Una storia particolare…!
 
Passavo le mie sere a zampettare sulla tastiera, quando un giorno, in una delle tante messaggerie, mi imbattei in uno strano tipo.
La cosa che mi meravigliò, fu quella di sentirmi osservata, quasi studiata, ma tutto questo, non fece che farmi sentire in pericolo.
Già, ma cominciamo da qualche tempo fa.
Questa cosa mi era caduta addosso all’improvviso; senza che me ne rendessi conto, mi ero trovata coinvolta in una cosa forse più grande di me.
Come molti, spesso, mi rifugiavo nella rete per scaricare i miei pensieri, per trovare lì dentro quello che, nella vita reale, non riuscivo a trovare.
Forse un’emozione, una luce nel grigiore di tutti i giorni, un lampo che come per incanto accendesse quella parte di me che si stava lentamente spegnendo.
Già, non è che mi aspettassi grandi cose, una parola, un briciolo di sentimento, una piccola scintilla che mi facessero sentire importante per qualcuno.
Nel mio lavoro tutto mi faceva sentire importante, l’incarico che avevo mi dava tante responsabilità, e sia i miei capi che le persone con cui avevo a che fare mi facevano sentire, a torto o a ragione, in qualche modo appagata.
Nel mio intimo, però, mi mancava un qualcosa, forse perso con quanto era accaduto e stava accadendo dentro il mio cuore.
Lo incontrai per caso, una sera, forse più grigia delle altre; una parola tira l’altra, una battuta, un sorriso, una serie di mail, scambiate senza pretese. Piano piano mi sentii attratta da quella situazione, come irretita in una tela di ragno.
Il senso di paura che mi aveva preso era dovuto sia al fatto che avevo il timore di lasciarmi andare, di prendere per oro colato ogni sua parola, di farlo apparire a me stessa come l’essere perfetto, come la soluzione a tutti i miei problemi, sia a quello che stavo facendo, infatti lentamente stavo scoprendo me stessa, stavo esponendo al giudizio di uno sconosciuto ogni parte della mia vita, stavo dando a lui delle armi potenti, che avrebbero potuto, un giorno, essere usate contro di me.
Dopo alcuni giorni mi accorsi che c’era qualcosa di più, il mio panico si stava trasformando in una specie di sfida.
Lui, con le sue parole, con le sue domande, stava diventando una presenza terribilmente intrigante, quasi una specie di appuntamento.
Ogni notte, ogni giorno, appena avevo qualche minuto, mi collegavo, per vedere se lui avesse lasciato qualcosa di suo al mio indirizzo.
La mia vecchia casella e-mail, anonima, come quella di altre migliaia di persone; "…una casella ufficiale e una segreta…", mi ripetevo; non che volessi fare chissà cosa, ma l’idea di avere un qualcosa di segreto, di anonimo, che potevo gestire come se lì fossi un’altra era molto stimolante.
Come il cassetto della scrivania, quel cassetto dove riponevo con cura, e sotto chiave, le cose a me più care, un pezzo di bicchiere rotto, uno scontrino, il biglietto del cinema, un tappo di bottiglia, delle foto, e tutto quanto avesse per me un valore, persino un portachiavi rotto, del quale non ero mai riuscita a disfarmi, per la paura che, con esso, avrei buttato anche tutti i ricordi che gli stavano attaccati.
Un nome di comodo, un "nick", come si chiama nel linguaggio della rete, e via, avrei potuto essere chiunque, anche l’opposto di ciò che ero, oppure, una me stessa ancora più marcatamente, e veramente, me stessa; senza compromessi, e senza tutti quei vincoli ed obblighi comportamentali e morali con i quali, nella vita di tutti i giorni, ero costretta a convivere.
Ero presa da questa situazione; l’idea di essere oggetto delle attenzioni di qualcuno, di essere anche una cavia per chissà quale esperimento, mi dava un senso di piacere e paura allo stesso tempo, era come sentirmi dea e preda allo stesso tempo.
Lui, con il suo modo di scrivere e parlare, doveva essere una persona un po’ speciale, ma in che modo, con che obiettivo, perché aveva tanta attenzione e tanta curiosità per la mia vita, per i miei sentimenti e le mie emozioni, stava forse giocando…?
Chi era?
Ogni tanto dalle sue parole sembrava emergere un’immagine romantica e protettiva, forse era la prima persona che si interessava a me, da tanto tempo.
Ero curiosa, avrei voluto conoscerlo, ma avrebbe potuto essere un errore, una delusione, avrei potuto distruggere quel piccolo angolo di intimità, che, pur carico di dubbi, questo strano rapporto mi stava dando.
Con la mente cercavo di dare un volto alle sue parole, una voce, due occhi, un corpo, ma quant’era difficile, alto, basso, grasso, magro, avrebbe potuto essere chiunque, essermi accanto mentre ero a fare spesa, oppure lontano chilometri e chilometri; nel mio intimo, di lui riuscivo a vedere solo gli occhi…, sospesi, isolati da tutto il resto, forse perché in una delle sue mail, un giorno, cercò di descriverli.
Sinceramente non riuscivo a dare un’immagine che non fosse gradevole a quell’entità, ma dentro di me sapevo che ciò poteva essere solo una mia illusione.
Qualche notte avevo anche sognato di trovarmi in situazioni di vita normale, con accanto un uomo, che avrebbe potuto essere lui, supermercato, cinema, teatro, concerti, ristoranti e momenti di intimità, semplici, quasi adolescenziali, forse in contrasto con le mie esperienze, forse quelle situazioni, semplici e tenere, erano quanto di più mi mancava.
Le mie storie, i miei amori, i miei sogni, con lui non potevo resistere, mi lasciavo andare completamente, tiravo fuori tutto, dolori ed emozioni.
Ogni piccolo particolare, anche insignificante, analizzato da lui, diventava elemento di riflessione, era lo stimolo per vedere cose che non avevo mai notato. Lentamente, avevo cominciato a capire me stessa, ad apprezzarmi e, forse, ad amarmi.
Da troppo tempo ero nell’ombra, chiusa in me stessa, non avevo più nemmeno il coraggio di guardarmi allo specchio, non mi riconoscevo in quella figura, una figura che, quasi, ero arrivata ad odiare!
Lui, con il suo modo di studiarmi, di osservarmi senza vedermi, era stato, e continuava ad essere, l’artefice del mio cambiamento; mi ascoltava, mi provocava, con lui stavo guardando dentro me stessa.
Ma qualcosa stava lentamente cambiando; percepii, nelle sue parole, il cambiamento di un qualcosa, stava diventando più umano.
Non che lui non fosse umano, ma stava emergendo, sempre di più, un senso di trasporto, come se lui stesso non riuscisse più a controllare, a pieno, le sue parole; mi stavo accorgendo che il suo tono, prima distaccato e professionale, stava lentamente cambiando; nelle sue parole c’erano riferimenti alla sua vita, ai suoi sogni, a se stesso, come se, dopo tanto tempo, si fosse deciso ad aprirsi nei miei confronti.
Un giorno notai che le sue parole cominciarono a farsi confuse; fui sorpresa; lui era sempre stato perfetto, mai un’alterazione, mai un’emozione, sempre asettico.
Mi aveva studiata ed analizzata, quasi morbosamente, ed ora vacillava, scriveva frasi scontate, non era più sicuro di sè.
Questo accadde per alcune sere, poi, all’improvviso, il silenzio.
 
Sparì così com’era apparso.
 
Cominciai a chiedermi tante cose, ma, soprattutto, cercai di convincermi che fosse stato solo un sogno, e che quel panico provato all’inizio non si fosse trasformato in qualcosa di diverso.
Cercai di convincermi che non mi ero innamorata di lui.
Ridicolo, lo so, ma dentro di me batteva un sentimento che prima non c’era, mi disperavo, pensando che tutto ciò aveva dell’impossibile; ma come, io, persona concreta e realista, come potevo lasciarmi andare ad un qualcosa che aveva per oggetto dei miei desideri qualcuno che nemmeno avevo mai visto in faccia, del quale non avevo mai sentito il suono della voce, o avevo guardato negli occhi.
Mi stavo disperando, cercando di ritrovarlo…!
Continuai a mandare mail a quell’indirizzo; ora ero io che facevo domande, che volevo studiare quell’uomo, che volevo sapere tutto di lui.
Rileggevo le parole che mi aveva scritto, e da quelle cercavo di capirlo; la situazione era completamente cambiata: ora io lo stavo studiando; forse, ora, era lui ad essere morso dal panico.
In una delle sue prime lettere aveva scritto: "non ti fidar di me se il cor ti manca"; mi aveva spiegato che, per lui, quella era una regola; significava che, se non avessi avuto coraggio, non avrei dovuto fidarmi di lui.
Io avevo avuto coraggio, avevo combattuto il mio panico, avevo imparato a fidarmi, ma ora ero di nuovo sola.
A che era servito tutto; si, mi volevo più bene, avevo imparato a piacermi, ma forse, dentro di me, volevo piacere a lui.
 
Smisi di scrivere.
 
Erano passati quasi due mesi dalla sua ultima mail, avevo cancellato il suo indirizzo, ed avevo cambiato il mio; volevo dimenticare lui, le sue parole e quello che provavo nel mio cuore.
Leggendo e rileggendo le sue lettere mi ero fatta un immagine di lui, basata su espressioni, su modi di dire, più o meno ripetitivi, su quel modo di esprimersi che lo faceva sembrare solo e stanco, e forse molto triste.
Chissà perché ma, come tempo prima, riuscivo ad immaginare solo i suoi occhi, tristi e carichi di sentimenti.
Passò del tempo e cominciavo a convivere con la convinzione che tutto era stato solo un episodio, un incontro casuale, un evento bello e triste allo stesso tempo e che, comunque, mi aveva lasciato qualcosa dentro.
Avevo ripreso la mia vita, in maniera normale, senza troppe emozioni e senza troppi pensieri, una vita semplice.
 
Un pomeriggio, camminavo da sola, cominciai a sentirmi strana: sentivo intorno a me una presenza, continuavo a guardarmi intorno, ero emozionata.
"…Ma che mi prende…", esclamai.
Una signora che stava passandomi accanto si fermò, chiedendomi come stavo.
"…Bene, grazie, solo che ho un po’ di pensieri, sa…, ogni tanto…", risposi, quasi compiaciuta che quella signora si fosse preoccupata per me.
"…Ma via, pensieri lei, una donna così carina, ora si metta a sedere o vada a prendersi un caffè, così telefona al suo uomo e si fa venire a prendere…", continuò lei con il suo tono amichevole.
"…Magari mi venisse a prendere qualcuno, non sto passando un buon momento…", dissi, e lei, pronta, sfoderando un sorriso che mi mise subito allegria "…Dia retta a me, gli uomini sono tutti uguali, ma in fondo sono dei gran fifoni, se non ci fossimo noi donne, starebbero ancora all’età della pietra, vedrà che se aspetta qualcuno arriva…".
E se ne andò, salutando con la mano, come se sapesse che io la stavo seguendo con lo sguardo.
 
Entrai in un bar e chiesi un caffè; c’era musica, erano canzoni di Elvis, mi misi a sedere, e con quella musica mi misi a pensare a cose strane, immagini forse di film, forse della mia vita, forse fantasie che avevo dentro il mio cuore e che mai avevo tentato di tirare fuori.
Nel bar entrò uno strano tipo, anche lui pensieroso, come agitato.
"…Ma che mi prende oggi, uffa…", disse; non potei trattenere un sorriso; non so perché, ma la sua figura non era quella di uno sconosciuto, era piuttosto familiare.
Si accorse del mio sorriso, ed anche lui non poté trattenerne uno, e poi rivolto a me disse "…Bella giornata, vero…, siamo una bella coppia di pensierosi…; mi sono fatto una scorpacciata di chilometri, per venire qui, e ora…, mi chiedo perché…", il suo era un tono ironico, e simpatico, mi ispirava fiducia; in altri momenti sarei stata tremendamente seccata, ma quel tipo, che non avevo mai visto, mi metteva allegria.
 
"Posso offrirle il caffè…?". Mi disse improvvisamente.
"Se vuole…" risposi sorpresa.
Mi raccontò che era lì per lavoro, e con l’occasione avrebbe voluto incontrare una persona; si dilungò su riflessioni e su idee filosofeggianti, che avevano per oggetto la vita e la società moderna; io lo stavo ad ascoltare, quasi affascinata; ribattevo, tentavo di metterlo in difficoltà, provai persino a farmi vedere un po’ stufa, ma lui, con calma, ogni volta riusciva a strapparmi un sorriso.
Ad un tratto dissi "…Ma, scusi,come posso credere a tutto quello che dice, lei mi sembra un tipo sincero, ma in fondo non ci conosciamo,come faccio a fidarmi…".
Mi guardò come se avessi detto una parola magica, come se avessi pronunciato un codice di accesso; cambiò espressione, sembrò quasi emozionarsi, diventò serio, poi arrossì :
"Io… No, non ci conosciamo, anzi, forse sì" ,disse, e poi continuò sorridendo "Sa, per fidarsi ci vuole coraggio".
 
 
(un grazie affettuoso a Roberta per la simpatica collaborazione)