LA MODERNITA' COME DESTINO
Questo lavoro è guidato dal tentativo di rintracciare una relazione interna tra linterpretazione di Heidegger della storia dellessere e il suo coinvolgimento, partecipazione alle circostanze storiche e politiche del suo tempo. La natura e il grado del coinvolgimento di Heidegger col nazismo è tale da condurre necessariamente a un riesame della interpretazione, fornita da Heidegger stesso e dai suoi difensori, secondo cui lesperienza del rettorato (1933.1934) fu un breve e infelice episodio estraneo e privo di qualsivoglia connessione con il pensiero, una sorta di incidente di percorso. Di fatto, invece, la decisione di Heidegger di aderire al nazismo aveva un legame profondo con la sua comprensione filosofica e politica della situazione e del ruolo della Germania in questo secolo. Non si può considerare Heidegger né come un ordinario pensatore reazionario, né tantomeno tout-court come un filosofo nazista o di regime. Allopposto egli era convinto che solo chi fosse dotato del dono alto del pensiero potesse comprendere le origini metafisiche, bimillenarie dei sintomi mortali che affliggevano la Germania e più in generale lEuropa. Era il destino occidentale, a partire dalle origini greche dellessere che occorreva mettere in questione, interrogare. Tra questi sintomi Heidegger e, con lui altri esponenti di quel movimento filosofico-politico noto come rivoluzione conservatrice, includevano realtà politico-ideologiche, sistemi assai eterogenei come: il liberalismo, il socialismo, la società industriale, il bolscevismo, la democrazia, lindividualismo, lo scientismo positivista di derivazione illuminista, il razionalismo. Dopo la crisi della repubblica di Weimar e la presa di potere di Hitler, Heidegger vide nel nazismo una sorta di terza via oltre lo spirito disgregatore del capitalismo e del liberalismo e la minaccia rappresentata dal comunismo. Egli fu mosso in quegli anni fatali culminati con lassunzione della carica di rettore dellUniversità di Friburgo, dalla convinzione che quella rivolta contro la modernità e contro loblio dellessere di cui essa era ritenuta responsabile, incarnata dal movimento nazista avrebbe reso possibile alla Germania quel "nuovo inizio" su cui a lungo Heidegger si soffermerà nei "Beiträge zur Philosophie", e che in qualche modo era comparabile con il "primo inizio" degli antichi greci. Questo nuovo inizio avrebbe dovuto, tra le altre cose, metter fine alle modalità di lavoro e produzione alienanti e distruttive, caratterizzanti la tecnologia industriale dellepoca moderna. Non è dunque un caso che Heidegger cercò di diventare il Führer spirituale della NSDAP, nel tentativo di favorire lemergere di un nuovo ordine sociale in cui il lavoro e i lavoratori riacquistassero la loro importanza e integrità. Un riesame del contesto storico in cui si colloca la concezione heideggeriana della modernità e della tecnica non può prescindere dal contributo di Herf, il quale mostra come la valutazione di Heidegger della modernità non fosse per nulla originale, ma si inseriva a pieno titolo nel dibattito che ebbe luogo in Germania a partire dalla fine dell800 sulla società industriale e sugli influssi specifici del mondo moderno nei riguardi del Geist, dello spirito di popolo tedesco. Molti di coloro che, in momenti diversi, presero parte a questo dibattito erano nazionalisti militanti e reazionari radicali che guardavano alla tecnologia industriale, al razionalismo illuministico e agli ideali della rivoluzione francese come ad aspetti interconnessi, strettamente collegati di ununica forza oscura che mirava a distruggere i valori tradizionali della Germania. Una parte di coloro che parteciparono al dibattito contemporaneo sulla tecnica e che condividevano lenfasi riguardo il destino del Geist germanico, intendevano sia ripristinare un ordinamento politico autoritario, sia allo stesso tempo usufruire delle conquiste della tecnologia industriale. Heidegger condivise pienamente questi orientamenti politici. La lettura delle opere di taluni autori che con Herf possiamo chiamare modernisti reazionari, ebbe uninfluenza considerevole sulla concezione filosofica di Heidegger della tecnologia moderna, così come sulla decisione di impegnarsi nella lotta politica contro di essa. Una tra le figure di spicco tra i modernisti reazionari fu Ernst Jünger. Il rapporto, la relazione intensa di pensiero tra Heidegger e Junger rappresenta uno dei momenti cruciali nella comprensione dellevoluzione del pensiero di Heiddeger a proposito dellepoca della tecnica e della modernità, consentendo altresì di collocare in un contesto, in un atmosfera ben precisa il coinvolgimento del filosofo col regime nazista. Nellopera di Junger "Der Arbeiter", ma anche in altri lavori dei primi anni 30, aveva preannunciato lavvento di una umanità nuova, costituita da operai-soldati che, in quella che veniva chiamata la mobilitazione totale, avrebbero trasformato il pianeta in una gigantesca fonderia industriale. Uno dei motivi principali per i quali Heidegger scelse di appoggiare quella che gli parve la "rivoluzione conservatrice" di Hitler, fu lidea che il movimento nazista avrebbe costituito lunica alternativa possibile in grado di impedire il verificarsi delle fosche previsioni di Junger sul futuro della Germania e dellEuropa. Heiddeger si convinse che il nazional-socialismo avrebbe ricondotto la Germania alle sue origini autentiche, consentendo così un nuovo rapporto col lavoro da parte del popolo tedesco. Anche negli anni successivi al secondo dopoguerra, nella fase tarda del suo pensiero, Heidegger non soltanto continuò a ritenere valida la visione di Junger, assumendola come la migliore descrizione dello stadio finale dello sviluppo storico della tecnica nel quadro della storia-destino dellessere come storia della metafisica e delloblio dellessere, ma ribadì che alla base del suo fatale impegno politico vi era la convinzione profonda della necessità di superare lo stadio tecnologico nella storia occidentale. Riconoscendo lerrore di aver scorto nel nazismo una possibile risposta al movimento planetario della tecnica come sradicamento, Heidegger includerà poi lo stesso nazismo, in esso, insieme alla stessa democrazia e al comunismo: "Nel 1930 era comparso il saggio di E. Jünger su "La Mobilitazione totale"; vi si preannunciavano i tratti fondamentali del libro del 1932 "LOperaio". Discussi quegli scritti con il mio assistente Brock in un circolo ristretto e cercai di dimostrare come in essi fosse espressa unessenziale comprensione della metafisica nietzschiana e come nellorizzonte di tale metafisica venissero visti e prefigurati la storia e il presente delloccidente. Alla luce di quegli scritti e, in modo ancor più essenziale, alla luce dei principi che ne sono alla base, cercammo di cogliere ciò che era sul punto di affacciarsi allorizzonte della nostra storia, cercammo cioè di confrontarci con esso Ciò che E. Junger pensa nei concetti della signoria e della forma del milite del lavoro, ciò che intravede alla luce di tali idee, è nientaltro che il dominio universale della volontà di potenza nella storia, vista questultima in una prospettiva planetaria. E a tale realtà va oggi ricondotto tutto lo si chiami comunismo fascismo, democrazia". Da ciò emerge come il rapporto tra Heidegger e la politica vada visto ed esaminato in unottica diversa da quelle prevalenti. Si tratta da un lato di andare oltre lidea, di derivazione lukaciana, secondo cui Heidegger sarebbe stato un filosofo sostanzialmente reazionario e dunque fascista e la sua filosofia un mero "riflesso ideologico", quello di un uomo cioè appartenente a una classe sociale che si sentiva minacciata dallavvento di cambiamenti economici e sociali (democrazia rappresentativa di massa, movimenti e partiti proletari, ispirati da principi rivoluzionari) tipici delletà industriale. Dallaltro lato però, individuati i limiti di un riduzionismo incapace di cogliere il peso, la portata di un pensiero che trascende ogni rapporto con la realtà contingente socio-ideologica, occorre anche evitare lerrore di considerare il pensiero di Heidegger come impolitico o come ingenuamente politico. Al contrario, collocata nel suo contesto storico, la concezione heideggeriana dellente e della tecnica assume i connotati di una critica della legittimità non solo della civiltà industriale e dei suoi processi di produzione, ma anche dei valori, delle idee portanti della modernità come tale. Da questo punto di vista il nichilismo della modernità trae per Heidegger origine dallemergere di quelle stesse entità monodimensionali come la tecnica che determinano le forme del lavoro e della produzione industriale. Heidegger mostra come lumanità dellepoca moderna, lungi dallessere un agente autonomo che esercita il suo pieno controllo sulla natura attraverso le conquiste tecnologiche, sia divenuta essa stessa loggetto del processo autonomo e autoregolato di espansione, di accrescimento della tecnica. In un mondo interamente retto secondo direttive tecniche, non ha più senso parlare di autonomia dellindividuo, né di libertà. In esso infatti gli individui sono divenuti numeri indistinguibili gli uni dagli altri che soggiacciono alle necessità sempre crescenti del modo di produzione industriale. Per di più non è certo un mero cambiamento nella proprietà dei mezzi di produzione che può trasformare il carattere alienante (Entfremdend) e distruttivo del lavoro industriale. Risulta dunque da ciò evidente che dal punto di vista di Heidegger capitalismo e socialismo costituiscono allo stesso modo, due manifestazioni della stessa "volontà di potenza" illimitata, responsabile del definitivo dominio tecnico sulle cose. Gli scritti di Jünger, in questo senso, fornirono ad Heidegger una sorta di lessico per descrivere quella condizione allo stesso tempo servile ed eroica dellumanità nellepoca della tecnica. Jünger vedeva la storia del mondo come un fenomeno estetico, uno spettacolo prodotto dalla eterna volontà di potenza, allopera dietro ogni cosa, comprese le azioni umane. Jünger era convinto che solo i grandi visionari sono in grado di percepire il fatto che le straordinarie conquiste tecnologiche dellumanità sono state ispirate dalla volontà di potenza e ne sono al servizio. La sua idea secondo cui la volontà di potenza aveva mobilitato gli uomini nei termini di una "Gestalt" delloperaio tecnologico, influenzò Heidegger in maniera fondamentale ed in una duplice prospettiva. In primo luogo contribuì a persuaderlo che soltanto un radicale "nuovo inizio", che in una certa fase coincise con quello prospettato dal regime nazista, avrebbe potuto preservare la Germania da quel destino previsto da Jünger, il formarsi cioè di una società di massa tecnocratica, dominata dalla figura eroica del milite del lavoro. In secondo luogo, poi, condusse Heidegger a individuare lessenza di questo inizio non tanto nella filosofia, tradizionalmente intesa, quanto in forme di intuizione artistica, poetica quali erano state concepite da Nietzsche e Hölderlin. Egli cercò poi di fornire uninterpretazione alternativa di Nietzsche rispetto a quella di Jünger (su Nietzsche), che si basava su di una concezione estetica della storia. Mentre per Jünger la volontà di potenza era leterna forza metafisica il cui operare plasma, modella il volto proteiforme della storia del mondo, essa era per Heidegger in sé stessa un fenomeno storico, una tappa della storia-destino dellessere, come storia della metafisica, come orizzonte nel quale si colloca la moderna produzione-manipolazione dellente. Heidegger credeva che un rivolgimento ispirato dalla mitologia poetica di Hölderlin sarebbe stato ciò che avrebbe garantito allumanità un futuro non dominato dalla tecnica come forza formatrice del mondo. Alla base di questa concezione si colloca una precisa idea dellarte come processo che rende possibile alle cose di aprirsi, disvelarsi secondo le proprie potenzialità. In quanto modo di produrre caratterizzato da una apertura ontologica verso la verità dellessere come non-nascondimento (Unverborgenheit), larte è in grado di originare nuove forme di umanità, di aggregazione comunitaria, sottratte allinflusso determinante della volontà di potenza. Laffermazione di Heidegger secondo cui la tecnologia risulterebbe dalla metafisica della produzione-manipolazione dellente, rende necessario un confronto tra la sua concezione della storia e quelle di Hegel e di Marx. A partire da ciò poi occorrerà considerare i rischi, i pericoli che da un punto di vista politico sono connessi al processo di decostruzione della metafisica che in Heidegger mina alla base la teoria di derivazione illuministica delle libertà dellindividuo e tende a preparare il terreno a unetà culturale e politica post-illuministica. Uno dei nodi essenziali del nesso Heidegger e la politica è dunque costituito dallinterpretazione heideggeriana della modernità, e in questo quadro dalla sua concezione della tecnica. La critica di Heidegger della modernità svolge un ruolo centrale, lungo tutto larco del suo pensiero, e influenza in maniera decisiva le scelte o i pronunciamenti più esplicitamente politici del filosofo. In questo due celebri e distanti nel tempo giudizi politici di Heidegger risultano strettamente collegati, iscrivendosi nello stesso ambito di lettura della modernità contemporanea. Alludendo chiaramente ai filosofi ufficiali del regime nazista, Heidegger dichiara in un corso del 1935 che "ciò che oggi viene spacciato come filosofia ufficiale del nazional-socialismo non ha nulla a che fare con la verità interna e la grandezza di questo movimento (cioè con lincontro, la corrispondenza, tra la tecnica determinata planetariamente e luomo moderno)". Nel corso dellintervista al settimanale tedesco "Der Spiegel" rilasciata nel 1966 e pubblicata per volontà del filosofo postuma nel 1976, riallacciandosi al pronunciamento del 1935, Heidegger da un secondo e altrettanto significativo giudizio politico: "E per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico e quale possa essere alletà della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia". Si tratta di una prudente ma chiara messa in questione della capacità della democrazia di rispondere politicamente alle esigenze della modernità. Se si vuol comprendere lappartenenza di questi due giudizi al discorso filosofico dellopera di Heidegger, bisogna collocarli in quellambito che è a loro comune: linterpretazione della modernità come regno incontrastato della tecnica.
C A P I T O L O I
TECNICA E MODERNITA NEL PENSIERO DI HEIDEGGER
La riflessione sullessenza della tecnica, che si è andata approfondendo progressivamente, in particolar modo a partire dallintroduzione del termine "Gestell", impianto, come caratterizzante il rapporto della tecnica col mondo, (questo tema) attraversa come un leit-motiv tutta lopera di Heidegger. Nel corso del 1937 su "Nietzsche e leterno ritorno" emerge, in una maniera che poi si delineerà ulteriormente, già lattribuzione "ragione calcolante", così come quella di "stile tecnico delle scienze moderne". Nel 1938 nella conferenza "Lepoca dellimmagine del mondo" ("Die Zeit des Welbildes"), poi inserita nella raccolta "Holzwege", si trovano associati tutti gli elementi di ciò che in seguito Heidegger designerà come una "interpretazione tecnologica della nostra epoca". La "tecnica meccanizzata" viene presentata come un fenomeno essenziale del tempo moderno, "il prolungamento più visibile dellessenza della tecnica moderna che è identica allessenza della metafisica moderna". Volendo per così dire rintracciare genealogicamente tale motivo, si arriva al capolavoro giovanile di Heidegger "Sein und Zeit" dove si legge: "il bosco è una riserva di legname, la montagna una cava di pietra, il fiume una forza idraulica, il vento ciò che gonfia le vele ". Questa, per il giovane Heidegger la rappresentazione che il Dasein LEsserci deietto (verfallen), la cui deiezione è un accadimento del mondo della "Sorge" (preoccupazione), ha della natura che lo circondassi tono, è pressochè lo stesso di quello della conferenza del 1953 "La questione della tecnica" (Die Frage nach Der Technik dove si insiste sul "richiedere che provoca" la natura da parte della tecnica: "La centrale elettrica è impiantata nelle acque del Reno. Questo è richiesto a fornire la pressione idrica che mette allopera le turbine perché girino e così spingano quella macchina il cui movimento produce la corrente elettrica Nellambito di questo successivo concatenarsi dellimpiego (Bestllung) dellenergia elettrica anche il Reno appare qualcosa di impiegato (Bestelltes)". A parte la diversità delle immagini utilizzate nei due brani citati, lidea di fondo (si fonda), nella concezione della tecnica rimane la stessa. In quanto "era atomica" e "civiltà del consumo", lepoca moderna è per Heidegger costantemente contrassegnata dalla volontà dellumanità di mettere a propria disposizione, di avere a portata di mano (vorhanden), per usare unespressione di "Essere e Tempo", la totalità dellente, e di acquisire su questa totalità il maggior dominio e controllo possibile, in vista del padroneggiamento di tutte le energie naturali. Si tratta di una volontà che vuole "rendere integralmente disponibile tutto ciò che è e può essere", la cui conseguenza è "una irresistibile e totale manomissione della tecnica sul mondo e sulluomo" che rende infine luomo moderno il "funzionario della tecnica" (Angestellte der Technik"). Alla luce di quanto detto risulta chiaro come Heidegger non abbia mai cessato di pensare la tecnica a partire dalla sua essenza che, ai suoi occhi, risiede nellaffermazione della metafisica moderna come "metafisica della soggettività". Nelle note scritte tra il 1936 e il 1946 e pubblicate col titolo "Oltrepassamento della metafisica" (Überwindung der Metaphysik) nella raccolta "Saggi e Discorsi" (Vorträge und Aufsätze) si spiega che, inteso nella sua essenza il termine tecnica equivale a quello di "metafisica compiuta". La metafisica moderna della soggettività, infatti, si era imposta in seguito al contributo di Cartesio come una antropologia, un pensiero a fondamento del quale vi è luomo. Come antropologia teorica, la metafisica moderna concepisce il reale in quanto soggiacente ai principi costitutivi dello spirito umano, trasferendo (per esempio con Leibniz) il principio di ragione, principio logico, alla realtà stessa, in maniera da poter affermare che "nihil est sine ratione". Questa antropologia teorica che culmina nellasserzione hegeliana della identità di razionale e reale non rappresenta tuttavia di per se stessa il fondamento, lo sfondo del dominio della tecnica come "metafisica compiuta". Heidegger fa notare come per poter cogliere la presenza della "metafisica compiuta" nel suo rapporto tecnico col mondo, è necessario prendere in considerazione la sfera pratica della metafisica della soggettività: la metafisica moderna infatti si rappresenta lente non più soltanto come conforme ai principi soggettivi della razionalità, ma come "oggetto della volontà". Nel corso dellapprofondimento moderno dellessenza della soggettività come volontà, lente tende in misura crescente ad essere tale in quanto oggetto manipolabile da parte del soggetto in vista del compimento dei suoi fini, quindi come ente totalmente, uniformemente disponibile alla volontà. Heidegger prosegue, nella già citata opera, nella sua argomentazione, mostrando come la reinterpretazione kantiana del cogito in quanto "io voglio", e la sua dottrina dellautonomia della volontà, abbiano preparato in maniera definitiva il terreno per la successiva interpretazione tecnica del mondo. Fino a quel momento infatti la volontà era ancora subordinata a qualcosaltro da sé stessa, qualcosa che poneva i fini che essa perseguiva. In Kant invece, la ragion pratica non vuole nellaltro che sé stessa in quanto libertà. Nel concetto kantiano di ragion pratica come pura volontà dunque, si assiste al compimento stesso dellidea di volontà, al "giungere a perfezione dellessere della volontà" che diventa volontà incondizionata la quale non volendo che sé stessa, è "volontà di volontà". Lautonomia della volontà rappresenta così un momento essenziale nel processo di tecnicizzazione del reale. A costituire però un ultimo ostacolo al dispiegarsi della autonomia della volontà, è per Heidegger la volontà di potenza nietzschiana, vista come "ultima tappa" del processo che conduce allaffermazione della volontà di volontà. Con la volontà di potenza di Nietzsche si inaugura un aspetto, una determinazione della volontà che, apparentemente vuole ancora qualcosaltro da sé stessa, (la potenza) ma che, sulla base dellinterpretazione andatasi sviluppando nei vari corsi su Nietzsche a partire dal 1936, vuole di fatto la potenza, il dominio per potersi sempre meglio confermare, stabilire come volontà che padroneggia la realtà. "Lessere della volontà di potenza non può essere compreso se non a partire dalla volontà di volontà". In questo modo Heidegger giunge dunque alla conclusione che il regno della tecnica è "il dispiegamento della dominazione incondizionata della metafisica". Sul cammino che conduce da Cartesio a Nietzsche, la ragione - e qui lanalisi di Heidegger è molto simile a quelle di Weber prima, Horkheimer poi, - avrebbe cessato di fissarsi obiettivi, trasformandosi da ragione obiettiva quale aveva preteso di essere, in ragione puramente strumentale. Detto questo, va notato però che la vicinanza con lHorkheimer degli anni 30 è limitata fortemente dal fatto che la sua critica alla strumentalizzazione della ragione veniva svolta in nome di una ragione obiettiva che Heidegger considera al pari della ragione strumentale "il nemico più accanito del pensiero". |