NEW YORK Le immagini televisive cui siamo abituati ci riportano un'America viva e palpitante. Se poi stringiamo l'obiettivo su New York tutto diventa, nonostante il campo visivo ristretto, grande e dannatamente complicato. Sono grandi - enormi - i grattacieli; sono tante - una moltitudine - le persone che abitano e lavorano nella grande mela. Le immagini televisive cui siamo abituati ci trasmettono maree umane che camminano per quelle strade, entrano in quei grattacieli, raggiungono i loro posti di lavoro servendosi di uno dei venti o trenta ascensori disponibili. Sono sempre le stesse immagini; danno nella loro ripetitività la sensazione della vita che scorre e del cuore americano che continua a battere. Il meccanismo si è inceppato ieri, 11 settembre qualche minuto prima delle nove, quando un numero incalcolabile di persone raggiungeva il posto di lavoro e cominciava la solita vita di tutti i giorni. Un aereo di linea, un aereo che normalmente volava sui cieli americani, è stato dirottato e fatto schiantare sulla prima delle due Torri Gemelle, simbolo del commercio e del lavoro. Qualche minuto di distanza, quando le fiamme stavano già divorando il tetto di quella torre, sotto gli occhi di milioni di persone, un altro aereo sempre di linea si abbatte sulla seconda torre. E' il disastro. Ma la terribile sequenza di atti terroristici e di riprese televisive non è ancora finita, infatti un terzo aereo di linea va a distruggersi contro il lato ovest del Pentagono, colpendo quello che nella mente di noi tutti era una fortezza intoccabile. E pare che per completare l'opera, davanti a questa fortezza sia stata fatta esplodere un'auto bomba. Un quarto aereo, sempre di linea, aveva come obiettivi Cape David o la Casa Bianca ma si è incredibilmente schiantato senza raggiungere la meta; qualcuno dice sia stato abbattuto dalla difesa americana: moto d'orgoglio o verità? Ovviamente tutte le maggiori borse del mondo crollano; solo in Italia nella giornata di ieri ci siamo "mangiati" 97 mila miliardi. All'incubo del terrorismo si aggiunge quello della recessione. Nonostante tutto ciò rimangono impigliate tra occhi e cuore, le immagini di quegli uomini e donne prigionieri delle torri che anticipano la loro sicura morte gettandosi dalle finestre; le immagini di quelle lamiere accartocciate che nello zoom delle telecamere diventano braccia che cercano l'ultimo spiraglio di vita; l'immagine di quel fazzoletto bianco che sventola dagli ultimi piani della torre in segno di resa e di richiamo al mondo intero. Personalmente, la sequenza che continua a riproporsi nella mia mente è quella sorta di razzo al contrario, quella torre trasformata in missile che invece di salire al cielo crolla su se stessa in una nube di cenere e di morte. E' un'immagine televisiva cui non sono abituata, un'immagine che continuo a rifiutare, un'immagine che non saprò mai cancellare.
Liliana Rebuzzi 12/09/01 |