Quattro testi tratti dalla mia recente raccolta "VIAGGI"
Annalisa Manstretta
VIAGGIO N 1
 
Arsura sale, morbidezza dei
coltri, non conosco mia questa stanza
che a memoria culturalmente sulla
punta del piede schiaccia sulla mia
pelle la lenzuola. Non so l’ora, non vedo
la polvere, un piede scalzo sul
pavimento liscissimo, c’è nero
ci ruoto dentro la mano nel vuoto
trema. Ma via, la conosco a memoria
ogni cubatura di nero e come
il legno delimita o il muro vige.
Tridimensionalmente so l’ingombro.
Ma tocca nero la punta del dito
pieghevoli le giunture si girano
un tubo rigido con vento forte
senza deflettore in gola. Qui filtra
freddo il tallone incorpora, qui batte
l’osso fino nel corridoio fino
nell’altra stanza fino in cucina
la sete spintona. Avere gli occhi
dentro la pelle ovunque lasciare
scorrere. Avere gli occhi dentro
i battiti. Lo so, saranno sei
metri di corridoio, lo so angolo
retto pieghi a destra, ancora, poi
l’opposto a compensare (e qui egregia
memoria, elegia nel pensando).
Potere anche guardarsi la schiena
il perno del collo libero con
te che guardi le mie unghie crescere.
Trastullare non si dà qui così
in tale quale modo vado bevo.
VIAGGIO N 6
 
La quasi primavera dell’ufficio
di prima mattina muove le teste
dei colleghi (sempre al presente intente)
quasi oscillandomi rubo particole
e pensante scarto meccanici arti
per tutte le stagioni. Muscolare
è quest’aria che ci girano dentro
uomini tutti occhi e pelle e pance
che parlano. Ostacolata e senza
convinzione guardo la redazione
muoversi. Pochi i contatti che bussano
agli occhi in stupore e ripetutamente
e a vanvera contatti e ninnoli
incerti sopravvengono. Orecchiati
ovunque si sperdono gli occhi che
non possono fare del loro meglio.
A fine novembre si pagano
le tasse. Mai con le lussuose macchine
che ci danno in prestito si potrà
staccarsi da questi lavoranti a cottimo
per un computer più potente, i resi
tornano ordinati in containers.
Spazientita, non avendo più
un rapporto con la mia pazienza
(il grafico giurava di non capire
niente di computer usandoli
tutto il giorno) mi misi a fare senza
convinzione l’elenco degli articoli pervenuti.
I numeri delle pagine non
ordinano così bene gli spazi
che si interpongono e tutti questi
oggetti attorno al mio golfino di lana.
Rapidità di tocco, dominava su tutto
un colore in quadricromia. Nessuna
priorità ed un agglomerarsi
di persone che fanno soldi insieme
che fanno versi di persone pensando
ad avere un po’ di tempo libero.
Vorrei difenderti tu che occupi
che pesi, fino ad essere recuperata
sucercando un modo per esserne
divorata (inseriscono all’interno).
VIAGGIO N 8
 
E se il viso, ultimo asilo (l’altro
non lo desti) perché alle sue porte
il vetro nel respiro, l’agrume
negli occhi tuoi così chiari.
Mettiamo una maglia, tu non vorresti
crederlo, ti vado a prendere il vestito
a casa e sorridendo cantilene,
il cucchiaino, il residuo, il covo
scendere in un mio crepuscolo
(fu misurata allora la lunghezza).
Ma il viso, nel particolare nota
l’angolo, lo spessore del bordo
ma il viso, correggendo anche piccoli
errori in caso di necessità,
inesplicabile casta calava
richiesta e smerciata la presenza
(enorme giacimento) sul territorio.
Rincasi (la tua traccia preferita)
spingendo davanti a te questa specie
di galleggiante, la vita e un buon trattamento.
Faceva bollire i nessi dell’abitabile
come un gioco infantile. Strisciamenti
accidentali, maggior costanza
nell’impronta a terra: se non ci fosse
un impatto erotico coltivare
la pulizzia raziocinante.
VIAGGIO N 9
 
Le unità si concentrarono
e partirono a tutta velocità.
Come manchi, nessuna cosa prossima
i sedili, lo schedario, la carta
spìccala dalla stampante e riparte.
Si ributtano i colleghi nel minuto
nel fitto. Imbarcavano a frotte
tagli da parrucchiere, più comandi,
navigazioni, un altro paio di scarpe.
Portarono quattro macchine sul territorio
perché non c’era da prendere molto
sul serio la vecchia rete tra di noi.
E muoversi, piombavano sul ragguppamento
le situazioni operative, mi
portano qualcosa di te.
Perché invade in un fitto minaccia
rettificare il fronte. Tentava
un portento: da altri settori
scriveva (a seguito di distruzioni)
discosta si riassumeva in dimensioni
comunque contenute per poter
essere trasportata in vettura.
Sbaraccavano dopo mezzogiorno
spargendo in movimento monconi
correzioni, parole, passi, immagini
aperte. Il comportamento dinamico
dei colleghi provavo ad aggregare:
si sposta, più esteso della loro
trama, oltre si sposta permeando
l’intero asse, la piena li disperse
nei piatti, possessi rimasti
nell’organico, le frange di un gusto.
Si lavorava tranquillamente per scaldare il corpo.
In questo andare e tornare intorno
investita da questo panorama
nascita di dimensioni occasionali
-nell’arco di un anno e mezzo
come spuntano dai corridoi-
pratiche lavorative
vi pascolavano liberamente
vagando su tutte le proprietà.