- Aprì la porta dell’atelier
- Da sempre affacciata sulla valle
- Che ogni mattina si sveglia
- Al suono dei corni svizzeri
- Carichi di vitalità e sonorità
- Percepiti a chilometri di
distanza
- E salì le scale mangiate ormai
dai tarli
- Sempre più padroni del suo
mondo.
- Osservò a lungo i dipinti
ammassati uno sull’altro
- Senza neanche più andare a
scrutare i particolari nascosti
- Che avevano fatto delle sue tele
beni preziosi
- Troppo spesso divenuti oggetti da
appendere
- Negli appartamenti della società
bene ticinese.
- Per il mondo erano la donna con
il bambino morto,
- Il pasto frugale, le bordel d’Avignon
e
- Adesso sono rettangoli senz’anima.
- Il corno se ne stava lì
- Appeso al muro in silenzio
- Chiuso nella sua disperata
angoscia
- Perché consapevole del fatto che
mai potrà suonare
- Come i suoi compagni più felici
- Che appoggiano le loro basi in
legno di abete
- Sui prati verdi delle vallate
svizzere.
-
- Il Piffa, così era chiamato da
tutti quelli che amavano la pittura e le immagini del Canton
Ticino, era un uomo che non riuscì mai a terminare la cesellatura
del suo corno svizzero. Ed era sempre andato dritto nei suoi
convincimenti, affrontando le situazioni più critiche e per
questo aveva perso, sempre per non morire di rimpianti.
- Cercò in ogni istante della sua
vita di assomigliare a quelle onde gigantesche ed indistruttibili
che vedeva tutti i giorni durante i cinque mesi passati a studiare
il mare e che gli riempirono la testa di capelli bianchi su di un
grande naso, proprio come quello di suo padre, occhi verdi,
sguardo fisso, labbra sottili e sorriso.
- Odiava spalancare il suo mondo
alle persone che venivano a scegliersi i quadri e che arrivavano
davanti alla villa, in cui viveva ormai da più di trent’anni,
con l’intenzione di appropriarsene per vantare un Piffa in casa.
- "Andatevi a prendere le
vostre tele direttamente nelle gallerie d’arte, che tanto qui
sono tutte impolverate e senza cornice", si presentava sempre
con la stessa frase a tutti quelli che si affacciavano al cancello
della villa.
- Ma Carl neanche lo conosceva il
Piffa.
- Se ne stava impalato fuori dal
giardino a guardare un disegno, che ornava l’unico balcone della
facciata principale del palazzo a due piani, quando il Piffa gli
si avvicinò,
- "E’ un pò che la sto
osservando!", disse curioso e poi aggiunse,
- "Cosa guarda?", e Carl
rispose, "sono capre quelle dipinte lassù?".
- I due si fissarono solo per un
attimo, poi il Piffa si sentì le parole in bocca,
- "Vuole venire a vedere il
mio atelier?", e Carl accettò senza batter ciglio.
- Oltrepassò il cancello ed entrò
nel giardino che circonda l’intera villa, come se la cosa fosse
già stata decisa.
- Fu veramente l’unico e l’ultimo.
- "Non far caso al disordine,
sai, ormai non dipingo più da molti anni e raramente vengo
qui", il Piffa si fermò un attimo davanti all’ingresso e
replicò,
- "I tarli si stanno mangiando
tutto!"
- Al pianoterra, appena entrati, c’erano
i suoi ultimi disegni raffiguranti un mondo fittizio, fatto di
rosso spruzzato lì con rassegnazione e violentato da pennellate
color arancio, dai toni aspri e lontani anni luce da quelli scelti
per rendere delicata e lieve la realizzazione della toilette dell’unica
donna amata.
- Al Piffa piaceva circondarsi di
quello che lui chiamava l’ordine irregolare. Le tele si
trovavano sgraziatamente accostate, stese lungo il pavimento e
persino utilizzate per coprire fessure o per tenere aperto uno
sportello.
- Fissarono a lungo i dipinti uno
affianco all’altro. Sul tavolo, che si trovava in mezzo alla
stanza, era appoggiata una testa in gesso con gli occhi
asimmetrici, libri scritti a mano, un telo rosso. Affianco un
cavalletto reggeva un quadro ancora completamente bianco, che dava
l’impressione di essere stato messo lì apposta per divenire il
centro focale di tutto quel caos regolare.
- I due salirono le scale che
portano al primo piano rialzato dell’atelier, lentamente e
silenziosamente quasi volessero evitare di far prevalere le
proprie conoscenze acquisite nei rispettivi studi accademici.
- I rossi, gli aranci buttati sulle
tele e martoriati da lunghe strisce di color nero, utilizzate per
drammatizzare l’evento e sottrarre alla realtà del mondo le
figure dipinte, stridevano fortemente coi toni delicati blu,
verdi, gialli dell’unico quadro rimasto sopra.
- Carl si avvicinò a lei, tolse la
polvere dalla figura e disse,
- "Chi è la modella di questo
dipinto?", e magicamente lo spazio attorno a loro si riempì
del suono potente di un brano. Il corno prese a suonare. Sembrava
impazzito.
- Nelle loro orecchie penetravano
le sonorità di un’intera orchestra che strilla la sua risposta
alle trombe, ai clarinetti, ai sax tenori, con note acutissime
piene di sfumature estasianti. A momenti, nella penombra dell’atelier,
i loro occhi videro il corpo nudo della donna ritratta muoversi
freneticamente con le braccia alzate e le mani a raccogliere i
capelli.
- L’eccitazione sembrava
raggiungere il suo apice. La musica che usciva dal corno, da
sempre inanimato, stava per sfondare le polverose mura di quella
stanza per esplodere con tutta la sua intensità giù in fondo
alle ripide vallate, insieme ai pastori, alle capre danzanti, ai
fauni suonatori di flauto. Poi tutto scese.
- I suoni si fecero soffici e
delicati, quasi malinconici.
- Tutto calò improvvisamente,
proprio quando la forza vitale del magma stava per inghiottire l’intero
spazio. L’eccitazione scemò, le frasi si fecero meno intense, i
groove echi lontani, le pulsazioni più lente. Il Piffa rivolse lo
sguardo alla parete e
- Il corno se ne stava lì
- Appeso al muro in silenzio
- Chiuso nella sua disperata
angoscia.
-
-
- 2
-
- "Sono 4.75 franchi",
Michel ed io pagammo i biglietti d’entrata al museo con la
riduzione, grazie al tesserino scaduto dell’Accademia delle
Belle Arti, frequentata insieme sei anni prima.
- Erano già passati circa due mesi
da quando decisi, insieme al mio migliore amico, di lasciare il
Canton Ticino, dove passai gran parte della mia vita, per andare a
vivere a Caebourg.
- Michel ed io, caro Carl, ci
trovammo un appartamento in affitto a centocinquanta franchi al
mese in una stradina della Caebourg vecchia, tra la Cathédrale,
padrona del punto più alto della città, che sovrasta con le sue
imponenti navate e la rue des libraires. Vivevamo insieme, ma
accadeva spesso di non incontrarci anche per parecchi giorni, per
poi ristabilire in un batter d’occhio il legame inesauribile che
ci univa.
- Erano due giorni che non ci
vedevamo e quando il terzo giorno c’incrociammo sulle scale del
palazzo, sfoggiammo un sorriso di circostanza come due conoscenti
qualsiasi. Per fortuna ci fermammo subito ed iniziammo a ridere
senza riuscire più a smettere.
- Michel era maledettamente folle e
allo stesso tempo pacato. Era capace di starsene giornate intere
rinchiuso in casa con lo sguardo fisso davanti ad una tela bianca,
a pensare soltanto con quale colore dare inizio al suo prossimo
dipinto. Poi si faceva trascinare dal mio entusiasmo.
- Quando chiudevamo la serratura
della porta dimenticava tutto quello che aveva fatto prima e
finiva per essere il più esagerato.
- Una volta uscimmo da casa, la
sera, per andare in un locale cosiddetto "letterario"
sulla Grand Rue, chiamato "fin du siècle".
- Percorremmo con il nostro solito
passo veloce tutta la rue des libraires, svoltammo a destra per la
rue de l’Hotel-de-Ville, che prosegue dritta cambiando nome in
rue des chinoises ed entrammo sulla Grand Rue proprio a metà
corso.
- Michel diceva di essere stanco,
perché il giorno prima aveva attraversato tutta la città per
andare da un tipo che voleva comprare una delle sue tele.
- "Sto impazzendo, cazzo!",
gridò brutalmente e così riprese
- "Mi sembra che più dipingo
male e controvoglia e più la gente compra i miei fottuti
quadri", lo diceva con un fare sconsolato, come se fosse
certo dell'inutilità della verve pittorica.
- "E’ la passione che ci
devi mettere dentro", risposi.
- Ne avevamo parlato centinaia di
volte e più passava il tempo, più m’intestardivo sul fatto che
dovevamo fregarcene delle persone che compravano solo per il
desiderio di possedere un oggetto da appendere ad un chiodo.
- "Il chiodo e il martello
distruggono il fervore con il quale creiamo l’immagine che, sin
dal primo schizzo di vernice steso sulla tela, idealizziamo dentro
di noi", esclamai con tono solenne ed accademico.
- Michel rimase in silenzio e
probabilmente si convinse che fosse giusto non cadere nella pura
esecuzione estetica.
- La sua vera preoccupazione
restava quella di trovare il denaro per l’affitto dell’appartamento.
I soldi ci avrebbe permesso di resistere almeno per un altro mese.
- Eravamo arrivati davanti al
locale.
- Io non mi sentivo per nulla
stanco, anzi, provavo una forte vibrazione che cercava in tutti i
modi di uscire dal mio corpo per crearsi un’immagine reale. Le
persone, che sostavano a gruppi davanti all’entrata del
"fin du siècle", mi osservavano curiose e pronte ad
abbracciarmi, impazienti di fare la mia conoscenza.
- Ad un tratto mi ritrovai in mezzo
ai verdi pascoli delle mie vallate, lasciate a più di trecento
chilometri di distanza.
- Carl, non ci crederai ma rimasi
con gli occhi chiusi per un solo istante e quando li riaprii
Michel era scomparso.
- Non mi stupì. Faceva
assolutamente parte del suo modo di essere.
- Usciva a forza dal suo atelier,
iniziavamo insieme la serata e tornava a casa da solo il giorno
dopo con mille storie strane da raccontare.
- Entrai nel locale intenzionato a
trovare Michel. Chiesi in giro se qualcuno l’avesse visto,
attraversai per intero la sala, mi appoggiai al bancone, ordinai
un bicchiere di rum, senza ghiaccio, e me ne tornai a casa.
- Quando passeggiavo con Michel mi
perdevo talmente a chiacchierare a raffica che non riuscivo mai a
notare quello che mi circondava.
- Sai Carl, a me piaceva da
impazzire osservare!
- Anche se vivevo a Caebourg da
neanche un mese, avevo imparato a conoscere tutti quelli che
abitavano nella parte vecchia della città, che si snoda tra il
fiume e il grande Boulevard de l’archéologie.
- Allo stesso modo mi ero abituato
ad incontrare alcuni personaggi in posti prestabiliti, che
passavano lì in certe ore precise.
- Scrutavo i tratti, i gesti, i
tic, gli umori senza che loro sapessero chi io fossi.
- Piangevo quando la nana di rue du
marché, che se ne stava tutto il giorno seduta affianco al
portone della copropriété, rientrava nel suo appartamento, sola,
per passare le ultime ore della giornata ad aspettare il giorno
dopo e potersene stare lì su quella sedia a guardare la gente
passare. Entravo nell’androne di qualche bordello, affacciato
sulla strada che fiancheggia i giardini pubblici, per gioire con
le tenutarie ogni volta che un cliente usciva dalla stanza,
contento della prestazione della sua ragazza. La puzza di marcio
si mescolava al dolce profumo delle puttane.
- Conoscevo anche le piazze, gli
alberi, i negozi, le nuvole, che sembrava stessero lì da sempre.
- Quando passeggiavo da solo ognuno
di loro mi salutava e mi raccontava quello che gli era successo
durante il giorno.
- "Ciao Piffa! Lo sai che
vogliono costruirmi una fontana al centro che emetterà un getto d’acqua
alto più di centoquaranta metri?", mi pareva dire la piazza
e la fila di alberi rispondere ad unisono,
- "Sei sempre la solita
esagerata, già è tanto se ti mettono una fontanella per far bere
i cani". E mi sembravano risuonare nelle orecchie le risate
fragorose dei negozi che affacciavano le vetrine decorate ed
ordinate sulle ali vecchie e decrepite della piazza, indispettita
da tanto baccano.
- Prima di rientrare in casa non
dimenticavo mai di guardare dritto negli occhi la zuppa di
cipolle, racimolata al bistrot da Lelian le Maudit all’ora di
chiusura, dopo che tutti i clienti avevano mangiato in abbondanza.
- Come ti raccontavo all’inizio
della storia, Carl, erano due giorni che non vedevo Michel, così
per festeggiare al meglio la riunificazione decisi di portarlo al
Museo d’arte, da poco allestito al di là dal Boulevard de l’archéologie,
tra la città vecchia e i periferici quartieri orientali di
Caebourg.
- Rimisi in tasca la tessera dell’Accademia
ed entrai seguito da Michel.
- Ero eccitatissimo all’idea di
poter guardare da vicino i capolavori del passato, sfogliati e
venerati sui manuali di scuola o sulle monografie acquistate in
libreria.
- "Stai preparando
qualcosa?", mi chiese Michel.
- "Cioè? Che cosa vuoi
dire?", risposi sorpreso.
- "Non ti ho visto dipingere
molto ultimamente. Non vorrei che ti fossi scordato come si fa ad
usare il pennello", esclamò scherzando, ma con un giusto
accenno polemico, riferito al fatto che non stavo contribuendo
assolutamente al pagamento dell’affitto. Da lì a poco la
signora, che ci aveva affittato l’appartamento, sarebbe salita
al terzo piano, dove alloggiavamo, per chiederci i centocinquanta
franchi del secondo mese.
- "Ho delle idee in testa, boh!",
gli risposi. Michel pensava di conoscermi bene e mi bruciò così,
- "Tu quando decidi di andare
per musei, significa che stai per scoppiare con qualcuna delle tue
follie", disse sicuro di sé.
- Non feci in tempo a rispondere e
già mi ritrovai a viaggiare su di un toro scalpitante che si
agitava frenetico a destra e a sinistra, scalciando con veemenza e
muovendo impazzito ogni parte del suo corpo.
- Ero quasi riuscito a focalizzare
la figura nuda di una fanciulla, seduta e circondata da due uomini
intenti a discutere tra loro, che mi ritrovavo improvvisamente
davanti ad una scena da circo con un domatore al centro dell’arena
e una ragazza seduta su un cavallo bianco, che girava in circolo a
velocità folle.
- Mi muovevo così rapido da una
sala all’altra del pianterreno che a stento riuscivo ad
impressionare nella mente e ad immagazzinare tutto ciò che
vedevo. Mi sentivo in mezzo ad un vortice, mi facevo trascinare
dall’impulso.
- Andavo avanti, Carl, per non
morire di rimpianti e lo stesso feci per tutta la vita…per non
morire di rimpianti.
- Michel, invece, si comportava
come se fosse stato davanti ad una delle sue tele bianche. Si era
seduto su un divanetto in velluto rosso, uno di quelli utilizzati
all’interno dei musei per dar la possibilità al visitatore di
godersi appieno i particolari dei dipinti preferiti.
- Lui fissava ogni minima crepa,
cercando di trovare anche il più invisibile segreto che, come lui
stesso diceva, era "volutamente nascosto dall’artista".
- Mi avvicinai a Michel.
- Stava osservando un olio su tela
che ritraeva una donna stesa su un sofà, con indosso solamente un
bracciale, un fiocco nero al collo, un paio di scarpe da camera e
un nastro tra i capelli. Aveva lo sguardo fisso, penetrante…
- Michel mi vide arrivare e senza
distogliere gli occhi da quelli della figura dipinta mi fece segno
con la mano di sedermi affianco a lui.
- Io obbedii.
- "Assomiglia a Françoise!",
mi disse.
- "Per me potrebbe essere un
vaso di fiori", risposi io.
- Michel rimase in silenzio.
Pensavo volesse dialogare, al solito, sui diversi modi con cui si
può guardare un’immagine. Anche qui avevamo idee completamente
diverse. Lui amava infilarsi dentro i quadri, cercava di trovare a
tutti i costi una spiegazione. Per me, invece, La Gioconda poteva
essere benissimo una ballerina di cancan o una geisha giapponese.
Sarebbe stato indifferente.
- Michel iniziò a piangere. Rimasi
sorpreso. Mi avvicinai ancor più a lui, ma non mi sembrò subito
opportuno spronarlo a smettere. Lasciai che si sfogasse per
qualche minuto. Continuava a guardare dritto negli occhi la donna
nuda davanti a lui.
- Poi abbassò lo sguardo e si mise
il volto tra le mani.
- "Michel…Michel…",
esclamai, preoccupato per il mio amico e continuai cercando di
capire il motivo che lo rendeva così triste. Gli accarezzai
dolcemente una guancia.
- "Stai ancora pensando a
quella ragazza incontrata al café?"
- "E’ così bella", e
ancora, "non vivo senza di lei…non ci riesco…", mi
rispose.
- "Ma se la conosci
appena!", dissi senza convinzione, posando il mio braccio
sulle sue spalle.
- "Mi è bastato fissarla
negli occhi, come con questo quadro, per capire chi fosse".
- Michel ed io parlavamo raramente
delle ragazze che ci capitava di incontrare in giro per la città.
- In una di quelle notti in cui
tornava tardi, ben più tardi di me, mi aveva raccontato di
Françoise, ma nel dormiveglia non avevo immaginato potesse essere
così importante per lui.
- Michel prese coraggio, smise di
piangere ed iniziò a raccontare tutta la vicenda.
- "Dio mio, come è andata a
finire. Com’è finito tutto!"
- Io rimasi in silenzio per non
disturbare il suo racconto e lui, così, continuò
- "Ci siamo conosciuti una
settimana fa in quel maledetto Café des courses e abbiamo
continuato a frequentarci nello stesso posto tutte le sere
successive. Ieri, invece, avevamo deciso di darci appuntamento di
fronte alla Cathédrale, per andarcene in giro da soli, magari
lungo il fiume, abbracciati e lontani da inutili schiamazzi
notturni. Era la prima volta che ci vedevamo di giorno, in una
piazza illuminata dal sole, e non nel solito café in cui lei
abitualmente s’intratteneva tutte le sere".
- "E venne?", chiesi
dubbioso.
- "Si, era lì prima di me…L’avevo
già notata da lontano. Era in piedi, con la camicia gialla appena
abbottonata sotto il ciondolo che teneva appeso al collo, proprio
come la prima volta che la vidi. Françoise non si accorse che mi
stavo avvicinando a lei".
- Michel smise per un istante di
parlare. Era visibilmente agitato, tanto che si alzò dal
divanetto ed iniziò a camminare, con me al suo fianco,
intenzionato a dirigersi verso la scala che porta al primo piano
del museo. Aveva ancora voglia di sfogarsi.
- "Così la chiamai.
Françoise!", ricominciò a raccontare.
- "E lei?", dissi.
- "Si voltò di scatto verso
di me…Vidi il suo volto…Era più bella del solito…La
distingueva da tutte le altre un’aria dolce e allo stesso tempo
crudele, che mi costringeva a cadere ai suoi piedi."
- "E che cosa accadde?",
esclamai.
- Salimmo insieme le scale e
raggiungemmo la grande sala rettangolare che ospita i capolavori
della pittura europea di inizio secolo.
- "Mi avvicinai a lei
abbastanza da poter sentire il profumo emanato dai suoi lunghi
capelli, intrecciati in uno chignon e la baciai…ma lei rifiutò
abbassando con sgarbo la bocca verso il basso. Restai immobile,
senza voce…", Michel fece una pausa, come per meglio
focalizzare nella sua memoria quel terribile istante, ma riprese
quasi subito.
- "Aspetta un poco, mi
sussurrò Françoise appoggiando la bocca al mio orecchio…così
disse, Piffa, ti rendi conto?"
- Ti assicuro, Carl, che rimasi
impietrito. Non l’avevo mai visto così preoccupato. Finalmente
in quel preciso momento mi stavo rendendo conto quanto fosse
importante averlo vicino a me. Capii che, nonostante ci avessi
impiegato una vita intera, sarei riuscito a diventare con lui una
sola cosa. Proprio così, una vita intera! Avrei unificato le
nostre volontà per liberarlo dalla pressante sottomissione che le
leggi della casualità lo costringevano a vivere questa
incredibile situazione.
- Avrei voluto stringerlo tra le
mie braccia con tutta la forza e tirargli fuori il suo sentimento
verso Françoise per gettarlo lontano da lui, per sempre.
- Michel non me ne diede il tempo,
perché ricominciò, dicendo,
- "C’eravamo baciati il
giorno stesso in cui ci siamo conosciuti al café des courses e ci
siamo visti tutte le sere consecutive. Ci siamo baciati e abbiamo
fatto l’amore…Dio mio che bello"
- "Ma allora perché si è
comportata così?"
- "Non lo so. Sai cosa mi
disse dopo? Che presto sarebbe tornata a Méchant, dove era nata e
vissuta con la madre prima di giungere in città, e che tra noi si
era creata una relazione un po’ troppo superficiale per
diventare veramente importante."
- "Quando ha intenzione di
andare a Méchant?"
- "Partirà fra tre
settimane."
- "Beh, ci si può trasferire
anche noi. Ci troviamo un altro appartamento in affitto, magari
risparmiamo pure…mi piace quel posto, sembra di essere tra le
nostre vallate", dissi con la sola intenzione di farlo almeno
sorridere.
- "Lei mi ama, ne sono certo,
ma crede che il nostro legame sia uno scherzo da café notturno.
Capisci? Un modo per sopravvivere alla solitudine e allo
smarrimento di chi, come noi, è lontano da casa."
- "E tra voi è così?"
- "Non lo so"
- "Ami la sua bellezza?"
- "La amo e basta".
- C’eravamo guardati negli occhi
per tutto il tempo, camminando uno vicino all’altro su e giù
per la grande sala che occupa per intero il primo piano.
- Michel smise di parlare e un
attimo dopo cessammo anche di fissarci per volgere lo sguardo al
dipinto sospeso sulle nostre teste.
- Rappresentava il corso impetuoso
di un fiume, pieno di vitalità e di un’insaziabile vigoria,
prodotta dal desiderio vorticoso dei mille mulinelli, che s’infilavano
tra le alte e strette rocce del suo letto.
- Due case, poste ai lati del
quadro, chiudevano il corso del fiume e lo costringevano a
prendere una direzione ben precisa.
- Le sue acque fredde quasi
lambivano le porte del piccolo borgo e sembrava volessero entrare,
forti dell'irrefrenabile corrente, nelle ripide vie che
l'avrebbero allontanato da un destino predeterminato.
- In effetti, una lontana pianura,
incastrata a forza tra le case, dava l’impressione che il fiume
ce l’avesse fatta a raggiungere la sommità del borgo,
incuneandosi fra i viottoli.
- Soltanto un suono familiare
allontanò la nostra attenzione dal quadro,
- "Piffa! Michel!",
esclamò ad alta voce un ragazzo, che camminava veloce dal fondo
della sala, diretto verso di noi.
- "Ciao Emile!", risposi
alzando il tono della voce per fargli capire che mi ero accorto di
chi fosse. Si avvicinò e ci strinse la mano.
- Emile Ferrand, venticinque anni,
studente alla facoltà di lettere, nato a Caebourg ma vissuto gran
parte della sua esistenza nella campagna circostante, abbandonata
cinque anni prima per tornare, come diceva lui, alle sue
"vere origini", era il mio più accanito sostenitore.
- Lo incontrai, la prima volta, al
bistrot che si trovava proprio di fronte al portone del mio
palazzo. Andavo a mangiare lì quando mi svegliavo tardi la
mattina e non avevo voglia di mettermi a cucinare.
- Gli raccontai del mio
trasferimento dal Canton Ticino a Caebourg e dell’intenzione di
trovare un ambiente in cui poter esprimere liberamente le mie
idee. Gli dissi anche che volevo costringere il mondo intero ad
intuire una volta per tutte il significato della caducità e dell’effimeratezza
della società in cui era avvolto.
- Parlavo con Emile senza freni
inibitori, perché la sua innocenza mi permetteva di renderlo
curioso e attento a qualsiasi argomento da lui mai trattato.
- Non mi lasciò più, nonostante
la mia messianica generosità nascondesse in realtà una cupida
avarizia, un maggior gusto nel prendere che nel dare.
- "Sono così contento di
vedervi", esclamò Emile con voce squillante.
- "Sei solo?", disse
Michel.
- "Sì, oggi non ho lezioni
all’università e ne ho approfittato per venire qua",
rispose Emile.
- "Scommetto che il Piffa ti
ha parlato talmente bene di questo museo che sei stato costretto a
venirci", chiuse il discorso Michel, che subito si era
accorto della predilezione di Emile nei miei confronti e ogni
volta, con un pizzico di malizia, cercava di ricordarglielo.
- Ma Emile era un puro come non se
ne trovavano facilmente nella società "caebourgeois" e
non se ne accorgeva, anzi ogni volta che gli davo la possibilità
di apprendere cose nuove, ne approfittava per elogiarmi senza
mezze misure.
- "Pensate che per andare all’università
da casa mia ci passo davanti tutte le mattine e non mi sono mai
preoccupato di sapere cosa contenesse questo palazzo", disse
Emile senza timore.
- "Quando usciamo tutti
insieme per divertirci un pò?", chiesi rivolto ad entrambi,
con l’intento di cambiare discorso.
- Michel si voltò dall’altra
parte come per non sentire ed Emile fu costretto a rispondere
- "Domani sera mi vedo con gli
amici dell’università in un locale che si trova non lontano
dalla stazione dei treni."
- "Per caso è quel posto dove
organizzano serate di cabaret?"
- "Sì, lo spettacolo inizia
alle nove e mezza. Siete invitati, se vi fa piacere."
- "Come si chiama il
locale?"
- "Au chèvres danceant, ci
sarete?"
- "Sicuro, veniamo! Vero
Michel?", risposi col solito entusiasmo.
- Lui rimase nel suo silenzio in
preda a chissà quali pensieri orrendi.
-
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- 3
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- Lei era vestita completamente di
rosso, con una camicia senza maniche e una gonna lunga quasi fino
ai piedi. Lui era teneramente appoggiato al corpo della giovane
donna. Si trovavano all’interno di una stanza angusta e fredda,
le pareti pitturate di blu e un grande letto bianco appoggiato al
muro con affianco soltanto una sedia. Dalla finestra aperta
s'intravedeva uno sfondo di case multicolori, affrescate con
vernice rossa, bianca e gialla.
- Fu il mio lasciapassare per
continuare a vivere a Caebourg, perlomeno un altro mese.
- "Trecento! Non un franco in
più", esclamò il titolare della galleria d’arte sulla
Grand Rue, trovata grazie ad un'indicazione di Michel, che lì
aveva tentato di vendere senza successo una delle sue tele.
- Era il risultato della mia foga.
Una sera per dipingerlo e un'intera mattinata affinché i colori
pastello si asciugassero.
- Arrivai sulla Grand Rue a piedi,
come al solito, con la mia tela, ancora viva, sotto il braccio. Mi
presentai all’entrata del piccolo negozio completamente bagnato,
per colpa della pioggia incessante. I colori piangevano.
- Entrai e mi rivolsi all’uomo
che era in piedi davanti a me.
- "Salve, vorrei che desse uno
sguardo a questa mia opera, se non le dispiace", dissi
guardando fisso negli occhi la vittima, proprio come fanno i
disoccupati durante un importante colloquio di lavoro.
- "Se la scarti forse riesco a
vederla!", rispose lui bruscamente.
- Feci un segno positivo con la
testa e tolsi la plastica trasparente, utilizzata per non
peggiorare la situazione della tela, ancora visibilmente fresca.
- L’appoggiai a terra, l’uomo
si avvicinò ed iniziò a guardarla con estrema perizia. Storceva
la testa a destra e a sinistra come se stesse osservando un quadro
astratto. A me veniva da ridere, "è solamente un abbraccio.
Imbecille!", avrei voluto dirgli.
- Dopo tanti dubbi e sbuffi, l’appoggiò
su un cavalletto vuoto che aveva esposto davanti all’unica
vetrina del negozio. Mi chiese se la cifra da lui proposta mi
andava bene e lo prese. Sono sicuro che rimase colpito dai colori
brillanti resi tali dalla vernice ancora non asciutta.
- Magari il giorno dopo si sarebbe
ritrovato un quadro sbiadito e smorto. Peggio per lui.
- Tornai a casa, pagai
immediatamente l’affitto e ricominciai a dipingere senza neanche
scendere al bistrot per uno spuntino.
- Carl, non immagini cosa
significasse per uno squattrinato come me aver venduto quell’abbraccio.
- Ricordo che non riuscivo a stare
fermo, mi muovevo frenetico per la stanza, nella quale tenevo gli
attrezzi per dipingere, e guardavo i rimanenti centocinquanta
franchi, tenuti avidamente fra le mani.
- Ero attorniato da un disordine
che, come diceva sempre Michel, rendeva il mio atelier pieno di
gioia. Io lì mi ci trovavo completamente a mio agio, mi faceva
entrare nella giusta ottica, mi permetteva di assecondare i miei
atteggiamenti spontanei.
- Amplificazioni delle espressioni
delle mie emozioni…e tutto rilassato, con la cognizione del
tempo, vibrazioni che trovavano la strada per arrivare fino a me.
- Stavo, in quel preciso istante,
recuperando la vera essenza di una rara felicità. Ruppi il
vincolo.
- Le mie tele erano sparse
dappertutto, per terra, sulle sedie, sul tavolo.
- Michel ancora non era rientrato e
mancavano poco più di venti minuti all’appuntamento con Emile
al cabaret.
- Non me ne preoccupai. Aprii la
finestra ed iniziai a dipingere.
- Presi il pennello, assecondato
dalla febbre del colore, e cominciai, di getto, a materializzare
sulla tela tutto quello che vedevo fuori della stanza, senza
uniformità.
- Buttavo il colore sul cartone
senza ritegno, con violenza, senza passare e ripassare, con tale
rapidità che a stento tenevo dietro al volo dell'immaginazione.
Ero assolutamente concentrato e non mi accorsi dell’arrivo di
Michel.
- Aveva già aperto la porta, si
era tolto l’impermeabile e si era seduto dietro di me chissà da
quanto tempo.
- Mi voltai e posai il pennello.
Aveva uno sguardo raggiante e allo stesso tempo fiero delle sue
convinzioni.
- "Che ti dissi al museo? Sei
riuscito a fottere qualche compratore, vero?", esclamò
sicuro di sé e continuò
- "Ho incontrato l’affittacamere,
mi ha confermato che le hai consegnato l’intera somma. Non male
per un dipinto!"
- "L’ho venduto per trecento
franchi al tipo che sta sulla Grand Rue. E con gli altri
centocinquanta stasera ci giriamo tutti i locali di Caebourg fino
a domani mattina, capito?", risposi quasi con le lacrime agli
occhi per la felicità.
- "A proposito, a che ora ci
dobbiamo incontrare con Emile?"
- "Fra quindici minuti."
- Era la serata giusta per far
distrarre Michel dal pensiero dell’imminente abbandono da parte
di Françoise. La notte per lui non fu migliore del giorno. Passò
tutto il tempo, fino all’alba, appoggiato al davanzale della
finestra, con lo sguardo fisso al cielo plumbeo.
- Il suo letto rimase tale e quale
a come lo aveva lasciato la sera prima, vale a dire assolutamente
intatto. Per non permettere all’oscurità di appropriarsi del
mio migliore amico cercai con tutto me stesso di non
addormentarmi. Senza disturbarlo tenni un occhio aperto tutta la
notte rivolto verso di lui.
- Gli amici, lasciati in Ticino, mi
chiamavano "jouet", perché da piccolo ideavo degli
scherzi talmente divertenti che riuscivano a coinvolgere anche i
bambini più timidi e restii a parteciparvi.
- Così non mi fu difficile
convincere Michel ad organizzare una burla ai danni d’Emile.
- Puntai sul fatto che considerava
il mio rapporto con Emile un pò troppo intimo e quindi, pensai,
non si sarebbe tirato indietro.
- Pianificai il tutto già il
giorno prima, al rientro dal museo. In fondo avrei fatto del bene
ad entrambi.
- La burla consisteva in questo:
come da programma saremmo andati al cabaret con gli amici di Emile
per vedere le ballerine ungheresi che si esibivano a tempo di
valzer. Poi avremmo messo una scusa qualsiasi per allontanarci,
Michel, Emile ed io dal resto del gruppo e poter così attuare il
piano.
- Conoscevo, nella periferia della
città, non lontano dal locale, un capannone abbandonato, pieno di
cianfrusaglie lasciate lì perché senza valore. Mi era capitato
di andarci una volta per recuperare delle vecchie cornici. Avrei
proposto ad Emile di scavalcare il cancello e di introdurci nello
stabile per rubare opere d’arte di valore inestimabile, tenute
da un famoso collezionista d’antichità.
- Sarebbe stato un gioco da ragazzi
perché, una volta entrati, ci saremmo trovati davanti ad una
serranda senza lucchetto. Già tutta questa fase avrebbe,
comunque, messo in apprensione Emile, che fra tutti era quello che
meno amava il rischio. Il bello sarebbe avvenuto dopo.
- Lui non era un grande amatore,
anzi si trovava spesso in difficoltà con le ragazze di città a
causa della sua natura riservata e, diciamo così, bucolica
giacché per quasi vent'anni visse in mezzo ai pascoli con i
genitori.
- Per questo avevo preso contatto
con una ragazza, che lavorava in uno dei tanti bordelli di Rue du
fleuve. Essa per quaranta franchi avrebbe accettato di trovarsi
lì, accompagnata da Michel, e di appartarsi con Emile.
- Era tutto perfetto!
- Una volta usciti dal cabaret,
Michel si sarebbe allontanato con una scusa qualsiasi per andare a
prendere la prostituta e portarla dentro il capannone, prima che
noi giungessimo.
- Per arrivare al "Les
chèvres danceant" bisognava attraversare tutta la città
vecchia, passare il ponte che scavalca il fiume e raggiungere la
stazione centrale dei treni.
- Uscimmo di casa con l’intenzione,
stavolta, di prendere un bus, visto che eravamo già in ritardo e
che a piedi ci avremmo impiegato più di mezz’ora solo per
arrivare al ponte che unisce il centro storico al quartiere Saint
Jacques.
- La fermata dell’autobus era
già affollata. Era smesso di piovere e si era alzato un vento
gelido che costringeva tutti a chiudersi in pesanti cappotti.
Michel indossava un lungo impermeabile nero che lo avvolgeva
completamente, tanto da renderlo quasi irriconoscibile se non
fosse stato per le basette arruffate e per il naso appuntito che
lo distingueva da chiunque altro.
- Arrivò il bus ed entrammo per
primi, facendoci largo tra la folla, senza pagare il biglietto
della corsa.
- I posti a sedere erano già tutti
occupati, così ci sistemammo in fondo alla vettura per restare
perlomeno appoggiati. Il mezzo si riempì, l’autista chiuse le
porte e partì a razzo. Non riuscii a vedere in faccia l’uomo
che sedeva alla guida del pesante bus, ma ti giuro Carl che non
dimenticherò mai quel breve viaggio.
- Sfrecciammo dritti per il grande
boulevard de l’archéologie sulla corsia riservata ai mezzi
pubblici.
- Feci appena in tempo a rendermi
conto di quello che ci stava capitando, che eravamo già arrivati
davanti al Palazzo delle stampe antiche. Voltammo a tutto gas per
rue des italiens senza effettuare fermate, con la gente che
urlava, sbraitava e bestemmiava contro quell’ossesso. Ma lui
andava dritto come un fulmine verso un passaggio pedonale pieno di
gente su per uno stretto vicolo in salita, che ci stava portando
di nuovo sul boulevard appena lasciato, con l’acceleratore al
massimo.
- Quando giungemmo in cima alla
salita feci segno a Michel di stare tranquillo perché sicuramente
avrebbe rallentato un pò per vedere cosa ci fosse oltre il dosso,
invece il pazzo continuò ancora più veloce.
- Scendemmo a capofitto su una di
quelle strade incredibilmente ripide, nei pressi dell’università,
col muso del bus puntato verso il Rond-Point des bastions e quello
schiacciava ancora di più sull’acceleratore!
- Entrammo nella rotatoria, senza
dare precedenza alle altre vetture, con le ruote che sembrava
stessero per cedere a causa della brusca sterzata. Filavamo
sicuramente a più di cento chilometri l’ora senza tregua fino
in fondo al boulevard che porta all’entrata del ponte sul fiume
dove c’era un incrocio fortunatamente sgombero di pedoni ed
esplodemmo con un sobbalzo appena all’intersezione in cui la
strada, passato il ponte, ricomincia a scendere verso rue du
temple.
- Arrivammo davanti all’edificio
sacro con una sterzata che ci schiacciò tutti addosso al fianco
sinistro del mezzo.
- Tutti gridavano per lo spavento,
Michel no!
- Stava incastrato tra un robusto
signore, che cercava senza successo di farsi largo a spintoni per
aumentare lo spazio tra lui e gli altri e una ragazza dallo
sguardo incredulo, con il volto sorridente.
- Sembrava di essere su uno di quei
diabolici macchinari del luna-park, in cui i passeggeri si
lasciavano sobbalzare a destra e a sinistra. E per lo più gratis.
- Un attimo dopo c'involammo su rue
St. Jacques e proprio quando cominciavo a divertirmi eravamo già
arrivati a destinazione.
- "Gare centrale!", urlò
l’autista più pazzo che mi capitò di incontrare.
- Scesi con Michel al mio fianco,
guardai l’ora e rimasi immobile davanti al capolinea del bus,
aspettando che lo spazio attorno a noi due mi permettesse un
qualche ragionamento sensato.
- "Ci vuole un drink! Abbiamo
solo venti minuti di ritardo", esclamai.
- Il bar della stazione faceva
proprio al caso nostro! Era un locale in cui la gente entrava per
bere velocemente una cosa qualsiasi tra una partenza e l’altra.
Era frequentato da anonimi viaggiatori infreddoliti in cerca di
bevande calde, caffè, the oppure dagli habitué della stazione,
cioè tutti coloro che vivevano o meglio cercavano di sopravvivere
in mezzo a quel via vai: i clochard.
- Alcuni di loro si potevano
permettere di pagare e quindi ordinavano con sfrontatezza whiskey
scozzese e cognac delle migliori marche, altri bevevano birra o
vino in cartone. Entrammo nel bar dirigendoci al bancone
affollato.
- "Due bicchieri di rum, per
favore!", gridò Michel alzando la mano per meglio farsi
notare.
- Le persone che si trovavano
davanti si girarono verso di noi con aria di sfida. Eravamo troppo
rilassati.
- Bevemmo alla goccia e ordinammo
il bis. Venticinque minuti di ritardo. Pagai i drink ed uscii dal
bar da solo. Mi girai attorno.
- Michel si era già incamminato
col suo solito passo veloce.
- Cercai di chiamarlo ma l’alcool
aveva fatto subito effetto, così mi misi a correre per
raggiungerlo.
- Lui se n’accorse e mi sfidò ad
una gara.
- "Dai Piffa! A chi arriva per
primo al cabaret"
- Non mi diede neanche il tempo di
prepararmi alla partenza che già era scattato con l’accelerazione
di un felino. Cercai in primo tempo di raggiungerlo con l’intenzione,
poi, di superarlo in dirittura d'arrivo, ma dopo i primi metri
iniziai a barcollare…
- Michel si girò in segno di sfida
e mi esortò a muovermi.
- "Siamo in ritardo.
Forza!", esclamò con voce tremula.
- Cercai di radunare le ultime
forze rimastemi e senza rispondere, per non sprecare inutili
energie, ripresi a correre come un pazzo.
- Le gambe mi si piegavano per lo
sforzo e per le mille risate che mi facevo vedendo come si agitava
Michel.
- Lui prendeva sempre tutto sul
serio!
- Sembrava un maratoneta. Si era
legato l’impermeabile alla vita e aveva alzato le maniche della
camicia per meglio sfruttare il movimento delle braccia. Era
veramente buffo.
- La gente attorno a noi guardava
con curiosità, ma in quel momento non ce ne fregava niente.
- Arrivammo al cabaret delle capre
ansimanti uno affianco all’altro.
- Individuai subito, tra la folla
in attesa per entrare, Emile e i suoi amici dell’università.
- Ci avvicinammo a loro, che per
fortuna erano parecchio avanti alla fila, facendoci spazio tra le
persone. Salutai tutti, uno per uno e lo stesso fece Michel.
- Emile per l’occasione indossava
un vestito nero elegantissimo sotto ad un cappotto in pura lana e
aveva appoggiato in testa un cappello a cilindro, un pò retrò ma
in ogni caso in tinta con il resto.
- Mi veniva già da ridere pensando
al momento in cui l’avrebbe visto la ragazza del bordello.
- "Quando vai a prendere la
prostituta dille che dovrà incontrare un importante uomo della
finanza mondiale", dissi sottovoce a Michel.
- "Sì, così ci chiede più
soldi per la prestazione!", rispose con tono alterato e con
un leggero sorriso.
- Scoppiammo a ridere tra l’incredulità
di chi ci stava vicino.
- Gli amici dell’università mi
parvero, a primo impatto, tutti abbastanza tranquilli. In realtà
mi era capitato già di incontrarne alcuni durante una delle tante
uscite ai café del centro città, ma non avevo la minima idea in
quale precisa situazione avevo avuto modo di conoscerli.
- Emile nel frattempo era arrivato
alla biglietteria e mi fece segno di allungargli i quindici
franchi per l’entrata al locale.
- Prese il ticket per tutti ed
entrammo. Percorremmo un lungo e buio corridoio, con alle pareti
coloratissimi pannelli che sembravano esser stati dipinti in
totale libertà d’ispirazione da artisti differenti in momenti
diversi, e giungemmo nella grande sala, illuminata soltanto dalla
luce delle candele.
- Era affollata di signore dai
grandi cappelli fioriti e da uomini avvolti in lunghe sciarpe
bianche appoggiate su camicie inamidate.
- La luce sembrava avere la sua
sorgente nel colore acceso delle larghe gonne delle ricche signore
e nei lucidi riflessi dei capelli rossi, impreziositi con
striature di tintura nera come dettava l’ultima moda.
- Lo spazio attorno a me appariva
sfocato e in via di dissolvimento.
- Nell’oscurità immensa
folgoranti lampi di luce ravvivavano le mie pupille. Un mondo
intero era lì, fuori di me, ma tutta quell’uniformità mi
offuscava la vista: corpi che svanivano e poi riapparivano, una
lenta pulsazione, un continuo fluire, nessuno spazio all’immaginazione,
le più piccole gocce all’estremo silenzio.
- Michel stavolta si muoveva rapido
tra le coppie danzanti in attesa dello spettacolo, fissando ora un
grande cappello piumato blu indossato con estrema naturalezza da
una ragazza vestita di verde ora la scollatura volgare di una
donna dallo sguardo severo.
- Questa si era accorta di essere
osservata, ma con dispotica indifferenza se ne stava seduta al
tavolo, ostentando una maschera priva d'espressione. Mi girava la
testa.
- Emile e i suoi amici mi avevano
letteralmente accerchiato, facendomi le domande più strane e
bizzarre sul mio modo di vivere, a dir loro alla "bohemienne",
mentre quel pazzo di Michel continuava ad allungarmi drink uno
dopo l’altro, senza tregua.
- Sembrava uno scaricatore del
mercato, solo che invece di passarmi cassette piene di frutta mi
allungava rum e rum e ancora rum.
- "Dai Piffa, raccontagli di
quella volta che la gendarmerie voleva torturarti nella stanza
della suora provetta dentista!", disse Emile, con gli altri
che mi si avvicinarono per meglio sentire, curiosi di conoscere la
storia.
- Era una di quelle favole che
raccontavo quando mi trovavo di fronte a serate noiose e a persone
silenziose, poco disposte a lasciarsi andare.
- Mi succedeva di
"spararle" solo in tali occasioni e siccome le
inventavo, in quel momento proprio non mi veniva in mente nulla.
- Così iniziai ad immaginare,
- "Ero in riva al mare con gli
amici, quelli di sempre! Arrivò la gendarmerie di corsa…nessuno
si mosse. Ci portarono in caserma dove spiegammo l’accaduto, ma
ci veniva da ridere in faccia agli agenti. Lucil fu pregato di
entrare nella stanza numero 13 per subire le angherie della suora.
Poi toccò a me…ma convinsi tutti che non sarebbe stata una buon’idea.
Ci lasciarono andare e tornammo sulla spiaggia."
- "Perché vi hanno portato in
caserma? Che cosa stavate facendo al mare?", disse uno di
loro.
- Non mi veniva più niente da
inventare, allora cercai una conclusione qualsiasi.
- "Era già calato il sole e
un silenzio assoluto ci fece precipitare in un profondo incubo…"
- Gli altri stavano tornando alla
carica, ma per fortuna si spensero le luci, si aprì il sipario e
tutti in sala diressero lo sguardo nel medesimo punto. L’intera
platea fissava incredula il corpo in ombra di una fragile sirena
che si trovava, sola, in piedi sul palco, con le gambe aperte.
- Vidi Michel correre dal bancone
dei drink diretto verso di me. Mi raggiunse, mi aprì con forza la
bocca e mi versò per intero un bicchiere del mio preferito.
- "Beviiii!", esclamò
appena dopo che avevo mandato giù tutto.
- Si riaccesero improvvisamente le
luci delle candele. Il rum più buono che avessi mai assaggiato!
- Uscirono da dietro le quinte le
altre ballerine e coprirono per intero lo spazio occupato dal
palco. La ragazza uscita per prima si posizionò al centro, gridò
a squarciagola una frase in ungherese e partì la musica.
- Tatata tatata tatata taratata
taratata tatata…
- Pampum pampum ratatata ratatata…
- Le larghe gonne bianche,
indossate su lunghe calze nere, erano utilizzate dalle ballerine
per dare movimento allo spettacolo, ora alzandosi mettendo in
mostra le gambe ora abbassandosi slanciando in avanti il busto e
mostrando il décolleté.
- Stridono i violini, restano in
sottofondo le voci…
- Gli stessi signori dei costosi
cappelli e delle lucide giacche, dimenticarono le mogli e si
sbavavano addosso, bramando di possedere quei corpi seminudi.
- Passarono pochi minuti e già
regnava il caos!
- Pam…grrr…pam…grrr…pam…grrr…pampampam…
- La folla, ormai in balìa dello
spettacolo, si muoveva come su un’onda, su e giù lungo la sala
proprio come sull’autobus che ci aveva portato alla stazione
centrale.
- Le gonne vennero sfilate e
buttate in mezzo alla folla assatanata, diventando in pochi
secondi stracci da portare a casa come ricordo.
- Furono slacciate e tolte
lentamente le scarpe, infine le calze nere. Alcuni cercarono di
salire sul palco, ma vennero fermati dal servizio d’ordine che
barricava e proteggeva l’intero corpo di ballo.
- L’eccitazione era al massimo.
Succedeva di tutto: gli uomini erano chi più chi meno in
fibrillazione a causa di tanta bellezza, le signore, indignate,
cercavano di trascinare fuori da quell’orgia i mariti.
- La musica aumentò di volume e
crebbe nel ritmo, fino a diventare assordante. L’orchestra
buttò via le tube, gettò per terra i clarinetti, i violoncelli e
si trasformò in una banda gitana…un groove ossessivo era
ripetuto all’ossesso…
- Folie…fleur…pampampam…repete…pampampam…repete…pampampam…
- Le chitarre e le fisarmoniche
tenevano un ritmo incalzante e lavoravano senza pause per i
discordanti assolo dei violini.
- Si stava per raggiungere l’apice!
- Paramparam…pampampam…paramparam…grà…pampampam…
- Le ragazze ungheresi, che per
tutto il tempo avevano ballato e si erano dimenate sparse senza un
reale ordine, dettato internazionalmente dalle regole del corpo di
danza, si allinearono proprio sul bordo del palco.
- La solita fanciulla gridò l’urlo
di battaglia e le compagne obbedirono, come fanno i soldati all’ordine
di un superiore, togliendosi il reggiseno e restando nude dalla
vita in su.
- Successe l’incredibile! La
massa sfondò le barricate, alcuni caddero altri, invece,
riuscirono a raggiungere il palco.
- La banda perse gli strumenti…i
violini volarono in aria…grà, le percussioni sulle teste di
qualche malcapitato…pam…pam.
- Presi Michel ed Emile, increduli
per quello che stava accadendo, e li spinsi in avanti. Decisi di
salire anch’io insieme con gli altri.
- Michel, ormai completamente
ubriaco, fu il primo a reagire al mio invito cominciando a farsi
largo tra la folla.
- Con un gesto atletico s'involò
come un angelo sul palco e cadde a peso morto sull’unica
ballerina ancora rimasta.
- Tutte le altre erano riuscite
bene o male a scappare in tempo ed evitare il peggio.
- Quella, invece, nel fuggifuggi
era caduta a terra. Sarebbe stata presto assalita se non fosse
stato per Michel che, non so quanto per sua decisione o per un
caso, la salvò.
- Probabilmente fu scambiato per
uno della sicurezza, per questo le persone rimasero immobili,
indecise sul da farsi.
- Salii anch’io sul palco seguito
da Emile e insieme aiutammo la ragazza a rialzarsi.
- Gli assatanati tornarono alla
carica.
- Presi subito una sedia,
utilizzata per la coreografia dello spettacolo, e cominciai a
farla girare sopra la mia testa urlando frasi sconnesse verso
quelli.
- Sinceramente, Carl, non ricordo
bene cosa dissi ma ebbe il suo effetto.
- Gli indiavolati si allontanarono
e cercammo, con la povera ragazza appoggiata sulle nostre spalle,
di raggiungere i camerini, dove si erano barricate le altre
compagne.
- Emile prese coraggio e si mise
tra noi e l’ammasso di gente per creare un varco. Per fortuna l’agonia
finì, entrammo negli spazi occupati dalla compagnia lasciandoci
dietro il caos.
- Le ragazze ci vennero incontro
incredule perché nella confusione non si erano accorte di aver
perso per strada una di loro.
- Stavano già portando fuori i
vestiti e gli attrezzi utilizzati per la scena e andar via di
corsa per evitare un altro assalto.
- Stendemmo la ballerina su una
poltrona e visto che le altre si stavano già prendendo cura di
lei decidemmo di andarcene.
- Un signore alto e ben vestito si
accorse di noi e ci bloccò,
- "Siete stati molto gentili!
Grazie!", e continuò
- "Siete invitati al party che
si terrà all’hôtel du President per festeggiare l’evento."
- Ci guardammo in faccia senza
capire bene cosa intendesse festeggiare dopo quello che era
successo.
- "Va bene! Veniamo
volentieri!", diedi risposta per tutti e tre.
- "Allora salite sull’autobus
con gli altri, che si parte"
- "Ancora un autobus?",
sussurrai nell’orecchio di Michel.
- "Ci siamo scordati dei miei
amici", disse Emile.
- "Hai ragione, ma non
possiamo perderci quest'occasione", risposi.
- "E’ vero, Emile",
aggiunse Michel.
- "Tutti sopra!", urlò l’uomo
alto.
- Salirono tutti: le ballerine, l’orchestra,
l’uomo elegante, la ragazza che avevamo appena salvato.
- L’uomo alla guida del mezzo
stava per chiudere le portiere, ma Emile si decise.
- "Sì, andiamo pure noi"
- Beh, almeno la prima parte del
piano si stava realizzando, visto che eravamo riusciti ad
allontanare Emile dai suoi amici dell’università.
- Nessuno di noi s'immaginava cosa
sarebbe successo dopo. Stavamo in un autobus insieme con un intero
corpo di ballo ungherese!
- Da non crederci, Carl.
- Salimmo e l’autobus partì, ma
stavolta lentamente.
- Non sapevo dove potesse essere l’hôtel,
ma siccome si chiamava "President", si trovava, pensai,
in un posto chic della città.
- Nel bus regnava un’atmosfera
allegra, tutti ridevano e si congratulavano uno con l’altro per
la riuscita dello spettacolo.
- Un suonatore di chitarra
stringeva a sé una ballerina, un violinista chiacchierava
animatamente con il direttore dell’orchestra, Michel passava
senza distinzione da un primo fiato ad una percussione fino alla
più sensuale tra le danzatrici del famoso corpo di ballo
ungherese.
- Sembrava di stare ad una festa,
tutti si conoscevano, tutti si abbracciavano e si scambiavano baci
sulla bocca.
- Non ci mettemmo molto ad arrivare
al President. Il bus entrò con una sola manovra nell’atrio
esterno dell’hôtel e si aprì la porta.
- Michel, Emile ed io scendemmo per
primi, seguiti dal resto della compagnia, poiché occupavamo i
posti immediatamente dietro al sedile dell’autista.
- Un gruppo d’estimatori curiosi
si avvicinarono a noi, immaginando fossimo, che so, i produttori o
i manager della compagnia ed iniziarono a farci i complimenti per
lo spettacolo. Michel ed io c'eravamo subito immedesimati nel
personaggio: firmavamo autografi, rilasciavamo interviste e ci
facevamo fotografare abbracciati ad una delle tante ballerine.
- Lui pareva essere un importante
uomo d’affari, col suo lungo impermeabile nero ed io uno di
quegli scenografi di teatro un po’ stravaganti che si atteggiano
con pose effeminate.
- L’intera compagnia entrò nell’elegantissima
hall dell’hôtel, affollata di persone.
- Le ballerine salirono nelle loro
stanze per cambiarsi d’abito e rilassarsi dopo tanto
"movimento" e noi ci unimmo agli ospiti, i quali si
erano spostati nella grande sala, allestita per festeggiare la
riuscita dello spettacolo.
- "Con chi ho il piacere di
parlare?", mi fece uno che mi si avvicinò intimorito, ma
intenzionato a conoscermi a tutti i costi.
- "Mauriac! E voi?"
- "Io…io…beh, sono stato
invitato dal titolare del cabaret, anche se… non sono dell’ambiente."
- "In effetti, non vi ho mai
visto!", risposi con voce femminile per entrare meglio nel
personaggio.
- "Piacere, Lulu!",
intervenne da dietro Michel con tono esageratamente frivolo.
- Lo guardai in faccia, aveva
cambiato espressione, teneva la bocca chiusa con le labbra all’infuori.
- Non ce la feci. Sbottai a ridere.
E lui serio,
- "Perché ridi, eppure una
volta ti faceva impazzire la mia bocca, Mauriac?"
- L’uomo davanti a noi rimase
impalato, senza dire una parola.
- "E lei cos’ha? Andiamo
Mauriac si vede che quest’uomo non ha gli stessi nostri
gusti."
- Mi dovetti allontanare di corsa
perché stavo morendo dal ridere e mi diressi verso il buffet
offerto dall’hôtel.
- Al barman ordinai, per Michel e
per me, "due bicchieri di rum, del migliore per favore"
- "Dov’è Emile?"
- "Non lo so, quando siamo
entrati l’ho perso di vista."
- "Starà ad importunare
qualcuno, come facciamo noi."
- "Dai, non scherzare! Lo sai
che quello è come un bambino. Non è abituato a queste situazioni
", e aggiunsi, "non vorrei che si fosse cacciato nei
guai."
- Intanto le persone che si
trovavano lì, apposta per conoscere le ballerine, iniziarono ad
agitarsi.
- In cima alla grande scalinata,
che dalle stanze dell’hôtel scendeva fino all'immensa sala in
cui eravamo, si affacciò l’uomo alto con il vestito elegante.
- La sola vista del personaggio
animò gli invitati e costrinse l’intera sala ad un lungo
applauso.
- "Grazie a tutti per essere
qui, stasera!", indugiò un attimo e ripartì l’applauso,
"e un ringraziamento particolare per l’accoglienza che voi
tutti, abitanti di Caebourg, ci avete fatto", altro applauso,
" se sono qui tra voi, in questo stupendo luogo è perché
sono orgoglioso di rappresentare il meraviglioso corpo di ballo
che avete ammirato questa sera al chevres danceant", applauso
e pausa.
- "E volutamente parlo di
corpo di ballo perché le ragazze, che ora scenderanno fra di voi,
sono l’orgoglio della nostra amata nazione: l’Ungheria!",
applauso, "ma ora basta perder tempo, perché loro sono qui!
Ho l’onore di presentarvi, direttamente da Budapest, le
incantevoli e seducenti "libellule", e scattò l’applauso
più lungo del mondo!
- Il frastuono prodotto dal battito
delle mani stava per sfondare i cristalli dei lampadari e i vetri
delle finestre.
- L’uomo iniziò a scendere la
lunga scala, seguito dalle sue ragazze, tutte vestite allo stesso
modo, con magliette attillatissime e gonne rosse a mezza coscia.
Passò la prima, la seconda e via via tutte le altre. Scese anche
la ragazza che avevamo salvato e chi vidi alla fine della sfilata?
- Proprio lui, Emile. Completamente
sbronzo. Affrontava le scale credendo di essere, anche lui, una
bellissima ballerina. Si era tirato su i pantaloni e mostrava le
gambe magre e pelose: che spettacolo!
- "Noi prima scherzavamo, ma
quello fa sul serio! E’ preoccupante, Piffa!"
- Arrivò all’ultimo gradino e s’inchinò
al pubblico che per fortuna non si era accorto minimamente d’Emile,
poiché tutti erano interessati alle ballerine.
- "Emile! Sei ubriaco. Dove
sei stato?"
- "Che dolcezza. Che
eleganza."
- "Che cosa stai
dicendo?"
- "La ballerina, no!"
- "E noi che ci preoccupavamo
di dove fosse andato, Piffa. Quello se ne stava chissà dove a
divertirsi con le ungheresi", disse Michel.
- "Che avete capito! Il tipo
elegante mi ha chiesto di seguirlo nella sua stanza", e poi
"non sai i ringraziamenti! Mi ha anche chiesto se desiderassi
conoscere qualche ragazza"
- "E tu?"
- "Gli ho detto che volevo
parlare con la ballerina che abbiamo salvato, poi ha iniziato ad
offrirmi un drink dopo l’altro"
- "Ci hai parlato con
lei?"
- "No! So soltanto che si
chiama Svetlanka. Vi prego aiutatemi a conoscerla"
- "Beh, vai da lei visto che
ci deve comunque un favore e ci parli"
- Michel la faceva facile, ma Emile
era una frana con le donne. Presi Michel da una parte e gli
sussurrai ad un orecchio,
- "Ormai lo scherzo non
riusciamo più a realizzarlo, quindi aiutiamolo almeno a conoscere
‘sta benedetta Svetlanka, no?"
- Michel fece segno di sì con la
testa, appoggiammo Emile su una poltrona ed andai a cercare la
ragazza.
- Era vicina al buffet, circondata
da quattro o cinque signori, la ballerina, e rideva così
sguaiatamente da attirare l’attenzione dell’intera sala.
- Gli uomini la corteggiavano senza
mezzi termini e lei li osservava mentre si proponevano. Poi uno di
loro l’abbracciò tentando di portarla lontano dagli altri,
mentre un altro la afferrò per un braccio tirandola con forza
verso di lui.
- Emile si alzò dal divano e
rimase in piedi impietrito. Lei si accorse di me, si liberò dalla
morsa prepotente dei due e girò lo sguardo nella mia direzione.
Era il momento di agire.
- "Signorina Svetlanka volevo
complimentarmi per lo spettacolo"
- Lei si avvicinò e mi rispose con
una stretta di mano. Dimenticai subito le pose femminili e l’interpretazione
del famoso scenografo effeminato! Presi la sua mano, dolcemente ma
con decisione, e la baciai. Si fece il vuoto attorno a noi.
- "Si sente meglio?"
- Non parlava la mia lingua, ma
solo un po’ di francese e così mi rispose, "Veux-tu, ce
nuit, baiser?"
- Ci avvicinammo ad un tavolino e
ci sedemmo insieme. Svetlanka mi guardava dritto negli occhi, con
un gomito appoggiato sul tavolo e la mano sulla spalla. Vestito
rosso, maniche lunghe, colletto bianco, enorme cappello
variopinto, grandi labbra rosso fuoco, capelli neri. Aspettava una
risposta, ma mi precedette per non darmi scampo.
- "Dans la chambre numéro 11
entre dix minutes!", mi bisbigliò nell’orecchio e si
allontanò con la stessa sicurezza con cui se era seduta di fronte
a me.
- Che disastro! Non sapevo cosa
fare. La ballerina non era niente male, ma Emile? Raggiunsi i miei
amici ed Emile, che sembrava si fosse ripreso dalla sbornia, mi
chiese
- "Allora, che ti ha
detto?"
- Rimasi per un attimo in silenzio
e così diedi una risposta senza pensarci troppo.
- "Ti aspetta nella stanza
numero undici fra dieci minuti"
- Michel, che fra tutti era quello
che mi conosceva meglio, aveva già capito. Era dotato dello
stesso istinto che ha una madre con i suoi figli, solo che
stavolta non rideva e neanche era turbato.
- "Mi ci vuole qualcosa da
bere"
- Emile era fuori di sé, senza
rendersi ancora conto di quello che sarebbe successo. Si
allontanò in direzione del buffet e mi lasciò solo con Michel.
- "E se quella non ci
sta?"
- "Ma chi la ballerina? Lei
non vede l’ora di portarsi qualcuno a letto. Non hai notato come
si comportava in mezzo a quegli uomini! Stava per sceglierne uno
come si fa con un cofanetto di cioccolatini tutti uguali."
- "Allora perché ha scelto
te?"
- "Per ringraziarmi, no!
Siccome anche Emile l’ha salvata, è lo stesso se ringrazia lui
al posto mio"
- "Sì, forse. Basta che si
comporta bene. Non ne deve aver viste molte di donne"
- "Dai, andiamo a berci
qualcosa con Emile."
- Arrivammo al buffet, ma quello se
n'era già andato. Voleva essere puntuale al suo primo
appuntamento. Bevemmo il solito ed uscimmo all’aperto, in uno
dei due balconi che si affacciavano dalla sala, rivolti verso la
strada.
- Eravamo nella zona settentrionale
della città, era splendido! Dalla sala arrivavano alle nostre
orecchie le parole di una vecchia canzone, che faceva, all’incirca,
così:
-
- A Caebourg eravamo in un piccolo
caffè
- Si potevano ascoltare le melodie
delle chitarre
- Oh, dolcezza, era il Paradiso…
-
- Successe l’impossibile! Le
dolci sonorità del brano vennero sopraffatte dalle urla disperate
di una donna. Guardai dritto in faccia Michel e non ci fu bisogno
di parlare, perché intuimmo subito di chi potessero essere quegli
strilli.
- Rientrammo immediatamente nella
sala che si era del tutto svuotata.
- Gli invitati, le ballerine, i
barman e chissà chi altro si diressero, nel caos totale, verso la
stanza da cui provenivano le urla.
- "Dai Piffa! Cerchiamo di
arrivare prima di loro", mi disse Michel senza far immaginare
nella voce la minima esitazione.
- C'infilammo carponi tra le gambe
impazzite della folla, non ci si capiva più niente, pensavo
soltanto "stavolta non ce la faccio, stavolta non ce la
faccio".
- Raggiunsi l’apice delle scale,
senza sapere bene come e cominciai a chiamare.
- "Emile! Emile!"
- Mi accorsi subito che sarebbe
stato inutile sbirciare nelle stanze, perché bastava seguire le
traiettorie immaginarie degli sguardi delle altre persone per
capire da dove provenissero quelle urla.
- Tutti guardavano nella medesima
direzione.
- Erano gli uomini incontrati al
cabaret, con le stesse giacche eleganti, ma senza le solite mogli.
- Superai tutti e cosa vidi? Un
uomo solo, nudo e sbronzo. Era Emile. Rideva a crepapelle,
indicando con l’autorità di un inquisitore coloro che gli
stavano davanti e allo stesso tempo balzava come un ossesso sul
letto a due piazze, sfruttando il movimento delle molle.
- Saltava a piedi uniti e urlava
frasi sconnesse. Le persone lo osservavano senza intervenire…Immaginati
la scena, Carl.
- La ballerina, invece, si era
rinchiusa nella toilette della suite e con una voce così
stridente da riuscire a coprire le parole esagerate di lui, diceva
"C’est fou, c’est fou!", cercando di attirare l’attenzione
per essere salvata da quella situazione imbarazzante.
- Ero bloccato, non riuscivo a
muovermi, stavo lì con gli altri, anch’essi immobili un pò
perché curiosi di seguire lo spettacolo e un pò perché,
sognando d’essere loro al posto d’Emile, aspettavano un colpo
di scena.
- E il colpo di scena ci fu!
- Emile pareva aver occupato il
posto delle ballerine sul palco. Si dimenava con l’agilità di
una spogliarellista, di quelle che si esibiscono nei loschi e
luridi locali di Rue du fleuve e mostrava senza imbarazzo i
genitali sobbalzanti per l’effetto del molleggiamento.
Intervenni!
- Lo raggiunsi e lo presi sulle mie
spalle, portandolo fuori dalla stanza. Arrivò anche Michel.
- "Fate passare! Per
favore!", e ancora "fate largo, signori, ha bisogno di
aria, deve respirare. Ha perso il senno della ragione, gli capita
spesso!", e controvoglia si aprì un varco che ci permise di
scendere le scale e di raggiungere l’uscita dell’hôtel.
- Appoggiai il mio impermeabile sul
corpo nudo di Emile e lo trascinai fuori della hall, poiché lui
non aveva alcun'intenzione di lasciare il President.
- "Devo
a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e ringraziarlo, ho detto
a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e", scandì Emile facendo
riferimento, presumo, all’uomo che ci aveva invitato. Anzi, una
volta lasciata dietro di noi l’entrata dell’hôtel ne fui
certo. L’uomo alto con il vestito elegante, attorniato dai suoi
due guardaspalle, uscì anche lui e prese a correre, visibilmente
irritato, verso di noi.
- Non c’era tempo da perdere.
- Ripresi Emile sulla mia schiena e
scappai seguito da Michel il quale, abile come sempre, si piazzò
a braccia aperte davanti ai nostri inseguitori e riuscì a
bloccarli con una raffica di parole che solo lui poteva riuscire a
sputare fuori della bocca, neanche fosse un cantante di scat.
Mentre Emile continuava a gridare "eccolo, eccolo! Aspetta
voglio salutarlo!", Michel chiuse il discorso con un
virtuosismo e ce ne andammo.
- Eravamo troppo rilassati per
voltarci…
-
-
-
- 4
- E tu cosa fai? Domandai alla
margherita
- Che saliva dritta dalla fertile
terra
- Nutrita dai macabri resti
- Di una remota sconfitta
- E che così replicò:
- Do la forza, sussurrò la
margherita,
- E il giaciglio alla libellula
- Che si presenta frenetica una
mattina d’estate
- In attesa di una messianica visione
- E con estrema delicatezza
- Appoggia il candido corpo
- E si riposa più che può
- Sul suo fiore preferito.
- Fin quando non vede lei,
- La sua unica ragione di vivere
- Di una sola giornata d’esistenza.
- Un’intera mattina per
corteggiarla
- E un pomeriggio per amarla
- Quando il calore del sole cede al
fresco vento
- Che la sera s’incanala tra le
strette valli
- E teneramente accompagna la donna
amata
- A depositare il frutto dell’amore
- Sulle ferme e paludose acque
- Di un martoriato lago.
- E con lo stesso candore avvolge
nelle sue bianche ali
- Il corpo ormai esanime di lei
- Per appoggiarlo sul loro unico
fiore
- Per un ultimo abbraccio d’amore
- …
- effimero…
-
- Era arrivato il momento di
metterci in viaggio…Michel non diede altre soluzioni alla mia
scelta di portarlo via da Caebourg.
- Il treno delle 12.30 si trovava
già sul binario numero uno della Gare Centrale, pronto in
perfetto orario a riportarci da dove eravamo partiti, per vivere
un’esp