si alzava e camminava nervoso su e giù per la stanza.

"Dovresti ricominciare a lavorare" ha detto sottovoce.

Mi sono alzato, e passandogli davanti ho detto "Grazie per la visita... salutami la mamma... ciao...". E col mio pigiama sporco l’ho accompagnato alla porta.

"Stai buttando via la vita, lo sai vero?" ha detto lui.

"Ciao, e salutami la mamma" ho detto sordo.

Ho chiuso la porta. Ho appoggiato la schiena alla porta. Ho sospirato forte, col fiato che uscendo dalla bocca tremava.

Al sedicesimo mese pesavo quarantacinque chili, ma i miei risparmi in banca resistevano bene: riduci i bisogni, riduci le spese.

Francesca invece non mi ha mai cercato: il grande amore della mia vita durato cinque anni e finito in cinque minuti. D’altronde neanche io l’ho mai cercata, ma a che pro comunque!

Dopo diciotto mesi mi sono fatto la barba, che era da eremita ormai, e sono uscito di casa: T-shirt con su una frase di Jack Kerouac tratta da ‘On the road’, Levi’s neri leggeri e scarpe di tela nere. Fuori nevicava, e io ero convinto che fosse estate. Sono ritornato di corsa in casa, e per due mesi non ho più rimesso piede fuori.

Dopo venti mesi, il 14 febbraio, mi sono fatto la barba, ho indossato un maglione nero di lana, pantaloni neri militari, Doc Martens e cappottone nero, e sono uscito. C’era il sole, la neve non c’era più, ma faceva un freddo assurdo. Ho inforcato gli occhiali da sole, i miei occhi non erano più abituati alla luce, e sono entrato in una pasticceria. Ho comprato una sacher torte, enorme. Sono tornato a casa, l’ho mangiata tutta sorseggiando birra. Dopo un’ora l’ho vomitata tutta. Il giorno dopo sono andato a comprare un’altra sacher torte, più piccola. Ne ho mangiata meta’, dopo un’ora stavo ancora bene. Dopo due ore ho mangiato l’altra meta’. Il giorno dopo sono andato al supermercato e ho fatto una spesa da brava massaia, compreso il detersivo per i piatti. Dopo tre settimane avevo preso cinque chili.

A fine marzo ho venduto l’appartamento che mi aveva regalato mio padre e mi sono trasferito in un monolocale. Ho venduto anche il mio VW Maggiolone del 1977, la mia prima ed unica macchina, e forse per il Maggiolone mi e’ dispiaciuto. Ma andava fatto.

Il ventiduesimo mese dalla spedizioni dei miei manoscritti, il 14 aprile, sono andato in Svizzera a comprarmi una mitraglietta Ingram. Ho preso confidenza con la mitraglietta nei boschi per quasi un mese. Ho predisposizione per le armi: non l'avrei mai detto.

Ho lasciato il monolocale e ho preso una stanza in un residence scalcagnato ed economico a Milano.

Ho cominciato a seguirti il 20 di maggio.

Oggi e’ il 14 giugno e tu non mi hai ancora degnato di una qualsiasi risposta. Tu sei la causa di tutto questo. Tu devi morire. E’ l’unica cosa giusta che posso fare. E’ l’unica cosa che ho ancora voglia di fare. Ma non temere, tu sei solo il primo della lista. Dopo di te ce ne sono altri nove, di cui quattro a Milano, quattro a Roma e uno ad Ancona.

Ieri ho fatto un acquisto, un impeccabile abito di Armani, grigio, una camicia bianca di Versace, un paio di scarpe nere di Paciotti e una piccola borsa nera di Prada. Ho speso una fortuna: pero’ vestito cosi’ sembro uno dei tanti trentenni rampanti di Milano, mi manca solo il cellulare.

Metto l’Ingram nella borsa di Prada.

Entro nel bar di fronte alla tua casa editrice. Prendo un caffè lungo e un panino al prosciutto e formaggio. Guardo l’entrata della tua casa editrice e non mi ricordo neanche più di che cosa parla il mio libro: ma a questo punto non ha più importanza. La mia vita ha un nuovo scopo ormai.

Esco dal bar, infilo una mano nella borsa, metto il dito sul grilletto della mitraglietta. Nessuno fa caso a me, perché dovrebbero, in fondo sembro uno dei tanti yuppies del centro di Milano.

Quando esci urlo il tuo nome. Tu ti volti e sorridi. Io sono a quattro metri da te. Mi guardi interrogativo. Io sorrido e comincio a sparare. Sembri un tarantolato che sprizza sangue ad ogni convulso movimento. Ma non temere, sei solo il primo.