Mario Sironi
Venere dei Porti
Chi è la Venere dei porti rappresentata da Mario Sironi nel 1919? La donna del pescatore in ansia sul molo o la "fidanzata" che il marinaio ha in ogni porto?
Questo dipinto e collage si colloca in un complesso momento di passaggio della pittura di Sironi: l’artista ha alle spalle il futurismo, sta attraversando la metafisica, sperimenta una forma compositiva d’avanguardia come il collage – tra cubismo e dada – e lascia già intravedere il tema del paesaggio urbano.
La mostra colloca la Venere a conclusione di una lunga elaborazione del motivo della figura femminile che si può riconoscere, inizialmente, in una ballerina, rappresentata in diversi contesti e occasioni e trasformata, negli anni della Metafisica, in manichino. I disegni e le riproduzioni qui raccolti cercano anche di esemplificare l’esercizio del pittore con gli elementi compositivi – forme geometriche e semplificate, a rappresentare anche architetture – dalla cui combinazione è derivato l’ambiente intorno alla Venere.
Nello stesso anno in cui Sironi inventava la sua Venere, a Dresda l’allora dadaista Otto Dix eseguiva il ritratto immaginario di quel marinaio Fritz Müller che dell’italica bellezza portuale sarebbe potuto essere un amico del cuore, e che qui si propone per un dialogo immaginario ma ricco di suggestioni. Oltre che dalla data e dalla tecnica – pittura e collage – le due opere sono d’altronde unite da un comune carattere "antigrazioso" che riporta entrambe a modelli futuristi.
Completa la mostra una piccola sezione, curata da Marina Pugliese, nella quale, con l’apporto di una ripresa del dipinto a luce radente e di una radiografia, si evidenzia l’effettivo significato di alcune parti del quadro: la presenza di un grande caseggiato nascosto sotto un ritaglio di giornale, per esempio, stabilisce un diretto collegamento di quest’opera con le periferie che sarebbero diventate, di lì a poco, motivo dominante della pittura di Sironi.