La parete.
 
 
Sei come il marmo, mi dicevi.
Ma tu non sai che anche la pietra
ha un suo calore che si espande
e si esplora, tra le fessure, lungo le crepe
negli interstizi, dove si raggomitolano
gocce d'acqua,
insetti morti, pezzi di vetro
che riflettono parte della mia mano, ed altro
di cui vorrei dirti, ma so che sarà inutile.
Tu non mi credi.
 
 Un giorno mi sono accucciato come un cane,
la parete ha una pellicola che la riveste,
il residuo del giorno appena passato,
trasmette un insolito senso di sicurezza:
mi sostiene,
mi libera.
 
In essa, e per una frazione di secondo
percepisco un sentimento materno,
che mi sorprende e ci
respiro contro, annuso
non mi allontano,
mi copro,
mi piacerebbe finirci dentro
passarci la vita,
divento geloso delle lucertole
e dei ragni, che ci vivono
e la possiedono.
 
Sono strani, questi attimi,
in cui il pensiero si allontana, ancora caldo,
e tutto mi diventa chiaro,
essenziale, semplice
ricondotto alla sua unità e necessità.
 
Divoro con gli occhi il punto di non ritorno,
lo vedo distinto, verso la sommità:
potrei toccarlo con mano, se lo volessi.
Raggiungerlo mi semplificherebbe parecchie cose,
avrei risolto molti problemi,
forse anche allontanarmi.
Ma poi?
A  coloro che verranno.
 
Di che colore saranno le vostre matite?
Come le mie, blu e azzurre, e il rosso scuro
E cupo, notte nella pagina, e quasi niente
Nella mattina, sotto  i denti,
 
la madre di mia  madre avvolta
nelle bende, bianche,
vele di passaggio,
un bruco le usciva dalla bocca
seminuda l’anima
girava attorno alla balaustra
limite  tra i mortali
e le ombre che si divincolano
 
prima che tutto sia
e ritorni, luce.
Puro niente.
Assoluto spazio vuoto,
prima che la memoria
falci le disarticolate
membra, la mascella
della serpe,
nel seno.
 
Che odore avranno le punte dei vostri piedi?
Le mie si appiccicavano,
erano morsi, calze strappate, unte,
animelle brunite e vermi
tra le dita.
Bello  il portarne  un trofeo,
 al naso.
 
La madre di mia madre
era già morta,
alla mia nascita,
mi partorì anzi tempo
senza cicatrici visibili. Ma
nel mio nido tra le acacie
riconoscevo il braccio
che mi nutriva: era nudo.
Con un verso mi avrebbe
spezzato.
 
Di quanti anni avrete bisogno?
L’eternità non paga
Se non a moneta spicciola.
 
Da tempo sentivo
Che sarei stato bene,
se la mano era richiusa,
a fare verso, al mondo.
Se la bocca ricavava
petali e fili di seta
dagli sputi, sul mio volto.
 
14 aprile 2006.
 La storia siamo noi.
 
La storia siamo noi, si scrive sui muri,
e rasenta i giardini, si nutre di fiamme,
cresce nei battiti delle ciglia,
si accascia lungo i marciapiedi,
si bisbiglia nell'orecchio dell'amante,
il lascito da riannodare nel vuoto,
 
nelle mani aperte, in quelle richiuse
come se il mattino sorgesse con più di un sole
e gli uomini morissero solo tra parole estranee.
 
Si allunga la lista dei proscritti:
vi è in questo il sapore acre della carne,
l'urlo che rasenta l'incubo,
il corpo che non risponde ai tuoi comandi,
l'erba che cresce senza radici,
o il falco che si leva a sera
a mietere i campi dei sopravvissuti.
 
La storia siamo noi, si legge sui muri,
tra le crepe e gli spazi aperti
oltre i recinti e i terrapieni,
nelle città a brandelli, nei referti clinici,
nei corridoi dove si procede a tentoni
e luce e buio diventano un' interminabile
lista d'attesa: dove è in rosso il mio nome,
dove il tuo assume altro colore e veste.
 
La storia siamo noi:
ed è tutto quello che abbiamo,
il solo segreto che può essere gridato,
scritto sulle mappe del mondo,
portato dalle correnti dei fiumi,
lanciato negli abissi di cristallo, parola
vuota che sempre si spegne,
nell'odore del sangue, nel bue squarciato,
nei moncherini dei ladri e degli assassini.
 
Un giorno, di contro al cielo,
stendersi su un prato,
accarezzarne i confini e
dirsi che ne valeva la pena,
comunque,
e sempre.
A Silvia
 
Stasera è strano,
accendere il fuoco:
aprile non è tempo
di braci ardenti,
 
non ho parole
che si consumino
e si facciano cenere.
 
Ho l’aria buona della sera
del giorno di festa,
la camicia bianca
della prima comunione,
 
è tempo di crescere, adesso.
 
Da molto raccoglievo
voci avvizzite
e coriandoli,
con te avrei potuto
correre lungo i fossi,
dove le bisce si torcono
al sole, il primo
lembo dell’estate
 
e poco, sempre poco
da trattenere,
 
da proteggere.
 
E tu.
 
Sei amata, tu.
Non ci sono che echi,
nel lembo di terra
che ti nutre.
 
E sibilo,
comete
infuocate.
 
Dove il silenzio
cresce
al pari e più
dell’amore,
e il resto
che l’ombra trattiene
è il tuo grido,
confuso tra le cicale.