Ormai sono passati due anni. Non ce la faccio proprio
più. Sono stanco di aspettare. Non ce la faccio più. Sono esaurito. Non faccio che
aspettare il postino. Ogni mattina la stessa storia: nessuna risposta. E dire che sono
disposto ad accettare anche un rifiuto. Mi dispiacerebbe, questo e certo, ma in
ultima analisi e più accettabile: ma questo silenzio mi sta uccidendo.
Allo scadere del primo anno sono caduto in depressione. Ho lasciato il
lavoro. Ho lasciato Francesca. Ho smesso di uscire di casa. Ho passato un intero mese
chiuso nella mia stanza da letto, con le persiane abbassate, nel buio più totale. Ho
perso dieci chili, e per me sono tanti: adesso ne peso cinquanta, scarsi.
Almeno Einaudi e Mondadori hanno avuto la buona creanza di scrivermi
rifiutando di pubblicare il mio manoscritto: non li giustifico, ma li capisco. Gli altri
dieci editori neanche un rifiuto mi hanno concesso, fanculo.
E una questione di rispetto, ma cosa ne capiscono loro di
rispetto!
Dopo quattordici mesi, una mattina verso le dieci, suonano alla porta:
mio padre. Io con la mia barba lunga e i capelli impazziti ho aperto la porta e senza dire
una parola sono tornato a letto. Mio padre mi ha seguito, in silenzio, ha cercato una
sedia libera, senza trovarla, ne ha liberata una da confezioni di cibo cinese, lattine di
birra, mele mezze mangiate, calzini e boxer sporchi.
"Come stai?" ha chiesto.
Silenzio, un lungo e prolungato sospiro.
"Tua madre ha detto di salutarti."
Ancora silenzio. Mio padre si agitava sulla sedia, si alzava e
camminava nervoso su e giù per la stanza.
"Dovresti ricominciare a lavorare" ha detto sottovoce.
Mi sono alzato, e passandogli davanti ho detto "Grazie per la
visita... salutami la mamma... ciao...". E col mio pigiama sporco lho
accompagnato alla porta.
"Stai buttando via la vita, lo sai vero?" ha detto lui.
"Ciao, e salutami la mamma" ho detto sordo.
Ho chiuso la porta. Ho appoggiato la schiena alla porta. Ho sospirato
forte, col fiato che uscendo dalla bocca tremava.
Al sedicesimo mese pesavo quarantacinque chili, ma i miei risparmi in
banca resistevano bene: riduci i bisogni, riduci le spese.
Francesca invece non mi ha mai cercato: il grande amore della mia vita
durato cinque anni e finito in cinque minuti. Daltronde neanche io lho mai
cercata, ma a che pro comunque!
Dopo diciotto mesi mi sono fatto la barba, che era da eremita ormai, e
sono uscito di casa: T-shirt con su una frase di Jack Kerouac tratta da On the
road, Levis neri leggeri e scarpe di tela nere. Fuori nevicava, e io ero
convinto che fosse estate. Sono ritornato di corsa in casa, e per due mesi non ho più
rimesso piede fuori.
Dopo venti mesi, il 14 febbraio, mi sono fatto la barba, ho indossato
un maglione nero di lana, pantaloni neri militari, Doc Martens e cappottone nero, e sono
uscito. Cera il sole, la neve non cera più, ma faceva un freddo assurdo. Ho
inforcato gli occhiali da sole, i miei occhi non erano più abituati alla luce, e sono
entrato in una pasticceria. Ho comprato una sacher torte, enorme. Sono tornato a casa,
lho mangiata tutta sorseggiando birra. Dopo unora lho vomitata tutta. Il
giorno dopo sono andato a comprare unaltra sacher torte, più piccola. Ne ho
mangiata meta, dopo unora stavo ancora bene. Dopo due ore ho mangiato
laltra meta. Il giorno dopo sono andato al supermercato e ho fatto una spesa
da brava massaia, compreso il detersivo per i piatti. Dopo tre settimane avevo preso
cinque chili.
A fine marzo ho venduto lappartamento che mi aveva regalato mio
padre e mi sono trasferito in un monolocale. Ho venduto anche il mio VW Maggiolone del
1977, la mia prima ed unica macchina, e forse per il Maggiolone mi e dispiaciuto. Ma
andava fatto.
Il ventiduesimo mese dalla spedizioni dei miei manoscritti, il 14
aprile, sono andato in Svizzera a comprarmi una mitraglietta Ingram. Ho preso confidenza
con la mitraglietta nei boschi per quasi un mese. Ho predisposizione per le armi: non
l'avrei mai detto.
Ho lasciato il monolocale e ho preso una stanza in un residence
scalcagnato ed economico a Milano.
Ho cominciato a seguirti il 20 di maggio.
Oggi e il 14 giugno e tu non mi hai ancora degnato di una
qualsiasi risposta. Tu sei la causa di tutto questo. Tu devi morire. E lunica
cosa giusta che posso fare. E lunica cosa che ho ancora voglia di fare. Ma non
temere, tu sei solo il primo della lista. Dopo di te ce ne sono altri nove, di cui quattro
a Milano, quattro a Roma e uno ad Ancona.
Ieri ho fatto un acquisto, un impeccabile abito di Armani, grigio, una
camicia bianca di Versace, un paio di scarpe nere di Paciotti e una piccola borsa nera di
Prada. Ho speso una fortuna: pero vestito cosi sembro uno dei tanti trentenni
rampanti di Milano, mi manca solo il cellulare.
Metto lIngram nella borsa di Prada.
Entro nel bar di fronte alla tua casa editrice. Prendo un caffè lungo
e un panino al prosciutto e formaggio. Guardo lentrata della tua casa editrice e non
mi ricordo neanche più di che cosa parla il mio libro: ma a questo punto non ha più
importanza. La mia vita ha un nuovo scopo ormai.
Esco dal bar, infilo una mano nella borsa, metto il dito sul grilletto
della mitraglietta. Nessuno fa caso a me, perché dovrebbero, in fondo sembro uno dei
tanti yuppies del centro di Milano.
Quando esci urlo il tuo nome. Tu ti volti e sorridi. Io sono a quattro
metri da te. Mi guardi interrogativo. Io sorrido e comincio a sparare. Sembri un
tarantolato che sprizza sangue ad ogni convulso movimento. Ma non temere, sei solo il
primo.