- ScAlini
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- Sette scalini e poi altri cinque.
- Il lungo corridoio l'attendeva come tutte le mattine e come sempre, doveva
stringersi addosso i vestiti per non sentire freddo; pareva d'essere nella galleria del
vento e invece erano soltanto a Bisceglie, capolinea della metropolitana milanese. Il nome
pugliese non bastava a dare calore a quel luogo frequentato da persone rapide che vivevano
perennemente con lo sguardo a caccia d'orologi; anche per Manuela era così.
- Un anno prima, dopo essersi ben diplomata, aveva trovato lavoro presso uno studio
notarile e da allora la sua vita era scandita da orari simili a quelli di un altro paio di
milioni di persone; persone con cui doveva condividere parte del suo tempo.
- A dire il vero il viaggio dell'andata non era poi così male, c'era tutta una
giornata nuova di zecca davanti e lei se la sgranava a mo' di rosario, perché
organizzarsi la vita le piaceva molto. Nulla era lasciato al caso, e ormai dopo quell'anno
passato su e giù dalla metro sapeva quanti scalini doveva fare per scendere e quanti per
ritrovarsi in piazza Duomo; poi ci sarebbe stato il breve tratto di strada a piedi, la
viuzza stretta e buia con i quarantasette lastroni di pietra, la custode con il solito
"'ngiorno", l'ascensore stanco su fino al terzo piano, la porta con la targa in
ottone ossidato, il dling-dlong del campanello, l'apertura con uno "stock" secco
e
il lavoro di sempre.
- Il tragitto in metropolitana, quei venti minuti di treno, le consentiva di
leggere o semplicemente di guardare bene in faccia le persone che aveva davanti a meno che
non arrivassero i soliti guastafeste.
- "Buongiorno a tutti signori e signori, mi scuso di disturbare, sono una
signorina povera, senza lavoro, senza mangiare, ci ho tre figli, aiutate me e buona
fortuna per tutto". Era una cantilena che sentiva almeno tre-quattro volte nell'arco
dei suoi spostamenti e ormai non guardava nemmeno più la "signorina povera",
tanto erano tutte uguali. Poi erano fastidiose, interrompevano la lettura o l'unico
momento di pace che aveva prima dell'ufficio o prima di rientrare a casa, da sua madre.
- Oggi al lavoro voleva terminare quella lunghissima pratica del dottor Manzilli,
si trattava della cessione di un ramo d'azienda a una multinazionale che aveva un mucchio
di riferimenti e agganci con altre società, quindi doveva stare ben attenta ai nomi, ai
settori di commercio cui appartenevano, ai legali rappresentanti, ai loro domicili
fiscali, ecc. ecc.
- Poteva sembrare noioso ma a lei piaceva; era come un enorme puzzle: tutto alla
fine doveva combaciare altrimenti non sarebbe stato un lavoro ben fatto; soprattutto non
sarebbe stato un lavoro di Manuela!
- Lei era così ordinata e precisa; nonostante le carte la sua scrivania era il
posto più confortevole di tutto lo studio: le pile di pratiche si susseguivano a seconda
dell'urgenza e dell'importanza, poi c'era il portapenne con la biro blu, rossa e nera, la
matita sempre appuntita, gomme e fermagli di varia misura, cucitrice e levapunti in bella
mostra. Infine il pc, amico silenzioso e perfetto per le sue interminabili relazioni.
- Il rumore delle monete che si agitavano nel bicchiere di carta la risvegliò dal
suo torpore organizzativo.
- Un "No" secco le uscì dalle labbra mentre sentiva il rossore arrivare
alle orecchie. Quel bicchiere tintinnante aveva invaso la sua intimità e Manuela sperò
che il bicchiere e il relativo proprietario se ne andassero al più presto. Ma la mano
restava lì a scuotere monete.
- Ripeté un "No, mi spiace" a voce più alta, e confortata dalle
critiche della gente che si lamentava per "questi che sono dappertutto e bisogna
stare attenti..." si alzò in piedi e raggiunse il fondo del treno.
- Spostandosi le era arrivato il sibilo della zingara che in un italiano stentato
diceva: "Cagna, prova te, chiedi te soldi!", ma Manuela si era già quasi
dimenticata della faccenda; erano bastati pochi passi per allontanarla dalla questione e
per riproiettarla nelle sue elucubrazioni prelavorative.
- Stasera non doveva uscire tardi, pensava di terminare quella pratica e poi, verso
le sedici, avrebbe senz'altro potuto fotocopiare i documenti per l'incartamento della
dottoressa Renda; per le diciotto sarebbe uscita dall'ufficio, puntuale come sempre.
Avrebbe sceso undici scalini e poi altri nove e sarebbe stata in metropolitana verso casa,
da sua madre.
- Sua madre era come lei o forse era più giusto dire che Manuela era come sua
madre, entrambe precise e ordinate e soprattutto puntualissime; Manuela ad esempio non era
mai arrivata tardi in ufficio, nemmeno quella mattina del blocco totale dei mezzi
pubblici. La puntualità le piaceva, era una sicurezza.
- Uno strano trambusto carpì la sua attenzione. C'era l'ennesima zingara, con tre
bambini stavolta; uno era piccolissimo, forse un paio d'anni, faceva il giullare davanti a
quattro persone sedute che tentavano di non fargli caso, ma lui cantava canzoncine e
faceva smorfie ridicole usando il bicchiere per l'elemosina come un comune bicchiere e
facendo finta di bersi quei due spiccioli che conteneva. Poi, furbo, lo tendeva come per
offrire l'acqua e lo ritraeva svelto tra le risate generali.
- Lo guardavano tutti ora, anche Manuela.
- Era un bimbo nero di capelli e con due occhietti vispi da presa in giro;
guardandolo veniva voglia di accarezzarlo.
- Il bimbo intanto chiedeva: "Un soddino, uno solo tutto pemmè", e un
signore, che gli aveva detto di non averne almeno tre volte, alla fine cominciò a
frugarsi per bene alla caccia di quell'unico "soddino" e così fecero tutti gli
altri.
- Manuela, con le mani in tasca, si rigirava tra le dita il resto del giornalaio e
mentalmente riconosceva le varie monete: questa era piccola, senz'altro cinquanta lire;
poi c'era quella un po' più grossa, dovevano essere cento lire; un paio pesanti,
probabilmente cinquecento o addirittura mille lire. Passava il polpastrello sulla
zigrinatura delle cinquecento lire e ci giocava con l'unghia avvertendo l'alternanza delle
superfici ruvide e morbide.
- Volse lo sguardo verso il bicchiere del bimbo e meccanicamente contò le monete
che conteneva: otto monete varie e qualche pezzo di carta da mille; un pezzo da diecimila
spiccava tra tutti - regalo senz'altro di una persona che aveva tacitato così ogni
remora.
- Per un attimo si guardò riflessa nel finestrino del treno. Alla sua immagine si
sovrappose quella di sua madre: la stessa piega ai lati della bocca dava a Manuela un
senso di amara maturità.
- Le venne in mente allora di quando lei era così piccola che per dare un bacio a
sua madre doveva allungarsi tutta verso l'alto, e nonostante i piedi guadagnassero quei
pochi centimetri appoggiandosi sulle punte ancora non le riusciva di raggiungerla. Era una
distanza dura a morire, anche oggi che in altezza l'aveva superata da un pezzo!
- D'altra parte aveva avuto così poco tempo da lei, così poco tempo per
confrontarsi, per chiedere consiglio, per essere consolata. Il lavoro, come ora per
Manuela, era sempre stato la cosa più importante.
- Le veniva da piangere, accidenti! Ed erano a Cairoli, mancavano solo due fermate
poi doveva scendere e riprendersi immediatamente, tornare alla normalità.
- Ma c'era quel bambino che ora sembrava guardare solo lei: scrutava le lacrime che
rimanevano impigliate nei suoi occhi. Quello sguardo indagatore la metteva a disagio e la
mancanza di volontà le toglieva il respiro; era come bloccata nei movimenti e la testa
non le suggeriva nulla, nessun pensiero le veniva in aiuto per toglierla da quella
situazione così assurda.
- Era tale l'imbarazzo per quella se stessa così insicura da sentire gli occhi di
tutti che la inchiodavano lì dov'era. Le monete strette a morsa dentro la mano sembravano
bruciare.
- Fuggire. L'ordine partì preciso e perentorio dal cervello e in un attimo arrivò
ai muscoli delle gambe. Un lembo del vestito si incastrò non si sa dove e lei, nella
fretta, lo strappò vistosamente.
- Si guardò dall'alto e si vide così misera, senza più tutte le sue bellissime
sicurezze con cui era partita da casa solo mezz'ora prima. Lesse distrattamente il nome
sul cartello: Duomo. Era arrivata dunque, era scesa proprio alla sua fermata. Era
lì che doveva fermarsi.
- "Una carezza al posto dei soldi" continuava a ripetersi come una specie
di cantilena. La carezza che avrebbe voluto dare a quel bimbo e i soldi che insisteva a
stringere, fino a farsi male. Come era finita lì?
- Un capogiro la colse all'improvviso facendola accasciare con le spalle al muro.
- Chinò la testa per un attimo e cercò di raccogliere i cocci dei suoi pensieri:
sua madre, il lavoro, i vestiti in ordine di colore appesi nell'armadio, le schede
dell'archivio, la professoressa di matematica che la citava come esempio per tutti, i
libri catalogati uno per uno, le scarpe per l'inverno nello scompartimento in basso, la
crema per la notte dietro a quella per il giorno, le cinquantasei doghe della sua
tapparella. In un vortice di colori e oggetti e risposte sensate tutto sembrava investirla
lasciandola sfinita.
- Intanto una signora vestita in modo preciso, ordinato e puntuale le passò
davanti e con uno sguardo pensieroso fece cadere un paio di monete lì ai suoi piedi.
- Manuela si sentì morire. Quel giorno avrebbe fatto tardi per la prima volta.
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- 11/99 - 12/99 - 03/00
- Liliana Rebuzzi
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