- Aprì la porta dell’atelier
- Da sempre affacciata sulla valle
- Che ogni mattina si sveglia
- Al suono dei corni svizzeri
- Carichi di vitalità e sonorità
- Percepiti a chilometri di
distanza
- E salì le scale mangiate ormai
dai tarli
- Sempre più padroni del suo
mondo.
- Osservò a lungo i dipinti
ammassati uno sull’altro
- Senza neanche più andare a
scrutare i particolari nascosti
- Che avevano fatto delle sue tele
beni preziosi
- Troppo spesso divenuti oggetti da
appendere
- Negli appartamenti della società
bene ticinese.
- Per il mondo erano la donna con
il bambino morto,
- Il pasto frugale, le bordel d’Avignon
e
- Adesso sono rettangoli senz’anima.
- Il corno se ne stava lì
- Appeso al muro in silenzio
- Chiuso nella sua disperata
angoscia
- Perché consapevole del fatto che
mai potrà suonare
- Come i suoi compagni più felici
- Che appoggiano le loro basi in
legno di abete
- Sui prati verdi delle vallate
svizzere.
-
- Il Piffa, così era chiamato da
tutti quelli che amavano la pittura e le immagini del Canton
Ticino, era un uomo che non riuscì mai a terminare la cesellatura
del suo corno svizzero. Ed era sempre andato dritto nei suoi
convincimenti, affrontando le situazioni più critiche e per
questo aveva perso, sempre per non morire di rimpianti.
- Cercò in ogni istante della sua
vita di assomigliare a quelle onde gigantesche ed indistruttibili
che vedeva tutti i giorni durante i cinque mesi passati a studiare
il mare e che gli riempirono la testa di capelli bianchi su di un
grande naso, proprio come quello di suo padre, occhi verdi,
sguardo fisso, labbra sottili e sorriso.
- Odiava spalancare il suo mondo
alle persone che venivano a scegliersi i quadri e che arrivavano
davanti alla villa, in cui viveva ormai da più di trent’anni,
con l’intenzione di appropriarsene per vantare un Piffa in casa.
- "Andatevi a prendere le
vostre tele direttamente nelle gallerie d’arte, che tanto qui
sono tutte impolverate e senza cornice", si presentava sempre
con la stessa frase a tutti quelli che si affacciavano al cancello
della villa.
- Ma Carl neanche lo conosceva il
Piffa.
- Se ne stava impalato fuori dal
giardino a guardare un disegno, che ornava l’unico balcone della
facciata principale del palazzo a due piani, quando il Piffa gli
si avvicinò,
- "E’ un pò che la sto
osservando!", disse curioso e poi aggiunse,
- "Cosa guarda?", e Carl
rispose, "sono capre quelle dipinte lassù?".
- I due si fissarono solo per un
attimo, poi il Piffa si sentì le parole in bocca,
- "Vuole venire a vedere il
mio atelier?", e Carl accettò senza batter ciglio.
- Oltrepassò il cancello ed entrò
nel giardino che circonda l’intera villa, come se la cosa fosse
già stata decisa.
- Fu veramente l’unico e l’ultimo.
- "Non far caso al disordine,
sai, ormai non dipingo più da molti anni e raramente vengo
qui", il Piffa si fermò un attimo davanti all’ingresso e
replicò,
- "I tarli si stanno mangiando
tutto!"
- Al pianoterra, appena entrati, c’erano
i suoi ultimi disegni raffiguranti un mondo fittizio, fatto di
rosso spruzzato lì con rassegnazione e violentato da pennellate
color arancio, dai toni aspri e lontani anni luce da quelli scelti
per rendere delicata e lieve la realizzazione della toilette dell’unica
donna amata.
- Al Piffa piaceva circondarsi di
quello che lui chiamava l’ordine irregolare. Le tele si
trovavano sgraziatamente accostate, stese lungo il pavimento e
persino utilizzate per coprire fessure o per tenere aperto uno
sportello.
- Fissarono a lungo i dipinti uno
affianco all’altro. Sul tavolo, che si trovava in mezzo alla
stanza, era appoggiata una testa in gesso con gli occhi
asimmetrici, libri scritti a mano, un telo rosso. Affianco un
cavalletto reggeva un quadro ancora completamente bianco, che dava
l’impressione di essere stato messo lì apposta per divenire il
centro focale di tutto quel caos regolare.
- I due salirono le scale che
portano al primo piano rialzato dell’atelier, lentamente e
silenziosamente quasi volessero evitare di far prevalere le
proprie conoscenze acquisite nei rispettivi studi accademici.
- I rossi, gli aranci buttati sulle
tele e martoriati da lunghe strisce di color nero, utilizzate per
drammatizzare l’evento e sottrarre alla realtà del mondo le
figure dipinte, stridevano fortemente coi toni delicati blu,
verdi, gialli dell’unico quadro rimasto sopra.
- Carl si avvicinò a lei, tolse la
polvere dalla figura e disse,
- "Chi è la modella di questo
dipinto?", e magicamente lo spazio attorno a loro si riempì
del suono potente di un brano. Il corno prese a suonare. Sembrava
impazzito.
- Nelle loro orecchie penetravano
le sonorità di un’intera orchestra che strilla la sua risposta
alle trombe, ai clarinetti, ai sax tenori, con note acutissime
piene di sfumature estasianti. A momenti, nella penombra dell’atelier,
i loro occhi videro il corpo nudo della donna ritratta muoversi
freneticamente con le braccia alzate e le mani a raccogliere i
capelli.
- L’eccitazione sembrava
raggiungere il suo apice. La musica che usciva dal corno, da
sempre inanimato, stava per sfondare le polverose mura di quella
stanza per esplodere con tutta la sua intensità giù in fondo
alle ripide vallate, insieme ai pastori, alle capre danzanti, ai
fauni suonatori di flauto. Poi tutto scese.
- I suoni si fecero soffici e
delicati, quasi malinconici.
- Tutto calò improvvisamente,
proprio quando la forza vitale del magma stava per inghiottire l’intero
spazio. L’eccitazione scemò, le frasi si fecero meno intense, i
groove echi lontani, le pulsazioni più lente. Il Piffa rivolse lo
sguardo alla parete e
- Il corno se ne stava lì
- Appeso al muro in silenzio
- Chiuso nella sua disperata
angoscia.
-
-
- 2
-
- "Sono 4.75 franchi",
Michel ed io pagammo i biglietti d’entrata al museo con la
riduzione, grazie al tesserino scaduto dell’Accademia delle
Belle Arti, frequentata insieme sei anni prima.
- Erano già passati circa due mesi
da quando decisi, insieme al mio migliore amico, di lasciare il
Canton Ticino, dove passai gran parte della mia vita, per andare a
vivere a Caebourg.
- Michel ed io, caro Carl, ci
trovammo un appartamento in affitto a centocinquanta franchi al
mese in una stradina della Caebourg vecchia, tra la Cathédrale,
padrona del punto più alto della città, che sovrasta con le sue
imponenti navate e la rue des libraires. Vivevamo insieme, ma
accadeva spesso di non incontrarci anche per parecchi giorni, per
poi ristabilire in un batter d’occhio il legame inesauribile che
ci univa.
- Erano due giorni che non ci
vedevamo e quando il terzo giorno c’incrociammo sulle scale del
palazzo, sfoggiammo un sorriso di circostanza come due conoscenti
qualsiasi. Per fortuna ci fermammo subito ed iniziammo a ridere
senza riuscire più a smettere.
- Michel era maledettamente folle e
allo stesso tempo pacato. Era capace di starsene giornate intere
rinchiuso in casa con lo sguardo fisso davanti ad una tela bianca,
a pensare soltanto con quale colore dare inizio al suo prossimo
dipinto. Poi si faceva trascinare dal mio entusiasmo.
- Quando chiudevamo la serratura
della porta dimenticava tutto quello che aveva fatto prima e
finiva per essere il più esagerato.
- Una volta uscimmo da casa, la
sera, per andare in un locale cosiddetto "letterario"
sulla Grand Rue, chiamato "fin du siècle".
- Percorremmo con il nostro solito
passo veloce tutta la rue des libraires, svoltammo a destra per la
rue de l’Hotel-de-Ville, che prosegue dritta cambiando nome in
rue des chinoises ed entrammo sulla Grand Rue proprio a metà
corso.
- Michel diceva di essere stanco,
perché il giorno prima aveva attraversato tutta la città per
andare da un tipo che voleva comprare una delle sue tele.
- "Sto impazzendo, cazzo!",
gridò brutalmente e così riprese
- "Mi sembra che più dipingo
male e controvoglia e più la gente compra i miei fottuti
quadri", lo diceva con un fare sconsolato, come se fosse
certo dell'inutilità della verve pittorica.
- "E’ la passione che ci
devi mettere dentro", risposi.
- Ne avevamo parlato centinaia di
volte e più passava il tempo, più m’intestardivo sul fatto che
dovevamo fregarcene delle persone che compravano solo per il
desiderio di possedere un oggetto da appendere ad un chiodo.
- "Il chiodo e il martello
distruggono il fervore con il quale creiamo l’immagine che, sin
dal primo schizzo di vernice steso sulla tela, idealizziamo dentro
di noi", esclamai con tono solenne ed accademico.
- Michel rimase in silenzio e
probabilmente si convinse che fosse giusto non cadere nella pura
esecuzione estetica.
- La sua vera preoccupazione
restava quella di trovare il denaro per l’affitto dell’appartamento.
I soldi ci avrebbe permesso di resistere almeno per un altro mese.
- Eravamo arrivati davanti al
locale.
- Io non mi sentivo per nulla
stanco, anzi, provavo una forte vibrazione che cercava in tutti i
modi di uscire dal mio corpo per crearsi un’immagine reale. Le
persone, che sostavano a gruppi davanti all’entrata del
"fin du siècle", mi osservavano curiose e pronte ad
abbracciarmi, impazienti di fare la mia conoscenza.
- Ad un tratto mi ritrovai in mezzo
ai verdi pascoli delle mie vallate, lasciate a più di trecento
chilometri di distanza.
- Carl, non ci crederai ma rimasi
con gli occhi chiusi per un solo istante e quando li riaprii
Michel era scomparso.
- Non mi stupì. Faceva
assolutamente parte del suo modo di essere.
- Usciva a forza dal suo atelier,
iniziavamo insieme la serata e tornava a casa da solo il giorno
dopo con mille storie strane da raccontare.
- Entrai nel locale intenzionato a
trovare Michel. Chiesi in giro se qualcuno l’avesse visto,
attraversai per intero la sala, mi appoggiai al bancone, ordinai
un bicchiere di rum, senza ghiaccio, e me ne tornai a casa.
- Quando passeggiavo con Michel mi
perdevo talmente a chiacchierare a raffica che non riuscivo mai a
notare quello che mi circondava.
- Sai Carl, a me piaceva da
impazzire osservare!
- Anche se vivevo a Caebourg da
neanche un mese, avevo imparato a conoscere tutti quelli che
abitavano nella parte vecchia della città, che si snoda tra il
fiume e il grande Boulevard de l’archéologie.
- Allo stesso modo mi ero abituato
ad incontrare alcuni personaggi in posti prestabiliti, che
passavano lì in certe ore precise.
- Scrutavo i tratti, i gesti, i
tic, gli umori senza che loro sapessero chi io fossi.
- Piangevo quando la nana di rue du
marché, che se ne stava tutto il giorno seduta affianco al
portone della copropriété, rientrava nel suo appartamento, sola,
per passare le ultime ore della giornata ad aspettare il giorno
dopo e potersene stare lì su quella sedia a guardare la gente
passare. Entravo nell’androne di qualche bordello, affacciato
sulla strada che fiancheggia i giardini pubblici, per gioire con
le tenutarie ogni volta che un cliente usciva dalla stanza,
contento della prestazione della sua ragazza. La puzza di marcio
si mescolava al dolce profumo delle puttane.
- Conoscevo anche le piazze, gli
alberi, i negozi, le nuvole, che sembrava stessero lì da sempre.
- Quando passeggiavo da solo ognuno
di loro mi salutava e mi raccontava quello che gli era successo
durante il giorno.
- "Ciao Piffa! Lo sai che
vogliono costruirmi una fontana al centro che emetterà un getto d’acqua
alto più di centoquaranta metri?", mi pareva dire la piazza
e la fila di alberi rispondere ad unisono,
- "Sei sempre la solita
esagerata, già è tanto se ti mettono una fontanella per far bere
i cani". E mi sembravano risuonare nelle orecchie le risate
fragorose dei negozi che affacciavano le vetrine decorate ed
ordinate sulle ali vecchie e decrepite della piazza, indispettita
da tanto baccano.
- Prima di rientrare in casa non
dimenticavo mai di guardare dritto negli occhi la zuppa di
cipolle, racimolata al bistrot da Lelian le Maudit all’ora di
chiusura, dopo che tutti i clienti avevano mangiato in abbondanza.
- Come ti raccontavo all’inizio
della storia, Carl, erano due giorni che non vedevo Michel, così
per festeggiare al meglio la riunificazione decisi di portarlo al
Museo d’arte, da poco allestito al di là dal Boulevard de l’archéologie,
tra la città vecchia e i periferici quartieri orientali di
Caebourg.
- Rimisi in tasca la tessera dell’Accademia
ed entrai seguito da Michel.
- Ero eccitatissimo all’idea di
poter guardare da vicino i capolavori del passato, sfogliati e
venerati sui manuali di scuola o sulle monografie acquistate in
libreria.
- "Stai preparando
qualcosa?", mi chiese Michel.
- "Cioè? Che cosa vuoi
dire?", risposi sorpreso.
- "Non ti ho visto dipingere
molto ultimamente. Non vorrei che ti fossi scordato come si fa ad
usare il pennello", esclamò scherzando, ma con un giusto
accenno polemico, riferito al fatto che non stavo contribuendo
assolutamente al pagamento dell’affitto. Da lì a poco la
signora, che ci aveva affittato l’appartamento, sarebbe salita
al terzo piano, dove alloggiavamo, per chiederci i centocinquanta
franchi del secondo mese.
- "Ho delle idee in testa, boh!",
gli risposi. Michel pensava di conoscermi bene e mi bruciò così,
- "Tu quando decidi di andare
per musei, significa che stai per scoppiare con qualcuna delle tue
follie", disse sicuro di sé.
- Non feci in tempo a rispondere e
già mi ritrovai a viaggiare su di un toro scalpitante che si
agitava frenetico a destra e a sinistra, scalciando con veemenza e
muovendo impazzito ogni parte del suo corpo.
- Ero quasi riuscito a focalizzare
la figura nuda di una fanciulla, seduta e circondata da due uomini
intenti a discutere tra loro, che mi ritrovavo improvvisamente
davanti ad una scena da circo con un domatore al centro dell’arena
e una ragazza seduta su un cavallo bianco, che girava in circolo a
velocità folle.
- Mi muovevo così rapido da una
sala all’altra del pianterreno che a stento riuscivo ad
impressionare nella mente e ad immagazzinare tutto ciò che
vedevo. Mi sentivo in mezzo ad un vortice, mi facevo trascinare
dall’impulso.
- Andavo avanti, Carl, per non
morire di rimpianti e lo stesso feci per tutta la vita…per non
morire di rimpianti.
- Michel, invece, si comportava
come se fosse stato davanti ad una delle sue tele bianche. Si era
seduto su un divanetto in velluto rosso, uno di quelli utilizzati
all’interno dei musei per dar la possibilità al visitatore di
godersi appieno i particolari dei dipinti preferiti.
- Lui fissava ogni minima crepa,
cercando di trovare anche il più invisibile segreto che, come lui
stesso diceva, era "volutamente nascosto dall’artista".
- Mi avvicinai a Michel.
- Stava osservando un olio su tela
che ritraeva una donna stesa su un sofà, con indosso solamente un
bracciale, un fiocco nero al collo, un paio di scarpe da camera e
un nastro tra i capelli. Aveva lo sguardo fisso, penetrante…
- Michel mi vide arrivare e senza
distogliere gli occhi da quelli della figura dipinta mi fece segno
con la mano di sedermi affianco a lui.
- Io obbedii.
- "Assomiglia a Françoise!",
mi disse.
- "Per me potrebbe essere un
vaso di fiori", risposi io.
- Michel rimase in silenzio.
Pensavo volesse dialogare, al solito, sui diversi modi con cui si
può guardare un’immagine. Anche qui avevamo idee completamente
diverse. Lui amava infilarsi dentro i quadri, cercava di trovare a
tutti i costi una spiegazione. Per me, invece, La Gioconda poteva
essere benissimo una ballerina di cancan o una geisha giapponese.
Sarebbe stato indifferente.
- Michel iniziò a piangere. Rimasi
sorpreso. Mi avvicinai ancor più a lui, ma non mi sembrò subito
opportuno spronarlo a smettere. Lasciai che si sfogasse per
qualche minuto. Continuava a guardare dritto negli occhi la donna
nuda davanti a lui.
- Poi abbassò lo sguardo e si mise
il volto tra le mani.
- "Michel…Michel…",
esclamai, preoccupato per il mio amico e continuai cercando di
capire il motivo che lo rendeva così triste. Gli accarezzai
dolcemente una guancia.
- "Stai ancora pensando a
quella ragazza incontrata al café?"
- "E’ così bella", e
ancora, "non vivo senza di lei…non ci riesco…", mi
rispose.
- "Ma se la conosci
appena!", dissi senza convinzione, posando il mio braccio
sulle sue spalle.
- "Mi è bastato fissarla
negli occhi, come con questo quadro, per capire chi fosse".
- Michel ed io parlavamo raramente
delle ragazze che ci capitava di incontrare in giro per la città.
- In una di quelle notti in cui
tornava tardi, ben più tardi di me, mi aveva raccontato di
Françoise, ma nel dormiveglia non avevo immaginato potesse essere
così importante per lui.
- Michel prese coraggio, smise di
piangere ed iniziò a raccontare tutta la vicenda.
- "Dio mio, come è andata a
finire. Com’è finito tutto!"
- Io rimasi in silenzio per non
disturbare il suo racconto e lui, così, continuò
- "Ci siamo conosciuti una
settimana fa in quel maledetto Café des courses e abbiamo
continuato a frequentarci nello stesso posto tutte le sere
successive. Ieri, invece, avevamo deciso di darci appuntamento di
fronte alla Cathédrale, per andarcene in giro da soli, magari
lungo il fiume, abbracciati e lontani da inutili schiamazzi
notturni. Era la prima volta che ci vedevamo di giorno, in una
piazza illuminata dal sole, e non nel solito café in cui lei
abitualmente s’intratteneva tutte le sere".
- "E venne?", chiesi
dubbioso.
- "Si, era lì prima di me…L’avevo
già notata da lontano. Era in piedi, con la camicia gialla appena
abbottonata sotto il ciondolo che teneva appeso al collo, proprio
come la prima volta che la vidi. Françoise non si accorse che mi
stavo avvicinando a lei".
- Michel smise per un istante di
parlare. Era visibilmente agitato, tanto che si alzò dal
divanetto ed iniziò a camminare, con me al suo fianco,
intenzionato a dirigersi verso la scala che porta al primo piano
del museo. Aveva ancora voglia di sfogarsi.
- "Così la chiamai.
Françoise!", ricominciò a raccontare.
- "E lei?", dissi.
- "Si voltò di scatto verso
di me…Vidi il suo volto…Era più bella del solito…La
distingueva da tutte le altre un’aria dolce e allo stesso tempo
crudele, che mi costringeva a cadere ai suoi piedi."
- "E che cosa accadde?",
esclamai.
- Salimmo insieme le scale e
raggiungemmo la grande sala rettangolare che ospita i capolavori
della pittura europea di inizio secolo.
- "Mi avvicinai a lei
abbastanza da poter sentire il profumo emanato dai suoi lunghi
capelli, intrecciati in uno chignon e la baciai…ma lei rifiutò
abbassando con sgarbo la bocca verso il basso. Restai immobile,
senza voce…", Michel fece una pausa, come per meglio
focalizzare nella sua memoria quel terribile istante, ma riprese
quasi subito.
- "Aspetta un poco, mi
sussurrò Françoise appoggiando la bocca al mio orecchio…così
disse, Piffa, ti rendi conto?"
- Ti assicuro, Carl, che rimasi
impietrito. Non l’avevo mai visto così preoccupato. Finalmente
in quel preciso momento mi stavo rendendo conto quanto fosse
importante averlo vicino a me. Capii che, nonostante ci avessi
impiegato una vita intera, sarei riuscito a diventare con lui una
sola cosa. Proprio così, una vita intera! Avrei unificato le
nostre volontà per liberarlo dalla pressante sottomissione che le
leggi della casualità lo costringevano a vivere questa
incredibile situazione.
- Avrei voluto stringerlo tra le
mie braccia con tutta la forza e tirargli fuori il suo sentimento
verso Françoise per gettarlo lontano da lui, per sempre.
- Michel non me ne diede il tempo,
perché ricominciò, dicendo,
- "C’eravamo baciati il
giorno stesso in cui ci siamo conosciuti al café des courses e ci
siamo visti tutte le sere consecutive. Ci siamo baciati e abbiamo
fatto l’amore…Dio mio che bello"
- "Ma allora perché si è
comportata così?"
- "Non lo so. Sai cosa mi
disse dopo? Che presto sarebbe tornata a Méchant, dove era nata e
vissuta con la madre prima di giungere in città, e che tra noi si
era creata una relazione un po’ troppo superficiale per
diventare veramente importante."
- "Quando ha intenzione di
andare a Méchant?"
- "Partirà fra tre
settimane."
- "Beh, ci si può trasferire
anche noi. Ci troviamo un altro appartamento in affitto, magari
risparmiamo pure…mi piace quel posto, sembra di essere tra le
nostre vallate", dissi con la sola intenzione di farlo almeno
sorridere.
- "Lei mi ama, ne sono certo,
ma crede che il nostro legame sia uno scherzo da café notturno.
Capisci? Un modo per sopravvivere alla solitudine e allo
smarrimento di chi, come noi, è lontano da casa."
- "E tra voi è così?"
- "Non lo so"
- "Ami la sua bellezza?"
- "La amo e basta".
- C’eravamo guardati negli occhi
per tutto il tempo, camminando uno vicino all’altro su e giù
per la grande sala che occupa per intero il primo piano.
- Michel smise di parlare e un
attimo dopo cessammo anche di fissarci per volgere lo sguardo al
dipinto sospeso sulle nostre teste.
- Rappresentava il corso impetuoso
di un fiume, pieno di vitalità e di un’insaziabile vigoria,
prodotta dal desiderio vorticoso dei mille mulinelli, che s’infilavano
tra le alte e strette rocce del suo letto.
- Due case, poste ai lati del
quadro, chiudevano il corso del fiume e lo costringevano a
prendere una direzione ben precisa.
- Le sue acque fredde quasi
lambivano le porte del piccolo borgo e sembrava volessero entrare,
forti dell'irrefrenabile corrente, nelle ripide vie che
l'avrebbero allontanato da un destino predeterminato.
- In effetti, una lontana pianura,
incastrata a forza tra le case, dava l’impressione che il fiume
ce l’avesse fatta a raggiungere la sommità del borgo,
incuneandosi fra i viottoli.
- Soltanto un suono familiare
allontanò la nostra attenzione dal quadro,
- "Piffa! Michel!",
esclamò ad alta voce un ragazzo, che camminava veloce dal fondo
della sala, diretto verso di noi.
- "Ciao Emile!", risposi
alzando il tono della voce per fargli capire che mi ero accorto di
chi fosse. Si avvicinò e ci strinse la mano.
- Emile Ferrand, venticinque anni,
studente alla facoltà di lettere, nato a Caebourg ma vissuto gran
parte della sua esistenza nella campagna circostante, abbandonata
cinque anni prima per tornare, come diceva lui, alle sue
"vere origini", era il mio più accanito sostenitore.
- Lo incontrai, la prima volta, al
bistrot che si trovava proprio di fronte al portone del mio
palazzo. Andavo a mangiare lì quando mi svegliavo tardi la
mattina e non avevo voglia di mettermi a cucinare.
- Gli raccontai del mio
trasferimento dal Canton Ticino a Caebourg e dell’intenzione di
trovare un ambiente in cui poter esprimere liberamente le mie
idee. Gli dissi anche che volevo costringere il mondo intero ad
intuire una volta per tutte il significato della caducità e dell’effimeratezza
della società in cui era avvolto.
- Parlavo con Emile senza freni
inibitori, perché la sua innocenza mi permetteva di renderlo
curioso e attento a qualsiasi argomento da lui mai trattato.
- Non mi lasciò più, nonostante
la mia messianica generosità nascondesse in realtà una cupida
avarizia, un maggior gusto nel prendere che nel dare.
- "Sono così contento di
vedervi", esclamò Emile con voce squillante.
- "Sei solo?", disse
Michel.
- "Sì, oggi non ho lezioni
all’università e ne ho approfittato per venire qua",
rispose Emile.
- "Scommetto che il Piffa ti
ha parlato talmente bene di questo museo che sei stato costretto a
venirci", chiuse il discorso Michel, che subito si era
accorto della predilezione di Emile nei miei confronti e ogni
volta, con un pizzico di malizia, cercava di ricordarglielo.
- Ma Emile era un puro come non se
ne trovavano facilmente nella società "caebourgeois" e
non se ne accorgeva, anzi ogni volta che gli davo la possibilità
di apprendere cose nuove, ne approfittava per elogiarmi senza
mezze misure.
- "Pensate che per andare all’università
da casa mia ci passo davanti tutte le mattine e non mi sono mai
preoccupato di sapere cosa contenesse questo palazzo", disse
Emile senza timore.
- "Quando usciamo tutti
insieme per divertirci un pò?", chiesi rivolto ad entrambi,
con l’intento di cambiare discorso.
- Michel si voltò dall’altra
parte come per non sentire ed Emile fu costretto a rispondere
- "Domani sera mi vedo con gli
amici dell’università in un locale che si trova non lontano
dalla stazione dei treni."
- "Per caso è quel posto dove
organizzano serate di cabaret?"
- "Sì, lo spettacolo inizia
alle nove e mezza. Siete invitati, se vi fa piacere."
- "Come si chiama il
locale?"
- "Au chèvres danceant, ci
sarete?"
- "Sicuro, veniamo! Vero
Michel?", risposi col solito entusiasmo.
- Lui rimase nel suo silenzio in
preda a chissà quali pensieri orrendi.
-
-
-
- 3
-
- Lei era vestita completamente di
rosso, con una camicia senza maniche e una gonna lunga quasi fino
ai piedi. Lui era teneramente appoggiato al corpo della giovane
donna. Si trovavano all’interno di una stanza angusta e fredda,
le pareti pitturate di blu e un grande letto bianco appoggiato al
muro con affianco soltanto una sedia. Dalla finestra aperta
s'intravedeva uno sfondo di case multicolori, affrescate con
vernice rossa, bianca e gialla.
- Fu il mio lasciapassare per
continuare a vivere a Caebourg, perlomeno un altro mese.
- "Trecento! Non un franco in
più", esclamò il titolare della galleria d’arte sulla
Grand Rue, trovata grazie ad un'indicazione di Michel, che lì
aveva tentato di vendere senza successo una delle sue tele.
- Era il risultato della mia foga.
Una sera per dipingerlo e un'intera mattinata affinché i colori
pastello si asciugassero.
- Arrivai sulla Grand Rue a piedi,
come al solito, con la mia tela, ancora viva, sotto il braccio. Mi
presentai all’entrata del piccolo negozio completamente bagnato,
per colpa della pioggia incessante. I colori piangevano.
- Entrai e mi rivolsi all’uomo
che era in piedi davanti a me.
- "Salve, vorrei che desse uno
sguardo a questa mia opera, se non le dispiace", dissi
guardando fisso negli occhi la vittima, proprio come fanno i
disoccupati durante un importante colloquio di lavoro.
- "Se la scarti forse riesco a
vederla!", rispose lui bruscamente.
- Feci un segno positivo con la
testa e tolsi la plastica trasparente, utilizzata per non
peggiorare la situazione della tela, ancora visibilmente fresca.
- L’appoggiai a terra, l’uomo
si avvicinò ed iniziò a guardarla con estrema perizia. Storceva
la testa a destra e a sinistra come se stesse osservando un quadro
astratto. A me veniva da ridere, "è solamente un abbraccio.
Imbecille!", avrei voluto dirgli.
- Dopo tanti dubbi e sbuffi, l’appoggiò
su un cavalletto vuoto che aveva esposto davanti all’unica
vetrina del negozio. Mi chiese se la cifra da lui proposta mi
andava bene e lo prese. Sono sicuro che rimase colpito dai colori
brillanti resi tali dalla vernice ancora non asciutta.
- Magari il giorno dopo si sarebbe
ritrovato un quadro sbiadito e smorto. Peggio per lui.
- Tornai a casa, pagai
immediatamente l’affitto e ricominciai a dipingere senza neanche
scendere al bistrot per uno spuntino.
- Carl, non immagini cosa
significasse per uno squattrinato come me aver venduto quell’abbraccio.
- Ricordo che non riuscivo a stare
fermo, mi muovevo frenetico per la stanza, nella quale tenevo gli
attrezzi per dipingere, e guardavo i rimanenti centocinquanta
franchi, tenuti avidamente fra le mani.
- Ero attorniato da un disordine
che, come diceva sempre Michel, rendeva il mio atelier pieno di
gioia. Io lì mi ci trovavo completamente a mio agio, mi faceva
entrare nella giusta ottica, mi permetteva di assecondare i miei
atteggiamenti spontanei.
- Amplificazioni delle espressioni
delle mie emozioni…e tutto rilassato, con la cognizione del
tempo, vibrazioni che trovavano la strada per arrivare fino a me.
- Stavo, in quel preciso istante,
recuperando la vera essenza di una rara felicità. Ruppi il
vincolo.
- Le mie tele erano sparse
dappertutto, per terra, sulle sedie, sul tavolo.
- Michel ancora non era rientrato e
mancavano poco più di venti minuti all’appuntamento con Emile
al cabaret.
- Non me ne preoccupai. Aprii la
finestra ed iniziai a dipingere.
- Presi il pennello, assecondato
dalla febbre del colore, e cominciai, di getto, a materializzare
sulla tela tutto quello che vedevo fuori della stanza, senza
uniformità.
- Buttavo il colore sul cartone
senza ritegno, con violenza, senza passare e ripassare, con tale
rapidità che a stento tenevo dietro al volo dell'immaginazione.
Ero assolutamente concentrato e non mi accorsi dell’arrivo di
Michel.
- Aveva già aperto la porta, si
era tolto l’impermeabile e si era seduto dietro di me chissà da
quanto tempo.
- Mi voltai e posai il pennello.
Aveva uno sguardo raggiante e allo stesso tempo fiero delle sue
convinzioni.
- "Che ti dissi al museo? Sei
riuscito a fottere qualche compratore, vero?", esclamò
sicuro di sé e continuò
- "Ho incontrato l’affittacamere,
mi ha confermato che le hai consegnato l’intera somma. Non male
per un dipinto!"
- "L’ho venduto per trecento
franchi al tipo che sta sulla Grand Rue. E con gli altri
centocinquanta stasera ci giriamo tutti i locali di Caebourg fino
a domani mattina, capito?", risposi quasi con le lacrime agli
occhi per la felicità.
- "A proposito, a che ora ci
dobbiamo incontrare con Emile?"
- "Fra quindici minuti."
- Era la serata giusta per far
distrarre Michel dal pensiero dell’imminente abbandono da parte
di Françoise. La notte per lui non fu migliore del giorno. Passò
tutto il tempo, fino all’alba, appoggiato al davanzale della
finestra, con lo sguardo fisso al cielo plumbeo.
- Il suo letto rimase tale e quale
a come lo aveva lasciato la sera prima, vale a dire assolutamente
intatto. Per non permettere all’oscurità di appropriarsi del
mio migliore amico cercai con tutto me stesso di non
addormentarmi. Senza disturbarlo tenni un occhio aperto tutta la
notte rivolto verso di lui.
- Gli amici, lasciati in Ticino, mi
chiamavano "jouet", perché da piccolo ideavo degli
scherzi talmente divertenti che riuscivano a coinvolgere anche i
bambini più timidi e restii a parteciparvi.
- Così non mi fu difficile
convincere Michel ad organizzare una burla ai danni d’Emile.
- Puntai sul fatto che considerava
il mio rapporto con Emile un pò troppo intimo e quindi, pensai,
non si sarebbe tirato indietro.
- Pianificai il tutto già il
giorno prima, al rientro dal museo. In fondo avrei fatto del bene
ad entrambi.
- La burla consisteva in questo:
come da programma saremmo andati al cabaret con gli amici di Emile
per vedere le ballerine ungheresi che si esibivano a tempo di
valzer. Poi avremmo messo una scusa qualsiasi per allontanarci,
Michel, Emile ed io dal resto del gruppo e poter così attuare il
piano.
- Conoscevo, nella periferia della
città, non lontano dal locale, un capannone abbandonato, pieno di
cianfrusaglie lasciate lì perché senza valore. Mi era capitato
di andarci una volta per recuperare delle vecchie cornici. Avrei
proposto ad Emile di scavalcare il cancello e di introdurci nello
stabile per rubare opere d’arte di valore inestimabile, tenute
da un famoso collezionista d’antichità.
- Sarebbe stato un gioco da ragazzi
perché, una volta entrati, ci saremmo trovati davanti ad una
serranda senza lucchetto. Già tutta questa fase avrebbe,
comunque, messo in apprensione Emile, che fra tutti era quello che
meno amava il rischio. Il bello sarebbe avvenuto dopo.
- Lui non era un grande amatore,
anzi si trovava spesso in difficoltà con le ragazze di città a
causa della sua natura riservata e, diciamo così, bucolica
giacché per quasi vent'anni visse in mezzo ai pascoli con i
genitori.
- Per questo avevo preso contatto
con una ragazza, che lavorava in uno dei tanti bordelli di Rue du
fleuve. Essa per quaranta franchi avrebbe accettato di trovarsi
lì, accompagnata da Michel, e di appartarsi con Emile.
- Era tutto perfetto!
- Una volta usciti dal cabaret,
Michel si sarebbe allontanato con una scusa qualsiasi per andare a
prendere la prostituta e portarla dentro il capannone, prima che
noi giungessimo.
- Per arrivare al "Les
chèvres danceant" bisognava attraversare tutta la città
vecchia, passare il ponte che scavalca il fiume e raggiungere la
stazione centrale dei treni.
- Uscimmo di casa con l’intenzione,
stavolta, di prendere un bus, visto che eravamo già in ritardo e
che a piedi ci avremmo impiegato più di mezz’ora solo per
arrivare al ponte che unisce il centro storico al quartiere Saint
Jacques.
- La fermata dell’autobus era
già affollata. Era smesso di piovere e si era alzato un vento
gelido che costringeva tutti a chiudersi in pesanti cappotti.
Michel indossava un lungo impermeabile nero che lo avvolgeva
completamente, tanto da renderlo quasi irriconoscibile se non
fosse stato per le basette arruffate e per il naso appuntito che
lo distingueva da chiunque altro.
- Arrivò il bus ed entrammo per
primi, facendoci largo tra la folla, senza pagare il biglietto
della corsa.
- I posti a sedere erano già tutti
occupati, così ci sistemammo in fondo alla vettura per restare
perlomeno appoggiati. Il mezzo si riempì, l’autista chiuse le
porte e partì a razzo. Non riuscii a vedere in faccia l’uomo
che sedeva alla guida del pesante bus, ma ti giuro Carl che non
dimenticherò mai quel breve viaggio.
- Sfrecciammo dritti per il grande
boulevard de l’archéologie sulla corsia riservata ai mezzi
pubblici.
- Feci appena in tempo a rendermi
conto di quello che ci stava capitando, che eravamo già arrivati
davanti al Palazzo delle stampe antiche. Voltammo a tutto gas per
rue des italiens senza effettuare fermate, con la gente che
urlava, sbraitava e bestemmiava contro quell’ossesso. Ma lui
andava dritto come un fulmine verso un passaggio pedonale pieno di
gente su per uno stretto vicolo in salita, che ci stava portando
di nuovo sul boulevard appena lasciato, con l’acceleratore al
massimo.
- Quando giungemmo in cima alla
salita feci segno a Michel di stare tranquillo perché sicuramente
avrebbe rallentato un pò per vedere cosa ci fosse oltre il dosso,
invece il pazzo continuò ancora più veloce.
- Scendemmo a capofitto su una di
quelle strade incredibilmente ripide, nei pressi dell’università,
col muso del bus puntato verso il Rond-Point des bastions e quello
schiacciava ancora di più sull’acceleratore!
- Entrammo nella rotatoria, senza
dare precedenza alle altre vetture, con le ruote che sembrava
stessero per cedere a causa della brusca sterzata. Filavamo
sicuramente a più di cento chilometri l’ora senza tregua fino
in fondo al boulevard che porta all’entrata del ponte sul fiume
dove c’era un incrocio fortunatamente sgombero di pedoni ed
esplodemmo con un sobbalzo appena all’intersezione in cui la
strada, passato il ponte, ricomincia a scendere verso rue du
temple.
- Arrivammo davanti all’edificio
sacro con una sterzata che ci schiacciò tutti addosso al fianco
sinistro del mezzo.
- Tutti gridavano per lo spavento,
Michel no!
- Stava incastrato tra un robusto
signore, che cercava senza successo di farsi largo a spintoni per
aumentare lo spazio tra lui e gli altri e una ragazza dallo
sguardo incredulo, con il volto sorridente.
- Sembrava di essere su uno di quei
diabolici macchinari del luna-park, in cui i passeggeri si
lasciavano sobbalzare a destra e a sinistra. E per lo più gratis.
- Un attimo dopo c'involammo su rue
St. Jacques e proprio quando cominciavo a divertirmi eravamo già
arrivati a destinazione.
- "Gare centrale!", urlò
l’autista più pazzo che mi capitò di incontrare.
- Scesi con Michel al mio fianco,
guardai l’ora e rimasi immobile davanti al capolinea del bus,
aspettando che lo spazio attorno a noi due mi permettesse un
qualche ragionamento sensato.
- "Ci vuole un drink! Abbiamo
solo venti minuti di ritardo", esclamai.
- Il bar della stazione faceva
proprio al caso nostro! Era un locale in cui la gente entrava per
bere velocemente una cosa qualsiasi tra una partenza e l’altra.
Era frequentato da anonimi viaggiatori infreddoliti in cerca di
bevande calde, caffè, the oppure dagli habitué della stazione,
cioè tutti coloro che vivevano o meglio cercavano di sopravvivere
in mezzo a quel via vai: i clochard.
- Alcuni di loro si potevano
permettere di pagare e quindi ordinavano con sfrontatezza whiskey
scozzese e cognac delle migliori marche, altri bevevano birra o
vino in cartone. Entrammo nel bar dirigendoci al bancone
affollato.
- "Due bicchieri di rum, per
favore!", gridò Michel alzando la mano per meglio farsi
notare.
- Le persone che si trovavano
davanti si girarono verso di noi con aria di sfida. Eravamo troppo
rilassati.
- Bevemmo alla goccia e ordinammo
il bis. Venticinque minuti di ritardo. Pagai i drink ed uscii dal
bar da solo. Mi girai attorno.
- Michel si era già incamminato
col suo solito passo veloce.
- Cercai di chiamarlo ma l’alcool
aveva fatto subito effetto, così mi misi a correre per
raggiungerlo.
- Lui se n’accorse e mi sfidò ad
una gara.
- "Dai Piffa! A chi arriva per
primo al cabaret"
- Non mi diede neanche il tempo di
prepararmi alla partenza che già era scattato con l’accelerazione
di un felino. Cercai in primo tempo di raggiungerlo con l’intenzione,
poi, di superarlo in dirittura d'arrivo, ma dopo i primi metri
iniziai a barcollare…
- Michel si girò in segno di sfida
e mi esortò a muovermi.
- "Siamo in ritardo.
Forza!", esclamò con voce tremula.
- Cercai di radunare le ultime
forze rimastemi e senza rispondere, per non sprecare inutili
energie, ripresi a correre come un pazzo.
- Le gambe mi si piegavano per lo
sforzo e per le mille risate che mi facevo vedendo come si agitava
Michel.
- Lui prendeva sempre tutto sul
serio!
- Sembrava un maratoneta. Si era
legato l’impermeabile alla vita e aveva alzato le maniche della
camicia per meglio sfruttare il movimento delle braccia. Era
veramente buffo.
- La gente attorno a noi guardava
con curiosità, ma in quel momento non ce ne fregava niente.
- Arrivammo al cabaret delle capre
ansimanti uno affianco all’altro.
- Individuai subito, tra la folla
in attesa per entrare, Emile e i suoi amici dell’università.
- Ci avvicinammo a loro, che per
fortuna erano parecchio avanti alla fila, facendoci spazio tra le
persone. Salutai tutti, uno per uno e lo stesso fece Michel.
- Emile per l’occasione indossava
un vestito nero elegantissimo sotto ad un cappotto in pura lana e
aveva appoggiato in testa un cappello a cilindro, un pò retrò ma
in ogni caso in tinta con il resto.
- Mi veniva già da ridere pensando
al momento in cui l’avrebbe visto la ragazza del bordello.
- "Quando vai a prendere la
prostituta dille che dovrà incontrare un importante uomo della
finanza mondiale", dissi sottovoce a Michel.
- "Sì, così ci chiede più
soldi per la prestazione!", rispose con tono alterato e con
un leggero sorriso.
- Scoppiammo a ridere tra l’incredulità
di chi ci stava vicino.
- Gli amici dell’università mi
parvero, a primo impatto, tutti abbastanza tranquilli. In realtà
mi era capitato già di incontrarne alcuni durante una delle tante
uscite ai café del centro città, ma non avevo la minima idea in
quale precisa situazione avevo avuto modo di conoscerli.
- Emile nel frattempo era arrivato
alla biglietteria e mi fece segno di allungargli i quindici
franchi per l’entrata al locale.
- Prese il ticket per tutti ed
entrammo. Percorremmo un lungo e buio corridoio, con alle pareti
coloratissimi pannelli che sembravano esser stati dipinti in
totale libertà d’ispirazione da artisti differenti in momenti
diversi, e giungemmo nella grande sala, illuminata soltanto dalla
luce delle candele.
- Era affollata di signore dai
grandi cappelli fioriti e da uomini avvolti in lunghe sciarpe
bianche appoggiate su camicie inamidate.
- La luce sembrava avere la sua
sorgente nel colore acceso delle larghe gonne delle ricche signore
e nei lucidi riflessi dei capelli rossi, impreziositi con
striature di tintura nera come dettava l’ultima moda.
- Lo spazio attorno a me appariva
sfocato e in via di dissolvimento.
- Nell’oscurità immensa
folgoranti lampi di luce ravvivavano le mie pupille. Un mondo
intero era lì, fuori di me, ma tutta quell’uniformità mi
offuscava la vista: corpi che svanivano e poi riapparivano, una
lenta pulsazione, un continuo fluire, nessuno spazio all’immaginazione,
le più piccole gocce all’estremo silenzio.
- Michel stavolta si muoveva rapido
tra le coppie danzanti in attesa dello spettacolo, fissando ora un
grande cappello piumato blu indossato con estrema naturalezza da
una ragazza vestita di verde ora la scollatura volgare di una
donna dallo sguardo severo.
- Questa si era accorta di essere
osservata, ma con dispotica indifferenza se ne stava seduta al
tavolo, ostentando una maschera priva d'espressione. Mi girava la
testa.
- Emile e i suoi amici mi avevano
letteralmente accerchiato, facendomi le domande più strane e
bizzarre sul mio modo di vivere, a dir loro alla "bohemienne",
mentre quel pazzo di Michel continuava ad allungarmi drink uno
dopo l’altro, senza tregua.
- Sembrava uno scaricatore del
mercato, solo che invece di passarmi cassette piene di frutta mi
allungava rum e rum e ancora rum.
- "Dai Piffa, raccontagli di
quella volta che la gendarmerie voleva torturarti nella stanza
della suora provetta dentista!", disse Emile, con gli altri
che mi si avvicinarono per meglio sentire, curiosi di conoscere la
storia.
- Era una di quelle favole che
raccontavo quando mi trovavo di fronte a serate noiose e a persone
silenziose, poco disposte a lasciarsi andare.
- Mi succedeva di
"spararle" solo in tali occasioni e siccome le
inventavo, in quel momento proprio non mi veniva in mente nulla.
- Così iniziai ad immaginare,
- "Ero in riva al mare con gli
amici, quelli di sempre! Arrivò la gendarmerie di corsa…nessuno
si mosse. Ci portarono in caserma dove spiegammo l’accaduto, ma
ci veniva da ridere in faccia agli agenti. Lucil fu pregato di
entrare nella stanza numero 13 per subire le angherie della suora.
Poi toccò a me…ma convinsi tutti che non sarebbe stata una buon’idea.
Ci lasciarono andare e tornammo sulla spiaggia."
- "Perché vi hanno portato in
caserma? Che cosa stavate facendo al mare?", disse uno di
loro.
- Non mi veniva più niente da
inventare, allora cercai una conclusione qualsiasi.
- "Era già calato il sole e
un silenzio assoluto ci fece precipitare in un profondo incubo…"
- Gli altri stavano tornando alla
carica, ma per fortuna si spensero le luci, si aprì il sipario e
tutti in sala diressero lo sguardo nel medesimo punto. L’intera
platea fissava incredula il corpo in ombra di una fragile sirena
che si trovava, sola, in piedi sul palco, con le gambe aperte.
- Vidi Michel correre dal bancone
dei drink diretto verso di me. Mi raggiunse, mi aprì con forza la
bocca e mi versò per intero un bicchiere del mio preferito.
- "Beviiii!", esclamò
appena dopo che avevo mandato giù tutto.
- Si riaccesero improvvisamente le
luci delle candele. Il rum più buono che avessi mai assaggiato!
- Uscirono da dietro le quinte le
altre ballerine e coprirono per intero lo spazio occupato dal
palco. La ragazza uscita per prima si posizionò al centro, gridò
a squarciagola una frase in ungherese e partì la musica.
- Tatata tatata tatata taratata
taratata tatata…
- Pampum pampum ratatata ratatata…
- Le larghe gonne bianche,
indossate su lunghe calze nere, erano utilizzate dalle ballerine
per dare movimento allo spettacolo, ora alzandosi mettendo in
mostra le gambe ora abbassandosi slanciando in avanti il busto e
mostrando il décolleté.
- Stridono i violini, restano in
sottofondo le voci…
- Gli stessi signori dei costosi
cappelli e delle lucide giacche, dimenticarono le mogli e si
sbavavano addosso, bramando di possedere quei corpi seminudi.
- Passarono pochi minuti e già
regnava il caos!
- Pam…grrr…pam…grrr…pam…grrr…pampampam…
- La folla, ormai in balìa dello
spettacolo, si muoveva come su un’onda, su e giù lungo la sala
proprio come sull’autobus che ci aveva portato alla stazione
centrale.
- Le gonne vennero sfilate e
buttate in mezzo alla folla assatanata, diventando in pochi
secondi stracci da portare a casa come ricordo.
- Furono slacciate e tolte
lentamente le scarpe, infine le calze nere. Alcuni cercarono di
salire sul palco, ma vennero fermati dal servizio d’ordine che
barricava e proteggeva l’intero corpo di ballo.
- L’eccitazione era al massimo.
Succedeva di tutto: gli uomini erano chi più chi meno in
fibrillazione a causa di tanta bellezza, le signore, indignate,
cercavano di trascinare fuori da quell’orgia i mariti.
- La musica aumentò di volume e
crebbe nel ritmo, fino a diventare assordante. L’orchestra
buttò via le tube, gettò per terra i clarinetti, i violoncelli e
si trasformò in una banda gitana…un groove ossessivo era
ripetuto all’ossesso…
- Folie…fleur…pampampam…repete…pampampam…repete…pampampam…
- Le chitarre e le fisarmoniche
tenevano un ritmo incalzante e lavoravano senza pause per i
discordanti assolo dei violini.
- Si stava per raggiungere l’apice!
- Paramparam…pampampam…paramparam…grà…pampampam…
- Le ragazze ungheresi, che per
tutto il tempo avevano ballato e si erano dimenate sparse senza un
reale ordine, dettato internazionalmente dalle regole del corpo di
danza, si allinearono proprio sul bordo del palco.
- La solita fanciulla gridò l’urlo
di battaglia e le compagne obbedirono, come fanno i soldati all’ordine
di un superiore, togliendosi il reggiseno e restando nude dalla
vita in su.
- Successe l’incredibile! La
massa sfondò le barricate, alcuni caddero altri, invece,
riuscirono a raggiungere il palco.
- La banda perse gli strumenti…i
violini volarono in aria…grà, le percussioni sulle teste di
qualche malcapitato…pam…pam.
- Presi Michel ed Emile, increduli
per quello che stava accadendo, e li spinsi in avanti. Decisi di
salire anch’io insieme con gli altri.
- Michel, ormai completamente
ubriaco, fu il primo a reagire al mio invito cominciando a farsi
largo tra la folla.
- Con un gesto atletico s'involò
come un angelo sul palco e cadde a peso morto sull’unica
ballerina ancora rimasta.
- Tutte le altre erano riuscite
bene o male a scappare in tempo ed evitare il peggio.
- Quella, invece, nel fuggifuggi
era caduta a terra. Sarebbe stata presto assalita se non fosse
stato per Michel che, non so quanto per sua decisione o per un
caso, la salvò.
- Probabilmente fu scambiato per
uno della sicurezza, per questo le persone rimasero immobili,
indecise sul da farsi.
- Salii anch’io sul palco seguito
da Emile e insieme aiutammo la ragazza a rialzarsi.
- Gli assatanati tornarono alla
carica.
- Presi subito una sedia,
utilizzata per la coreografia dello spettacolo, e cominciai a
farla girare sopra la mia testa urlando frasi sconnesse verso
quelli.
- Sinceramente, Carl, non ricordo
bene cosa dissi ma ebbe il suo effetto.
- Gli indiavolati si allontanarono
e cercammo, con la povera ragazza appoggiata sulle nostre spalle,
di raggiungere i camerini, dove si erano barricate le altre
compagne.
- Emile prese coraggio e si mise
tra noi e l’ammasso di gente per creare un varco. Per fortuna l’agonia
finì, entrammo negli spazi occupati dalla compagnia lasciandoci
dietro il caos.
- Le ragazze ci vennero incontro
incredule perché nella confusione non si erano accorte di aver
perso per strada una di loro.
- Stavano già portando fuori i
vestiti e gli attrezzi utilizzati per la scena e andar via di
corsa per evitare un altro assalto.
- Stendemmo la ballerina su una
poltrona e visto che le altre si stavano già prendendo cura di
lei decidemmo di andarcene.
- Un signore alto e ben vestito si
accorse di noi e ci bloccò,
- "Siete stati molto gentili!
Grazie!", e continuò
- "Siete invitati al party che
si terrà all’hôtel du President per festeggiare l’evento."
- Ci guardammo in faccia senza
capire bene cosa intendesse festeggiare dopo quello che era
successo.
- "Va bene! Veniamo
volentieri!", diedi risposta per tutti e tre.
- "Allora salite sull’autobus
con gli altri, che si parte"
- "Ancora un autobus?",
sussurrai nell’orecchio di Michel.
- "Ci siamo scordati dei miei
amici", disse Emile.
- "Hai ragione, ma non
possiamo perderci quest'occasione", risposi.
- "E’ vero, Emile",
aggiunse Michel.
- "Tutti sopra!", urlò l’uomo
alto.
- Salirono tutti: le ballerine, l’orchestra,
l’uomo elegante, la ragazza che avevamo appena salvato.
- L’uomo alla guida del mezzo
stava per chiudere le portiere, ma Emile si decise.
- "Sì, andiamo pure noi"
- Beh, almeno la prima parte del
piano si stava realizzando, visto che eravamo riusciti ad
allontanare Emile dai suoi amici dell’università.
- Nessuno di noi s'immaginava cosa
sarebbe successo dopo. Stavamo in un autobus insieme con un intero
corpo di ballo ungherese!
- Da non crederci, Carl.
- Salimmo e l’autobus partì, ma
stavolta lentamente.
- Non sapevo dove potesse essere l’hôtel,
ma siccome si chiamava "President", si trovava, pensai,
in un posto chic della città.
- Nel bus regnava un’atmosfera
allegra, tutti ridevano e si congratulavano uno con l’altro per
la riuscita dello spettacolo.
- Un suonatore di chitarra
stringeva a sé una ballerina, un violinista chiacchierava
animatamente con il direttore dell’orchestra, Michel passava
senza distinzione da un primo fiato ad una percussione fino alla
più sensuale tra le danzatrici del famoso corpo di ballo
ungherese.
- Sembrava di stare ad una festa,
tutti si conoscevano, tutti si abbracciavano e si scambiavano baci
sulla bocca.
- Non ci mettemmo molto ad arrivare
al President. Il bus entrò con una sola manovra nell’atrio
esterno dell’hôtel e si aprì la porta.
- Michel, Emile ed io scendemmo per
primi, seguiti dal resto della compagnia, poiché occupavamo i
posti immediatamente dietro al sedile dell’autista.
- Un gruppo d’estimatori curiosi
si avvicinarono a noi, immaginando fossimo, che so, i produttori o
i manager della compagnia ed iniziarono a farci i complimenti per
lo spettacolo. Michel ed io c'eravamo subito immedesimati nel
personaggio: firmavamo autografi, rilasciavamo interviste e ci
facevamo fotografare abbracciati ad una delle tante ballerine.
- Lui pareva essere un importante
uomo d’affari, col suo lungo impermeabile nero ed io uno di
quegli scenografi di teatro un po’ stravaganti che si atteggiano
con pose effeminate.
- L’intera compagnia entrò nell’elegantissima
hall dell’hôtel, affollata di persone.
- Le ballerine salirono nelle loro
stanze per cambiarsi d’abito e rilassarsi dopo tanto
"movimento" e noi ci unimmo agli ospiti, i quali si
erano spostati nella grande sala, allestita per festeggiare la
riuscita dello spettacolo.
- "Con chi ho il piacere di
parlare?", mi fece uno che mi si avvicinò intimorito, ma
intenzionato a conoscermi a tutti i costi.
- "Mauriac! E voi?"
- "Io…io…beh, sono stato
invitato dal titolare del cabaret, anche se… non sono dell’ambiente."
- "In effetti, non vi ho mai
visto!", risposi con voce femminile per entrare meglio nel
personaggio.
- "Piacere, Lulu!",
intervenne da dietro Michel con tono esageratamente frivolo.
- Lo guardai in faccia, aveva
cambiato espressione, teneva la bocca chiusa con le labbra all’infuori.
- Non ce la feci. Sbottai a ridere.
E lui serio,
- "Perché ridi, eppure una
volta ti faceva impazzire la mia bocca, Mauriac?"
- L’uomo davanti a noi rimase
impalato, senza dire una parola.
- "E lei cos’ha? Andiamo
Mauriac si vede che quest’uomo non ha gli stessi nostri
gusti."
- Mi dovetti allontanare di corsa
perché stavo morendo dal ridere e mi diressi verso il buffet
offerto dall’hôtel.
- Al barman ordinai, per Michel e
per me, "due bicchieri di rum, del migliore per favore"
- "Dov’è Emile?"
- "Non lo so, quando siamo
entrati l’ho perso di vista."
- "Starà ad importunare
qualcuno, come facciamo noi."
- "Dai, non scherzare! Lo sai
che quello è come un bambino. Non è abituato a queste situazioni
", e aggiunsi, "non vorrei che si fosse cacciato nei
guai."
- Intanto le persone che si
trovavano lì, apposta per conoscere le ballerine, iniziarono ad
agitarsi.
- In cima alla grande scalinata,
che dalle stanze dell’hôtel scendeva fino all'immensa sala in
cui eravamo, si affacciò l’uomo alto con il vestito elegante.
- La sola vista del personaggio
animò gli invitati e costrinse l’intera sala ad un lungo
applauso.
- "Grazie a tutti per essere
qui, stasera!", indugiò un attimo e ripartì l’applauso,
"e un ringraziamento particolare per l’accoglienza che voi
tutti, abitanti di Caebourg, ci avete fatto", altro applauso,
" se sono qui tra voi, in questo stupendo luogo è perché
sono orgoglioso di rappresentare il meraviglioso corpo di ballo
che avete ammirato questa sera al chevres danceant", applauso
e pausa.
- "E volutamente parlo di
corpo di ballo perché le ragazze, che ora scenderanno fra di voi,
sono l’orgoglio della nostra amata nazione: l’Ungheria!",
applauso, "ma ora basta perder tempo, perché loro sono qui!
Ho l’onore di presentarvi, direttamente da Budapest, le
incantevoli e seducenti "libellule", e scattò l’applauso
più lungo del mondo!
- Il frastuono prodotto dal battito
delle mani stava per sfondare i cristalli dei lampadari e i vetri
delle finestre.
- L’uomo iniziò a scendere la
lunga scala, seguito dalle sue ragazze, tutte vestite allo stesso
modo, con magliette attillatissime e gonne rosse a mezza coscia.
Passò la prima, la seconda e via via tutte le altre. Scese anche
la ragazza che avevamo salvato e chi vidi alla fine della sfilata?
- Proprio lui, Emile. Completamente
sbronzo. Affrontava le scale credendo di essere, anche lui, una
bellissima ballerina. Si era tirato su i pantaloni e mostrava le
gambe magre e pelose: che spettacolo!
- "Noi prima scherzavamo, ma
quello fa sul serio! E’ preoccupante, Piffa!"
- Arrivò all’ultimo gradino e s’inchinò
al pubblico che per fortuna non si era accorto minimamente d’Emile,
poiché tutti erano interessati alle ballerine.
- "Emile! Sei ubriaco. Dove
sei stato?"
- "Che dolcezza. Che
eleganza."
- "Che cosa stai
dicendo?"
- "La ballerina, no!"
- "E noi che ci preoccupavamo
di dove fosse andato, Piffa. Quello se ne stava chissà dove a
divertirsi con le ungheresi", disse Michel.
- "Che avete capito! Il tipo
elegante mi ha chiesto di seguirlo nella sua stanza", e poi
"non sai i ringraziamenti! Mi ha anche chiesto se desiderassi
conoscere qualche ragazza"
- "E tu?"
- "Gli ho detto che volevo
parlare con la ballerina che abbiamo salvato, poi ha iniziato ad
offrirmi un drink dopo l’altro"
- "Ci hai parlato con
lei?"
- "No! So soltanto che si
chiama Svetlanka. Vi prego aiutatemi a conoscerla"
- "Beh, vai da lei visto che
ci deve comunque un favore e ci parli"
- Michel la faceva facile, ma Emile
era una frana con le donne. Presi Michel da una parte e gli
sussurrai ad un orecchio,
- "Ormai lo scherzo non
riusciamo più a realizzarlo, quindi aiutiamolo almeno a conoscere
‘sta benedetta Svetlanka, no?"
- Michel fece segno di sì con la
testa, appoggiammo Emile su una poltrona ed andai a cercare la
ragazza.
- Era vicina al buffet, circondata
da quattro o cinque signori, la ballerina, e rideva così
sguaiatamente da attirare l’attenzione dell’intera sala.
- Gli uomini la corteggiavano senza
mezzi termini e lei li osservava mentre si proponevano. Poi uno di
loro l’abbracciò tentando di portarla lontano dagli altri,
mentre un altro la afferrò per un braccio tirandola con forza
verso di lui.
- Emile si alzò dal divano e
rimase in piedi impietrito. Lei si accorse di me, si liberò dalla
morsa prepotente dei due e girò lo sguardo nella mia direzione.
Era il momento di agire.
- "Signorina Svetlanka volevo
complimentarmi per lo spettacolo"
- Lei si avvicinò e mi rispose con
una stretta di mano. Dimenticai subito le pose femminili e l’interpretazione
del famoso scenografo effeminato! Presi la sua mano, dolcemente ma
con decisione, e la baciai. Si fece il vuoto attorno a noi.
- "Si sente meglio?"
- Non parlava la mia lingua, ma
solo un po’ di francese e così mi rispose, "Veux-tu, ce
nuit, baiser?"
- Ci avvicinammo ad un tavolino e
ci sedemmo insieme. Svetlanka mi guardava dritto negli occhi, con
un gomito appoggiato sul tavolo e la mano sulla spalla. Vestito
rosso, maniche lunghe, colletto bianco, enorme cappello
variopinto, grandi labbra rosso fuoco, capelli neri. Aspettava una
risposta, ma mi precedette per non darmi scampo.
- "Dans la chambre numéro 11
entre dix minutes!", mi bisbigliò nell’orecchio e si
allontanò con la stessa sicurezza con cui se era seduta di fronte
a me.
- Che disastro! Non sapevo cosa
fare. La ballerina non era niente male, ma Emile? Raggiunsi i miei
amici ed Emile, che sembrava si fosse ripreso dalla sbornia, mi
chiese
- "Allora, che ti ha
detto?"
- Rimasi per un attimo in silenzio
e così diedi una risposta senza pensarci troppo.
- "Ti aspetta nella stanza
numero undici fra dieci minuti"
- Michel, che fra tutti era quello
che mi conosceva meglio, aveva già capito. Era dotato dello
stesso istinto che ha una madre con i suoi figli, solo che
stavolta non rideva e neanche era turbato.
- "Mi ci vuole qualcosa da
bere"
- Emile era fuori di sé, senza
rendersi ancora conto di quello che sarebbe successo. Si
allontanò in direzione del buffet e mi lasciò solo con Michel.
- "E se quella non ci
sta?"
- "Ma chi la ballerina? Lei
non vede l’ora di portarsi qualcuno a letto. Non hai notato come
si comportava in mezzo a quegli uomini! Stava per sceglierne uno
come si fa con un cofanetto di cioccolatini tutti uguali."
- "Allora perché ha scelto
te?"
- "Per ringraziarmi, no!
Siccome anche Emile l’ha salvata, è lo stesso se ringrazia lui
al posto mio"
- "Sì, forse. Basta che si
comporta bene. Non ne deve aver viste molte di donne"
- "Dai, andiamo a berci
qualcosa con Emile."
- Arrivammo al buffet, ma quello se
n'era già andato. Voleva essere puntuale al suo primo
appuntamento. Bevemmo il solito ed uscimmo all’aperto, in uno
dei due balconi che si affacciavano dalla sala, rivolti verso la
strada.
- Eravamo nella zona settentrionale
della città, era splendido! Dalla sala arrivavano alle nostre
orecchie le parole di una vecchia canzone, che faceva, all’incirca,
così:
-
- A Caebourg eravamo in un piccolo
caffè
- Si potevano ascoltare le melodie
delle chitarre
- Oh, dolcezza, era il Paradiso…
-
- Successe l’impossibile! Le
dolci sonorità del brano vennero sopraffatte dalle urla disperate
di una donna. Guardai dritto in faccia Michel e non ci fu bisogno
di parlare, perché intuimmo subito di chi potessero essere quegli
strilli.
- Rientrammo immediatamente nella
sala che si era del tutto svuotata.
- Gli invitati, le ballerine, i
barman e chissà chi altro si diressero, nel caos totale, verso la
stanza da cui provenivano le urla.
- "Dai Piffa! Cerchiamo di
arrivare prima di loro", mi disse Michel senza far immaginare
nella voce la minima esitazione.
- C'infilammo carponi tra le gambe
impazzite della folla, non ci si capiva più niente, pensavo
soltanto "stavolta non ce la faccio, stavolta non ce la
faccio".
- Raggiunsi l’apice delle scale,
senza sapere bene come e cominciai a chiamare.
- "Emile! Emile!"
- Mi accorsi subito che sarebbe
stato inutile sbirciare nelle stanze, perché bastava seguire le
traiettorie immaginarie degli sguardi delle altre persone per
capire da dove provenissero quelle urla.
- Tutti guardavano nella medesima
direzione.
- Erano gli uomini incontrati al
cabaret, con le stesse giacche eleganti, ma senza le solite mogli.
- Superai tutti e cosa vidi? Un
uomo solo, nudo e sbronzo. Era Emile. Rideva a crepapelle,
indicando con l’autorità di un inquisitore coloro che gli
stavano davanti e allo stesso tempo balzava come un ossesso sul
letto a due piazze, sfruttando il movimento delle molle.
- Saltava a piedi uniti e urlava
frasi sconnesse. Le persone lo osservavano senza intervenire…Immaginati
la scena, Carl.
- La ballerina, invece, si era
rinchiusa nella toilette della suite e con una voce così
stridente da riuscire a coprire le parole esagerate di lui, diceva
"C’est fou, c’est fou!", cercando di attirare l’attenzione
per essere salvata da quella situazione imbarazzante.
- Ero bloccato, non riuscivo a
muovermi, stavo lì con gli altri, anch’essi immobili un pò
perché curiosi di seguire lo spettacolo e un pò perché,
sognando d’essere loro al posto d’Emile, aspettavano un colpo
di scena.
- E il colpo di scena ci fu!
- Emile pareva aver occupato il
posto delle ballerine sul palco. Si dimenava con l’agilità di
una spogliarellista, di quelle che si esibiscono nei loschi e
luridi locali di Rue du fleuve e mostrava senza imbarazzo i
genitali sobbalzanti per l’effetto del molleggiamento.
Intervenni!
- Lo raggiunsi e lo presi sulle mie
spalle, portandolo fuori dalla stanza. Arrivò anche Michel.
- "Fate passare! Per
favore!", e ancora "fate largo, signori, ha bisogno di
aria, deve respirare. Ha perso il senno della ragione, gli capita
spesso!", e controvoglia si aprì un varco che ci permise di
scendere le scale e di raggiungere l’uscita dell’hôtel.
- Appoggiai il mio impermeabile sul
corpo nudo di Emile e lo trascinai fuori della hall, poiché lui
non aveva alcun'intenzione di lasciare il President.
- "Devo
a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e ringraziarlo, ho detto
a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e", scandì Emile facendo
riferimento, presumo, all’uomo che ci aveva invitato. Anzi, una
volta lasciata dietro di noi l’entrata dell’hôtel ne fui
certo. L’uomo alto con il vestito elegante, attorniato dai suoi
due guardaspalle, uscì anche lui e prese a correre, visibilmente
irritato, verso di noi.
- Non c’era tempo da perdere.
- Ripresi Emile sulla mia schiena e
scappai seguito da Michel il quale, abile come sempre, si piazzò
a braccia aperte davanti ai nostri inseguitori e riuscì a
bloccarli con una raffica di parole che solo lui poteva riuscire a
sputare fuori della bocca, neanche fosse un cantante di scat.
Mentre Emile continuava a gridare "eccolo, eccolo! Aspetta
voglio salutarlo!", Michel chiuse il discorso con un
virtuosismo e ce ne andammo.
- Eravamo troppo rilassati per
voltarci…
-
-
-
- 4
- E tu cosa fai? Domandai alla
margherita
- Che saliva dritta dalla fertile
terra
- Nutrita dai macabri resti
- Di una remota sconfitta
- E che così replicò:
- Do la forza, sussurrò la
margherita,
- E il giaciglio alla libellula
- Che si presenta frenetica una
mattina d’estate
- In attesa di una messianica visione
- E con estrema delicatezza
- Appoggia il candido corpo
- E si riposa più che può
- Sul suo fiore preferito.
- Fin quando non vede lei,
- La sua unica ragione di vivere
- Di una sola giornata d’esistenza.
- Un’intera mattina per
corteggiarla
- E un pomeriggio per amarla
- Quando il calore del sole cede al
fresco vento
- Che la sera s’incanala tra le
strette valli
- E teneramente accompagna la donna
amata
- A depositare il frutto dell’amore
- Sulle ferme e paludose acque
- Di un martoriato lago.
- E con lo stesso candore avvolge
nelle sue bianche ali
- Il corpo ormai esanime di lei
- Per appoggiarlo sul loro unico
fiore
- Per un ultimo abbraccio d’amore
- …
- effimero…
-
- Era arrivato il momento di
metterci in viaggio…Michel non diede altre soluzioni alla mia
scelta di portarlo via da Caebourg.
- Il treno delle 12.30 si trovava
già sul binario numero uno della Gare Centrale, pronto in
perfetto orario a riportarci da dove eravamo partiti, per vivere
un’esperienza durata poco più di due mesi.
- Senza rimpianti lasciai l’appartamento,
sicuro del fatto che tornare in Ticino avrebbe drasticamente
allontanato Michel dal pensiero folle che lo ossessionava.
- La splendida e pazza gioia della
sera prima, purtroppo, non era riuscita a distrarlo dal triste e
malinconico desiderio d’amore.
- Dopo l’explouat al President
accompagnammo a casa Emile, non più in grado di badare a se
stesso.
- Percorremmo a piedi tutto il
tratto di strada che dall’hôtel passa per il centro di Caebourg
e che ci portò fin sotto all’appartamento di Emile: più di
cinque chilometri.
- L’eccitazione per l’evolversi
della serata ci fece dimenticare la stanchezza e il dolore alle
gambe.
- Appoggiammo Emile sul letto,
coprimmo il corpo nudo con una coperta di lana e ce ne tornammo a
casa. E’ necessaria una grande complicità per non far terminare
una nottata come quella.
- Michel ed io restammo seduti sul
pavimento della stanza da letto, uno di fronte all’altro, a
parlare e ad esprimere liberamente le nostre idee, i pensieri più
reconditi, le speranze, le passioni, i sentimenti…con vera
sincerità.
- La notte fu quieta e sognante per
entrambi…
- …ma così non fu la mattina,
che esordì fredda e ventosa più del solito.
- "Piffa! Piffa! Sei
sveglio?", e ancora "Piffa! Ci sei?"
- "Sì, Michel", risposi
con voce roca.
- "Devo chiederti scusa, amico
mio", passarono alcuni istanti.
- Restai in silenzio aspettando il
seguito.
- "Ricordi al museo, quando ti
parlavo di Françoise e me?"
- "Sì, certamente"
- "Non ti ho detto la verità.
Ti ho mentito. Non è vero che ci siamo baciati e che abbiamo
fatto l’amore insieme!"
- "Aspetta un attimo! E
Françoise allora chi è?"
- "Tutto il resto è vero; è
vero che ci siamo conosciuti al café des courses e che ci siamo
frequentati…fino al giorno dell’appuntamento davanti alla
Cathédrale."
- "Continua, Michel."
- "Decisi di incontrarla per
rivelarle il mio amore. Giunsi per primo, con un’ora d’anticipo.
Il resto lo sai. Venne e non persi tempo a chiederle se volesse
essere la mia donna. Mi avvicinai a lei per baciarla…"
- "E lei ha rifiutato!",
conclusi io.
- "E se n’è andata, dicendo
di non farmi più vedere, perché avevo tradito la nostra
amicizia. Capisci! Ti ho mentito, ti ho mentito…e non ho avuto
il coraggio di dirtelo perché ho creduto veramente dentro di me
di aver fatto l’amore con lei…l’ho immaginato sulla riva del
fiume, su di un’erba alta e morbida, tra fiori coloratissimi che
rendevano il suo corpo naturalmente profumato...ho creduto, ho
sognato e ipotizzato una relazione impossibile."
- Non piangeva, Michel, ma sarebbe
stato meglio, perché aveva uno sguardo irreale e lontano miglia e
miglia da quello spensierato e sereno del giorno prima.
- Così non pensai! Mi alzai dal
letto, mi guardai in giro per capire quante cose ci fossero da
portar via ed esclamai con un tono di voce che non ammetteva
risposte negative.
- "Torniamo da dove siamo
venuti!", e per non rendere la decisione troppo dispotica,
aggiunsi,
- "Due settimane a casa per
respirare un po’ d’aria fresca e poi torniamo a Caebourg, va
bene?"
- Michel fece segno di sì con la
testa ed iniziai disordinatamente a riempire le valigie con gli
oggetti che ritenevo utili per il viaggio e per l’eventuale
alloggio in Ticino.
- Nel frattempo che Michel faceva
lo stesso con le sue cose, scesi dall’affittacamere, ancora in
pigiama, e la avvertii del nostro momentaneo ritorno a casa.
- Aggiunsi una mancia per evitare
che ci sbattesse fuori, una volta tornati in città, e rientrai
nell’appartamento per prendere Michel e buttarlo fuori una volta
per tutte da quella situazione.
- Infilai il cappotto, appoggiai il
cappello sulla testa, presi le valigie in mano ed incastrai i
quadri sotto l’ascella.
- Alcune tele me le ero portate dal
Ticino con l’intento di venderle nei momenti difficili, altre le
avevo soltanto abbozzate durante il soggiorno a Caebourg.
- Le presi tutte con l’intenzione
di venderle al tipo sulla Grand Rue.
- Non me ne fregava niente.
- "Le porto via, se quello non
le vuole le butto nella spazzatura", dissi tra me e me.
- Come sempre percorremmo il tratto
di strada che unisce rue des libraires e la Grand Rue a piedi,
mestamente come mai c’era capitato di fare prima.
- Raggiungemmo lo stesso la
galleria e con disprezzo abbandonammo lì i pastelli per meno di
duecento franchi.
- Dodici e trenta. Partiamo.
- Il treno sbuffò con rabbia,
inserì la marcia ed iniziò ad uscire dalla stazione, senza
voltarsi indietro.
- Lentamente, ma desideroso di
raggiungere il prima possibile il binario unico, che lo avrebbe
portato dritto a destinazione, lasciò dietro di se la banchina
del primo binario.
- Il motore incazzato della
locomotiva fu come un pugno al cuore per entrambi. Cercai lo
stesso di cogliere l’ebbrezza di un temporale, ma rimasi solo!
- Volevo spronarlo a reagire,
volevo gioire nel toccarlo, nel sospingerlo, nell’ascoltare le
frasi senza senso, nell’annusare il suo odore, anche se
sgradevole…
- Stavolta rimasi deluso dallo
sguardo lontanissimo di Michel.
- La periferia nord di Caebourg
mostrava la geometrica irregolarità del suo tessuto viario, il
grigiore dei palazzi e le interminabili sfilze di gru,
distruttrici degli antichi e suggestivi equilibri, pronte ad
abbattere la storia dei decadenti teatri comunali, delle osterie,
dei mercati rionali.
- Me ne stavo con gli occhi fissi
al finestrino ad osservare i treni che incrociavamo, diretti alla
stazione centrale…
- …proprio quelli che me lo
stavano portando via.
- Lui sedeva accanto a me, ma se ne
stava da solo come quando lasci l’amore.
- Non c’era alcun sorriso
penetrabile da ricambiare, quel suo sguardo dell’ultimo minuto,
che dovrebbe dire tante cose, ma che è solo una maschera contorta
da un vacuo sorriso misterioso, nascosto…
- Il treno attraversò le rare e
umide campagne svizzere, scavalcò sbuffante le buie vette alpine
e alla fine ce la fece…arrivò a destinazione.
- E’ giusto, secondo te Carl,
rovinarsi la vita per una scelta sbagliata? Costringere se stessi
ad abbandonare le certezze che ci siamo costruiti pian piano
durante la vita?
- Eravamo tornati alle nostre vere
origini, per usare una frase cara ad Emile. Già, neanche feci in
tempo a salutarlo, Emile. Chissà cosa avrà pensato del suo guru!
- Al posto nostro lui sarebbe sceso
dal treno, avrebbe attraversato la strada, che separa la stazione
ferroviaria dal parapetto affacciato sul maestoso panorama, per
godere a pieni polmoni dell’odore forte, muschioso, carico di
una sensazionale vigoria, che può appartenere soltanto a questa
terra. Alla mia terra…
- Venne buio e proposi a Michel di
passare la notte nella locanda di Gustav.
- Scendemmo a piedi i gradini che
dall’alto della stazione portano fino al lungolago, passando
affianco alla teleferica.
- Che ricordi qui!
- "Ti ricordi, Michel, quando
rubammo nella pasticceria della signora Giulia e scappammo su per
le scale per andarci a mangiare i dolci nella sagrestia del
duomo?", mi sembrava di rivivere la situazione e di ricordare
quel periodo spensierato, con gioia.
- "E quante volte avremmo
tirato le castagne raccolte dagli alberi alla gente che passava
qui, nascosti tra le piante e quante volte siamo fuggiti senza
farci vedere e quante volte ci hanno rincorso fin giù all’imbarcadero…"
- Respiri, sorrisi, lacrime,
malinconia…
- "Spogliati!", dissi una
volta proprio qui, mentre mi avvicinavo a lei ventre nudo, cosce
calde, pose erotiche contorte. Speravo di non incontrarla più,
quindi che aspettare? E l’accademia, forse quel sedici giugno
millenovecento…non fu soltanto un sogno. A mezzogiorno in punto,
con gli occhi sbarrati e la gola ferma all’incrocio tra la
stazione dei treni e il capolinea del bus. Non camminavo,
aspettavo. Lei non arrivò subito, ma non me ne meravigliai.
Risveglio, in pochi secondi.
- "Non sto più con
Veronica", le dissi mentendo, poi precisai,
- "E’ cambiato, tutto
risolto", la sua reazione fu di stupore. Non mi baciò, fece
segno di avvicinarmi e cominciò ad accarezzarmi dolcemente, senza
dir nulla.
- Fu proprio in quel preciso
istante che pensai "l’uomo più felice del mondo? Quello
sono io", lei era lì. Candidamente, col tono fanciullesco
che la distingueva da tutte le altre, mi disse "prendiamo
tempo!", risposi "pas de problem" e seguirono le
esagerazioni post-vacanza al mare, Nepal sulle dune bianche,
Thailandia per uomini?
- "Locanda Gustav ed Angela,
eccola là, sempre la stessa", esclamò Michel sorridendo,
finalmente.
- Aprii la porta, entrai nell’atrio
seguito da lui ed appoggiai le valigie a terra. Non ci fu bisogno
di dir nulla. Conoscevo il padrone perché mio padre in Ticino era
rispettato e amato da tutti. E ancor più Michel che qui veniva
mandato spesso a lavorare, l’estate, dalla famiglia al termine
dell’anno scolastico.
- Gustav era un tipo burbero, ma di
solito cordiale con noi, un pò per rispetto alla famiglia e un
pò per abitudine nel vederci spesso da lui a bere grappa.
- Il tipo chiamò la moglie con un
urlo che risuonò per tutta la locanda. La moglie sopraggiunse di
corsa dal sottoscala e ci diede un’occhiata che non
dimenticherò mai.
- Con voce schifata disse,
- "Mi dispiace, ma siamo al
completo", senza darci neanche la possibilità di
controbattere. Michel ci provò lo stesso,
- "Signora, vi ricordate? Lui
è il Piffa e io sono il figlio di Fausto, il medico!"
- Ma lei non lo fece finire,
"Sì, sì lo vedo. Mi dispiace ma non ci sono stanze libere.
Arrivederci!", e ci aprì la porta per sbatterci fuori.
- "Da non crederci! Buttati
fuori da casa nostra", esclamai mentre raccoglievo le
valigie.
- "Questa non è più la
nostra dimora, Piffa!"
- "Perché?"
- "Ancora non l’hai capito?
Hai visto la faccia della moglie? Ci guardava come se fossimo
delle belve esotiche", e non si fermò, "la verità è
che non ci vogliono, perché noi non siamo più come loro."
- "Adesso chiamo mio padre e
vedrai se non ci trova una stanza libera alla locanda"
- "Dai, lascia stare. E’
meglio che per questa notte dormiamo al parco e domani mattina ce
ne torniamo a casa nostra."
- "Va bene, Michel. Come
vuoi", risposi perplesso.
- Non ci stavo capendo niente, Carl.
Che cosa avevamo fatto di male per essere buttati fuori in questo
modo? Non ci hanno dato neanche la possibilità di chiarirci.
- Era assurdo per il mio modo di
vedere, ma non per quello di Michel. Scendemmo fino al lungolago,
passammo davanti alla sfilza di banche e gioiellerie chiuse, ma
ancora con le vetrine ben illuminate, non si sa mai magari la
notte ci passa qualcuno, vede un orologio e domani mattina viene a
comprarselo. Ci trovammo una nicchia per passare la notte al
parco. Faceva freddo, così ci stringemmo l’un l’altro per
produrre calore con i nostri corpi. Michel si addormentò subito,
io, invece, restai sveglio fino all’indomani. Capii tutto quando
la mattina dopo andai al bar più vicino per comprare la
colazione.
- "Caffè Rinnovamento"
fu la scritta che non potei non notare alta sulla mia testa e su
quella dei passanti, frettolosi più che mai.
- Tutti erano rigidamente allineati
e si muovevano ben composti dentro i loro eleganti abiti scuri.
Entrai nel locale e subito mi venne di tirare fuori la macchina
fotografica per immortalarli da un angolo nascosto, che mi pareva
perfetto a mostrare quell’incessante flusso di gambe, di corpi
rigidi ed impalati.
- Un bel pastello su carta.
- In quel momento capii. Stavo per
spingere il pulsante di scatto della vecchia reflex meccanica,
regalatami da mio padre per il diciottesimo compleanno, quando mi
si avvicinò un ragazzo, raffinatissimo nel suo bel vestito nero,
il quale imitò, con il dito rivolto verso di me, il segno dello
scatto fotografico.
- Mi scrutò con lo stesso
disprezzo della locandiera, si mise a ridere e se n’andò,
presumo insieme ai colleghi di lavoro, dato che sulla cravatta
bianca di tutti vi era ricamata la scritta "New Bank…"
- Tornai di corsa da Michel e
dimenticai di prendere la colazione. Ero fuori di me, non potevo
accettare che per colpa di basette disordinate, cappelli
eccentrici e abiti stropicciati eravamo considerati estranei dai
nostri stessi concittadini.
- Mi sforzai di far vedere a Michel
che non me ne importava niente. Non ci riuscii.
- "’Sti maledetti figli di
puttana!", sbraitai rivolto a lui e alle persone che,
passando davanti a noi, ci guardavano con bizzarra curiosità.
- "L’hai capito,
finalmente", gridò.
- "Non ci posso credere! Stavo
al bar qui di fronte…", Michel mi bloccò e fece segno di
seguirlo. All’improvviso si mise a correre e raggiunse un tipo
distinto e ben vestito, che se ne stava nascosto dietro ad un
albero.
- Il signore non fece in tempo ad
allontanarsi e Michel lo freddò così.
- "Ciao! Come te la passi?
Quanto tempo che non ci si vede, vecchio mio!"
- L’uomo cercò di reagire, ma
non gli diedi scampo e lo bloccai, intervenendo io ad alta voce,
- "E tua moglie ancora se la
fa con il panettiere?"
- "Dai non prendertela, tu
passi tutta la giornata al canvetto e poi ti stupisci se tua
moglie va a letto con il PANETTIERE!", ribadì Michel
scandendo perfettamente l’ultima parola.
- L’uomo divenne rosso dalla
vergogna, mentre con la coda dell’occhio si rese conto della
folla, che si era formata nelle immediate vicinanze.
- Sfogammo, infine, la nostra
rabbia voltandogli le spalle, benché sono sicuro che Michel
avesse la stessa mia voglia di allungargli un pugno in faccia.
- Era il momento giusto per
ritornare dai rispettivi genitori. Raccogliemmo le valigie e ci
abbracciammo a lungo, quasi non dovessimo più incontrarci...
-
- Quando la domestica aprì la
porta di casa capii che mi ero sbagliato anche sul fatto che
pensavo di essere un membro effettivo della mia famiglia. Lei,
senza dubbio, provò un certo imbarazzo nel guardarmi così
vestito. Vedendomi arrivare con il cappotto nero, ormai
effettivamente sudicio, i miei capelli arruffati e i larghi
pantaloni stropicciati, indossati senza cinta, mi chiese perché
fossi rimasto assente così tanto tempo, mio padre, e senza
aspettare risposta se ne andò. Si era comportato in quel modo per
provocarmi, Carl!
- Non c’è cosa più crudele di
non aver la possibilità di rispondere ad una domanda così banale
come quella, ma essenziale quando rientri a casa tua dopo un lungo
soggiorno fuori.
- Mai madre era affaccendata nelle
sue usuali mansioni domestiche e mi rivolse la parola con un tono
di superficiale condiscendenza.
- "Ti ho preparato il bagno.
Ne avrai bisogno dopo un lungo viaggio", esordì, con in mano
un telo bianco e un sapone di Marsiglia.
- "Ciao, mà!", risposi.
- "Dove l’hai trovato quel
cappotto? E quel cappello? Che orrore! Vai a lavarti; tuo padre
vuole parlare con te"
- Almeno lei si era ricordata del
mio sapone preferito, pensai.
- La casa era rimasta sempre la
stessa con il suo caratteristico tetto spiovente, appoggiato sopra
ad un corpo rifinito e ricamato da mille e mille fiorellini,
nonostante il freddo, allineati ordinatamente sui balconi di legno
scuro. Neanche la disposizione interna dei mobili era stata
modificata, tanto i miei genitori tenessero alla reminiscenza
delle tradizioni familiari. Avevamo ancora lo scrittoio del nonno
morto dieci anni fa, la macchina per cucire ereditata da una
lontana zia tedesca, le spalliere dei letti, regalo di chissà
quale matrimonio.
- La mia stanza occupava l’intera
mansarda ed era collegata al piano sottostante tramite una scala a
chiocciola di ferro. Era il mio rifugio dalla realtà, il posto
nel quale mi chiudevo da bambino e dove costruii pian piano la mia
indole, sensibile alla nostalgia e propensa alla fantasticheria
malinconica.
- Sognavo, Carl, cercando di
allontanarmi dall’esatta sembianza di ciò che appariva attorno
a me, soffrivo e gioivo…
- Notai un cambiamento. Le
tapparelle. Erano tutte chiuse. E meditai. Sembravano voler
preservare la casa da tutto ciò che potesse distruggere la sua
unicità, l'ossessione di riservatezza.
- E quelle tapparelle rimasero
chiuse per tutto il tempo in cui alloggiai lì. Mi lavai, portai i
panni sporchi alla domestica e scesi nella sala da pranzo dove mio
padre e mia madre mi aspettavano seduti a tavola.
- Il pasto era servito nei piatti.
Mi accomodai sull’unica sedia rimasta vuota. Sì, perché oltre
ai miei genitori c’erano anche un vecchio amico di famiglia e la
sorella di mio padre.
- Il corpo dei giudici al completo.
- Salutai con un "buongiorno a
tutti" generale e augurai un "buon appetito" per
non esordire a tavola in silenzio.
- Gli invitati risposero all’unisono
e iniziarono a mangiare. Il primo ad incominciare fu l’amico di
mio padre, un barbuto e distinto signore che era solito
presentarsi a casa nostra, insieme alla moglie e ai suoi due
figli, durante le ricorrenze più importanti, che so, Natale,
Pasqua e feste nazionali.
- "Allora, come ti sei trovato
a Caebourg?"
- "Meravigliosamente, signore!
Un posto fantastico, le consiglio un giorno di portarci la sua
famiglia per una vacanza", risposi.
- "Da giovane ci sono stato
pure io, sai! Bei tempi quelli! Ero partito per frequentare l’università.
A Caebourg c’è una delle facoltà di economia tra le più
quotate d’Europa."
- "Davvero?", ribattei
ironico.
- "Ora sei tornato per
ristabilirti qui, vero?", s'intromise mia zia.
- "Non ho ancora deciso,
sinceramente sono venuto soltanto per aiutare un amico"
- "Ma chi quel Michel
là?", disse mio padre con tono serio.
- "Sì, ha avuto una delusione
d’amore e ho deciso di riportarlo in Ticino per farlo
riprendere", risposi in tutta sincerità.
- "Quindi vuoi tornare in
città?", esclamò mia madre preoccupata.
- "Potrei fermarmi un mese e
ripartire, visto che sono andato a Caebourg con uno scopo ben
preciso!"
- "E quale sarebbe?",
chiese mio padre.
- "Lo sai benissimo, pà! Sono
andato via per trovare un posto dove liberare la mia ispirazione
pittorica", ribattei senza mezzi termini.
- "Beh, però il ragazzo ha le
idee precise", disse l’amico di famiglia rivolto verso mio
padre, facendomi capire che i due si erano messi d’accordo in
anticipo per affrontare la situazione.
- "Aaah…aaah…ma quale
ispirazione pittorica, non farmi ridere. Allora dimmi quanti
franchi hai portato a casa con la vendita dei tuoi presunti
quadri"
- "Dai, non devi essere così
duro con lui. La pittura oggigiorno è un ottimo business", e
ancora "hai un contratto con qualche galleria o museo, per
caso?", disse l’amico di mio padre con voce altera.
- "Ancora no, purtroppo! Sono
riuscito a vendere qualche tela ad una galleria del centrocittà.
Se riesco a dipingere molto questi giorni, una volta tornato a
Caebourg potrei esporli in un mercato delle pulci."
- Le mie parole provocarono il
silenzio dell’intera sala. La zia mangiava freneticamente, i
miei genitori sprofondarono il volto nel piatto, il loro amico
volse gli occhi al soffitto, fissando in realtà un punto non ben
distinto. Fu lui, da buon mediatore, a spezzare la quiete.
- "Vedi, caro ragazzo, è
molto importante programmare il proprio futuro su delle basi
solide! Mi dispiace dirtelo, ma do ragione a tuo padre quando si
preoccupa per l'avvenire nella società del proprio figlio",
esclamò toccandosi con le dita la lunga e curata barba.
- "Hai ragione, per
trasferirsi in una città così lontana e diversa dalla realtà
ticinese bisogna partire con dei contatti sicuri, almeno per
quanto riguarda il lavoro", aggiunse mia zia rivolta a
questo. Poi diresse lo sguardo a me, dopo aver dato una fugace
occhiata a mio padre, quasi con lo scopo di far capire al
capofamiglia le proprie buone intenzioni e, certa di aver
raggiunto un ruolo preponderante nella vicenda della mia vita, si
azzardò a dire,
- "Cosa ti aspetti dal
futuro?"
- Questa domanda me l’aspettavo,
sperando la pronunciasse mio padre, giacché spettava a lui la
parte del padre, professore, padrone.
- Risposi con estremo sarcasmo.
- "Io niente e tu, zia, cosa
ti aspetti dal futuro?"
- "Cosa vuoi, io ho passato l’età
della formazione! Mi sono diplomata e per amore di mio marito ho
donato tutta me stessa alla cura della famiglia. Non me ne pento,
sai?", concluse sconfitta dalla mia dura reazione.
- "La zia voleva ricordarti
che sei giovane e dovresti trovare un lavoro stabile per un futuro
garantito", disse mia madre per dare valore alle precedenti
parole.
- "Voi non volete capire. Io
non voglio lavorare, magari in banca, per ritrovarmi fra trent’anni,
deluso della mia vita e ostaggio di un’esistenza che, a causa
dell’abitudine e della stabilità economica, non mi
permetterebbe più di trovare una via d’uscita alla monotonia.
Io voglio dipingere! Perché questo è il modo di esprimermi e di
comunicare con gli altri! E’ con il pennello che voglio
realizzare i miei sogni."
- A questo punto mio padre scattò
sulla sedia, dimenticando gli sforzi diplomatici fatti per
attutire le sue rigide regole con l’invito dei due moderatori e
urlò.
- "Fuori tutti, lasciatemi
solo con mio figlio!"
- Gli invitati si alzarono senza
esitazioni e tolsero il disturbo, seguiti dalle parole accomodanti
di mia madre, "qualcuno vuole un digestivo?"
- Seguì un lungo silenzio fatto di
sguardi bassi, dita agitate e ragionamenti su come attaccare l’altro.
Ci pensò mio padre a violentare la tregua con un monologo, che
all’incirca faceva così:
- "Quante aspettative ci siamo
fatti per il nostro unico figlio. E pensare che avevo pronto per
te un futuro sicuro in Ticino. Con le mie conoscenze avrei potuto
trovarti un lavoro all’Accademia di Belle Arti. Tu invece che
cosa fai? Te ne vai a Caebourg a fare la bella vita, con quel
deficiente di Michel e le tue stupide idee di modernità. Fossi
partito con l’intenzione di frequentare l’università o con
una prospettiva seria di trovare lavoro a Caebourg, avrei anche
accettato un tuo momentaneo trasferimento in città.
- Invece ti presenti qui vestito di
stracci quasi fossi un mendicante. Dove hai lasciato l’educazione
che tua madre ed io ti abbiamo dato, cercando di indirizzarti
verso una strada ben precisa? A cosa è servito mandarti al
collegio? Lo sai chi mi ha telefonato questa mattina, prima che tu
arrivassi? Gustav, il padrone della locanda. Era sconvolto. Mi ha
detto che ti sei presentato con Michel per chiedere una stanza e
si è vergognato a farti entrare. Dio mio che disonore! Mio
figlio, appartenente ad una famiglia rispettata ed onorata da
tutti in Ticino, che si mostra come un barbone forestiero.
- Non t'importa cosa dice la gente?
Non t'interessa sapere quanto soffre tua madre di questa
condotta?"
- Non lo potevo accettare. Persino
la mamma era riuscito a metterci dentro. Così decisi di non
rispondere alle assurde accuse di mio padre e, comportandomi
proprio come lui sperava che facessi, uscii dalla sala da pranzo a
testa bassa, in silenzio.
- Non fu una sconfitta, né una
ritirata. Era il mio modo di reagire alle sue barbare imposizioni.
- Per educazione mi affacciai alla
porta della cucina e salutai tutti gli invitati, uno per uno.
Diedi un ultimo sguardo a mia madre e fuggii in mansarda, dove
restai rinchiuso ad espiare le colpe.
- Seguirono lunghissime giornate
passate alla finestra, nonostante la pioggia offuscasse la mia
vista. Sentivo dentro di me che stava per finire il periodo dei
café letterari, delle risate fragorose, degli impulsi esagerati,
delle corse con Michel, della febbre del colore, delle prostitute
di rue du fleuve, dei cabaret, dei bus impazziti, dei drink alla
stazione, delle donne ingioiellate, dei mariti arrapati e delle
mogli gelose.
- Dal giorno del giudizio le parole
di mio padre entrarono a far parte della mia vita, senza che io
potessi decidere altrimenti.
- Almeno fin quando stabilii di
trovare una soluzione a quella stasi. E’ così che decisi di
costruirmi un alphorn.
- Avevo circa undici anni quando
iniziai ad immaginare come si potesse creare un alphorn. Lo
ascoltai per la prima volta in montagna e me ne innamorai subito.
- Il suo suono morbido e allo
stesso tempo robusto, proveniente dalla montagna che avevo di
fronte, colpì in pieno il mio cuore.
- Scese giù in picchiata, fece
risuonare l’intera vallata sotto i miei piedi e mi raggiunse sul
versante opposto una domenica, passata con la famiglia nella baita
del nonno.
- Supplicai mio padre di
comprarmene uno, ma lui si fece una grossa risata e mi disse, lo
ricordo benissimo, "e come lo suoni un corno lungo quattro
metri? Sei ancora troppo piccolo"
- Fui costretto a documentarmi da
solo con l’aiuto di qualche libro sulle tradizioni svizzere,
tenuto gelosamente da mia madre nella libreria del salone e con
continue e minuziose domande alla maestra, che troppo spesso erano
fraintese con un presunto interessamento per gli usi popolari
della mia nazione. Non ne ricavai niente.
- Dovetti desistere. Decisi di
immagazzinare le notizie apprese in un angolo della memoria, con
la prospettiva di riutilizzarle un giorno, in cui avrei avuto la
possibilità reale di costruirlo. Era arrivato il momento giusto
per realizzarlo.
- Innanzi tutto bisognava rimediare
un lungo tronco d’abete bianco, caratterizzato da una curvatura
ad una delle due estremità, provocata dalla naturale crescita
lungo i pendii delle montagne.
- Di questo n'ero certo!
- Poi avevo bisogno degli attrezzi
giusti per lavorarlo. Questo significava piallarlo, inciderlo,
lisciarlo, incollarlo e, infine, rifinirlo.
- Non mi avvilii e pensai a quello
che dissi una volta ad Emile sul fatto che per me la pittura è
soltanto uno degli accessori. Il primo che mi è capitato fra le
mani. Poteva essere benissimo un altro, per esempio l’incisione
del legno.
- Uscii dalla stanza e scesi in
cantina, intenzionato a costruire il mio primo corno delle Alpi.
- Ero eccitato, perché il mio
sogno si stava per avverare. Da tempo mi ero fissato nella mente
di realizzare un sistema che potesse salutare, in segno di grande
rispetto, il tramontare del sole.
- Mi affascinava poter costruire
uno strumento nato per essere suonato all’aperto, in un ambiente
naturale, e così poter apprezzare la sua vera melodia, un pò
malinconica e magicamente fusa coi suoni prodotti dalle creature
alpine.
- Mi pareva di essere tornato
quello di sempre. Racimolai gli strumenti per lavorare il legno e
li appoggiai in giardino. Presi la bicicletta di mio padre con l’intenzione
di raggiungere, più in fretta possibile, il fondovalle.
- La casa dei miei genitori si
trovava in cima ad un pendio, allineata e circondata con perfetta
armonia urbanistica alle altre abitazioni.
- Neanche un paese, piuttosto un
agglomerato di case con panorama sul lago. Mi venne in mente un
vecchio amico, un tale Stocker che lavorava, da sempre, in una
falegnameria.
- Non ci avrei messo più di dieci
minuti a raggiungerlo se avessi avuto una bicicletta normale!
Invece no, la mia era una di quelle che per frenare non puoi
adoperare le mani, devi effettuare un movimento veloce sui pedali
con entrambi i piedi. La cosa complicata è che questo scatto,
alquanto innaturale, va fatto nel senso opposto all’andatura.
- Arrivai a destinazione e mi
rallegrai di scendere e parcheggiare la bicicletta davanti
all'entrata della falegnameria.
- La notizia del mio ritorno in
Ticino, per fortuna, non si era sparsa più di tanto. Stocker mi
vide entrare e mi venne subito incontro con evidente contentezza.
- "Jouet! Già di
ritorno?"
- "Ciao Stocker! Eccomi
qui!"
- "Come te la sei passata a
Caebourg? Se non ricordo male sei partito insieme a Michel! Anche
lui è tornato?"
- "Tutto bene, grazie! Sì,
anche Michel è rientrato. Adesso sta in casa dai suoi
genitori", risposi, finalmente, senza dovermi preoccupare di
giustificare le mie scelte.
- Stocker era un brav’uomo, uno
di quelli che si faceva gli affari suoi e viveva del suo
passatempo preferito: la lavorazione del legno.
- In realtà eravamo più dei
conoscenti che dei veri amici, sia per la differenza d’età, lui
aveva circa cinquant’anni, che a causa dei diversi interessi.
- Jouet. Erano già passati due
giorni dal mio ritorno in Ticino e Stocker fu il primo a chiamarmi
così. Una volta tutti mi chiamavano Jouet. Anche i miei genitori.
Era il mese di agosto avrò avuto non più di cinque anni giocavo
libero nei rari campi coltivati rincorrevo uno dei miei tanti
amici d’infanzia tornavo a casa con i pantaloni sporchi di terra
e le tasche piene di sassi preziosi.
- Andai subito al dunque!
- "Senti, sono passato perché
ho bisogno di un legno d’abete bianco! Ce l’hai?"
- "Ti serve per un alphorn,
vero?", rispose, lentamente, come farebbe qualsiasi bravo
artigiano, cercando di interpretare la richiesta di un cliente
profano del settore, come lo ero io.
- "Fammi pensare! Tu vuoi un
tronco ricurvo, giusto?", esclamò toccandosi i lunghi e
bianchi baffi e, così, continuò
- "Quanto lungo?"
- "Non so, tre metri e
mezzo"
- "Sì, mi pare di averlo.
Aspetta un attimo!"
- Mi sarebbe piaciuto lavorare in
una falegnameria, con il suo potente ed unico profumo di legno
misto a colla e vernice.
- Pensai a come sarebbe stato
facile rappresentare la bellezza femminile, incidendo un pezzo di
legno, e come si potrebbe ingigantire i seni e rendere reali le
valenze sessuali di un corpo. Avrei organizzato delle mostre di
sculture lignee e avrei bendato i visitatori, per permettergli di
assaporare le opere esposte, con l’odorato ed il tatto del naso.
- Stocker tornò appena in tempo…
- Aveva in mano il mio futuro
corno. Eccolo qua! Un tronco perfettamente dritto con una delle
estremità piegate a gomito, quasi la natura avesse deciso, un
giorno, di generare una creatura che potesse suonare insieme alle
fronde degli alberi e rispondere ai canti degli uccelli.
- "Che fortuna, Piffa! Questo
pezzo l’avevo scelto io stesso per darlo ad un amico, ma visto
che non è mai venuto a prenderselo, lo regalo a te"
- "Davvero! Non so come
ringraziarti", mi sentivo in debito con lui, ma molto felice.
Gli esprimessi la mia gratitudine abbracciandolo con calore. Mi
riproposi di uscire una sera con lui e tolsi il disturbo, con il
mio tronco d’abete bianco in spalla. Inforcai la bicicletta e mi
preparai ad affrontare la salita fino a casa. Fu una passeggiata.
- Ero appagato come quando vendetti
l’abbraccio alla galleria sulla Grand Rue. Già sentivo
riecheggiare il suono del mio corno tra una vallata e l’altra,
tra una sponda e l’altra del lago. Mi sembrava di ricevere la
risposta al mio richiamo, udendo la risata di Emile, i sospiri di
Lelian le Maudit, le parole di Michel…
- A proposito, Michel! Dovevo
subito avvertirlo della mia decisione di costruire un alphorn.
Sapevo cosa mi avrebbe detto, "una delle tue solite follie
creative."
- Avevo un assoluto bisogno del suo
incoraggiamento.
- Tornai a casa, appoggiai il
tronco in un angolo riparato del giardino e lo coprii con un panno
di cotone. Il sole tramontò e salii nella mia stanza senza
rendermi conto di essermi addormentato.
- L’indomani decisi di andare a
cercare il mio migliore amico.
- Fu così che ripresi la
bicicletta, senza farmi influenzare dagli sguardi fulminei
lanciati dai miei genitori verso di me durante la colazione.
- Iniziai a pedalare lasciandomi
dietro gli odi, le imposizioni, le aspettative, le intimidazioni
con un solo pensiero in testa: riabbracciare Michel.
- Giunsi in paese, sorpassando
sulla mia destra lo stabilimento per la produzione del latte.
Diedi un’occhiata dentro all’unica panetteria del paese,
casomai incontrassi la moglie del guardone incontrato al parco con
Michel e mi fermai in mezzo alla piazza centrale, ancora in sella
alla bici, per incrociare qualche conoscente.
- Rimasi immobile per alcuni
minuti, poi appoggiai il mezzo ad un muro deciso ad entrare al
canvetto, quando un ragazzo mi fermò sull’uscio. Era un amico
di Michel. Non ricordo il nome.
- Portava una giacca rossa all’ultima
moda, un paio di pantaloni perfettamente stirati, tenuti su grazie
ad una bella cinta di cuoio e scarpe lucide da cento franchi.
- Forse, pensai, l’aveva visto.
Decisi di fermarmi a parlare con lui, nonostante un certo
imbarazzo mi costringesse a non familiarizzare con tutti quelli
che mi capitava di riconoscere.
- "Hai incontrato per caso
Michel da queste parti?", dissi con voce garbata, con lo
stesso tono di quando si chiede un’indicazione stradale ad uno
sconosciuto.
- "Michel? Ma come, siete
tornati insieme e non lo sai?"
- "Scusa, ma che cosa dovrei
sapere?"
- "Che Michel è ripartito per
Caebourg!"
- Dimenticai la voce accomodante e
gli urlai dritto nell’orecchio,
- "Mi stai prendendo in giro?
Non sono dell’umore giusto per sentire queste cazzate. Dove sta
Michel?"
- "E’ partito, se n'è
andato! Come devo dirtelo. Ci siamo visti ieri sera proprio qui,
al canvetto. Se ne stava seduto da solo ad un tavolo con gli occhi
fissi alla bottiglia."
- "Continua, che ti ha
detto?"
- "Mi sono avvicinato e ha
invitato me ed un altro mio amico ad unirci al suo tavolo. Si
comportava come se attorno a lui non ci fosse nessuno. Era
sicuramente ubriaco. Strano, vero?"
- "Non me ne importa niente
dei tuoi stupidi commenti, dimmi piuttosto che cosa ti ha detto
riguardo alla sua partenza."
- "Veramente non ci ho creduto
subito. Continuava a tenere discorsi senza senso riguardo ad una
ragazza conosciuta laggiù! Ripeteva che sarebbe partito per
rivederla e che si sentiva in colpa per averla lasciata da sola in
città."
- "Magari non se n’è
andato. Ci potrebbe aver ripensato."
- "No, è partito. Ne sono
sicuro. Questa mattina mia madre ha incontrato quella di Michel al
mercato e le ha detto che il figlio se n'era andato di nuovo. D’altronde
cosa ti puoi aspettare da uno come lui?"
- Non ci pensai su due volte, gli
diedi una spinta, leggera per la verità, come per allontanare da
me quelle parole e ripresi la bicicletta per distanziarmi il più
velocemente possibile.
- Adesso cosa faccio? Se solo
avessi potuto fargli capire che non sarebbe servito a niente
tornare da lei, che era inutile convincerla e magari costringerla
ad un rapporto di qualsiasi genere, di sesso, d’amore, d’amicizia
con lui.
- Piangevo perché Michel avrebbe
incontrato sulla sua strada solo persone con tanti discorsi, ma
poche idee da realizzare in un mondo che ormai era fuori di lui,
anche se tutto appariva limpido davanti ai suoi occhi: corpi che
apparivano, strade fatte di passi falsi, solitudine. La mattina
sarebbe uscito dall’appartamento e non sarebbero più bastati
momenti felici, millebaci, inverno dei croissant caldi la notte,
ideali della musica corale afro-americana odori pungenti del fiume
dall’alto…rottura!
- L’Ironia mi aiutò a
raggiungere il distacco totale da tutto ciò.
- L’Addio!
- Baite, boschi, fattorie, mucche
felici…nessun pensiero preciso…
- Illusioni e sudori…nessun
pensiero preciso…
- All’ora del crepuscolo forse
riuscivo a capire qualcosa, la notte, non si sentiva più alcun
rumore…solo con il silenzio. Paura?
- Puro martirio tra anima e corpo!
- Rimasi in questo stato di trance
per almeno cinque giorni.
- Soffrivo quando vedevo prevalere
le stronzate di questo paese, quando mi accorgevo di tutti i
cadaveri ammucchiati uno sull’altro, quando ascoltavo i luridi
discorsi dei "saggi" del paese.
- Uscivo da casa e mi ritrovavo
davanti un’intera vallata, carica di risentimento nei miei
confronti.
- Jouet è morto.
- Mi rinchiudevo nella mansarda,
ormai assolutamente separata dal resto della casa e della
famiglia, con una sola idea: tornare a Caebourg.
- Una mattina mia madre salì le
scale a chiocciola e bussò alla mia porta. Stavo dormendo. Mi
alzai dal letto e le aprii.
- "C’è una lettera per
te!", esclamò impietosa.
- La presi immediatamente, sicuro
fosse un messaggio di Michel.
- Mi sbagliai! Sulla busta il nome
del mittente apparteneva ad un’altra persona: Emile Ferrand.
- La scartai e, non lo
dimenticherò mai, c’era scritto:
-
- "Caro Piffa,
- avrei voluto, con tutto il cuore,
spedirti questa lettera per mille altre ragioni e non per questa,
perché devo comunicarti una notizia terribile: Michel è morto!
- L’ho saputo soltanto ieri sera
e ho informato per primo te, che fra tutti sei il suo migliore
amico.
- E’ un'immensa tragedia che ci
tocca tutti e ci fa piombare in un'assoluta tristezza. Mi dispiace
dirtelo così, senza poterti stringere forte e consolarti, con
sincera sofferenza per un vero amico, come lo è stato Michel.
- Preferirei non dare motivazioni
sulle cause della morte, ma giacché prima o poi lo verrai a
sapere, preferisco essere io a spiegartele.
- Si è tolto la vita, sparandosi
un colpo di pistola alla testa! Si trovava, a quanto pare, al
Café des courses in compagnia di Françoise e, non so per quale
maledetta ragione, ha tirato fuori la pistola e ha sparato due
proiettili, colpendo prima lei e poi se stesso. Françoise non è
morta. Si trova all’ospedale, ma se la caverà! Michel non ce l’ha
fatta!
- Non è più tra noi, Piffa!
- Tu, meglio di me, potrai entrare
nel merito di questo folle gesto e sono sicuro, anche se non
conosco i motivi che lo hanno spinto ad uccidersi, che sia
scaturito da una grande
- disperazione.
- Vorrei che fossi tu per primo a
leggere le parole lasciate da Michel come testamento, così come
preferirei che tu fossi l’unico ad entrare nell’appartamento
per prendere le sue cose.
- Caebourg è morta insieme con
lui. Per le strade le persone mi sembrano più tristi del solito,
nonostante nell’aria mi pare risuonare ancora la voce di Michel,
carica di entusiasmo.
- Sono molto triste e ho perso di
colpo la voglia di vivere. Un immenso vuoto si è impossessato di
me. Mi manchi.
- Per ultimo, anche se non è
proprio il momento giusto, volevo scusarmi per il comportamento da
me tenuto l’ultima sera passata insieme a Caebourg.
- Mi dispiace molto di essermi
comportato in un modo così irresponsabile e di avervi costretto
ad accompagnarmi a casa. Sono stato proprio uno stupido.
- Te l’ho voluto dire solo per
farti capire quanto quella faccia di Emile non sia per nulla
veritiera. Mi scuso con tutto il cuore.
-
- A presto
- Emile
-
- 5
-
- Oceanus iste est, orbis effusi
procul
- Circumlatrator, iste pontus
maximus.
- Hic gurges oras ambiens, hic intimi
- Salis inrigator, hic parens nostri
maris.
- Plerosque quippe extrinsecus curvat
sinus,
- nostrumque in orbem vis profundi
inlabitur.
- (da "Ora maritima" di
Rufus Festus Avienus)
- Questo è l’oceano, cane latrante
- Intorno al mondo, re dei mari,
- Gorgo che avvolge ogni riva,
- Rifornitore dei bacini interni,
- Padre del nostro mare.
- Di là, da fuori, scava i molti
seni
- E spinge fino al nostro continente
- La violenza del suo profondo
abisso.
- Un’immensità segreta si
allarga davanti ai miei occhi…inspiegabile ai più, spinti ad
interpretare senza tregua i suoi reconditi misteri, mi appare,
come vastità gigantesca ed indistruttibile, sotto forma d’onde.
- Con la sua carica di sacralità e
sublimazione, è il mare a rendere possibile il trasferimento
degli istinti più viscerali del mio corpo verso un valore carico
di moralità.
- Sono solo, nel punto in cui la
luce astrale degrada e forti venti di levante fanno giungere fino
a me l’odore acre delle ortensie, delicatamente tinte d'azzurro
e di rosa, e lo donano all’unica certezza di quel momento.
- Presi due ramoscelli di corallo,
trascinati sotto i miei piedi nudi dalla forza delle onde ed
iniziai a disegnare sulla sabbia il corpo esanime di Michel,
sguardo fisso, occhi chiusi. Il volto era livido, di color
verdastro con striature viola e gialle, proiettate dalla luce
della candela che tenevo in mano.
- Fu così che si presentò ai miei
occhi lucidi lo spettro di Michel.
- Un foro di proiettile rapì il
mio interesse e lo costrinse sulle tempie di lui, quasi volesse
ricordarmi quali fossero le ragioni di quel suicidio.
- Continuavo a fissare quell’immensa
voragine, immaginando un miracolo e concentrando le ultime
energie, affinché potessi allontanare dalla coscienza le mie
colpe. Mi sarebbe bastata una lunga e spessa pennellata di nero
per cancellare l’enorme buco, sporco di sangue, dalla mia testa.
Rosso a spruzzi, arancio colato, rosa pallido, bianco…
- Immaginai il suo funerale come un
lungo e pazzo corteo, affollato da donne nude e volgari
prostitute, senza nient'altro indosso che sottili calze colorate
di rosso porpora.
- Che bello sarebbe stato vedere il
corpo di Michel sorretto da danzanti ballerine di cancan e
attorniato da maschere carnevalesche, mescolate a variopinti
personaggi del circo: un arlecchino, un clown, un giocoliere…
- La sua bocca, le labbra, le
guance si sarebbero fatte sorridenti al pensiero di passare un’intera
nottata in compagnia di questi. Le illusioni invadevano la mia
mente come lo scetticismo e l’esultanza ondulavano nel senno di
Dantés per l’antico tesoro di Faria.
- Avrei voluto concedere a Michel
piaceri così goderecci da compensare i momenti più tristi della
sua vita!
- Invece scorsi alte nel cielo
grandi nubi blu e grigie in movimento, cariche di pioggia.
- La bara, fredda ed immobile, fu
trasferita in tutta fretta dalla camera mortuaria dell’ospedale
alla chiesa più vicina.
- Le campane di Caebourg rimasero
in silenzio, le porte della Cathédrale serrate. Fu così che il
prete disse la sua messa! Nessuno ebbe il coraggio di partecipare
al funerale di Michel: né Françoise, né i genitori, né i
parenti, né gli amici. Vidi soltanto abiti scuri, volti
sorridenti coperti da veli neri e accompagnatori frettolosi di
ripartire. Sul sacrario sigarette spente e sputi catramosi.
- Dopo la Morte scorsi anche il
Terrore!
- Il sorriso scompare dal volto,
subentra una sorda collera, rabbiosa ma nascosta, che ti costringe
a tornartene a casa o ancora peggio a non uscire proprio dalla tua
stanza.
- Pensavo che tutto ciò potesse
farmi diventare un’ombra. Impossibilità e solitudine! Il corpo
di Michel fu riposizionato sul carro funebre e trasferito in
Ticino per essere sotterrato nel cimitero del paese natio.
- Così vollero i suoi genitori…
- Senza salutare nessuno, mi
allontanai dalla chiesa con Emile al mio fianco. Senza scambiare
neanche una parola, raggiungemmo l’appartamento, nei pressi di
Rue des libraires, con l’intenzione di portar via da lì tutti i
suoi ricordi.
- Mi tremavano le gambe, lo ricordo
bene, e a stento, con l’aiuto di Emile, riuscii a salire i tre
piani dello stabile.
- Giunsi davanti alla porta,
infilai la chiave nella serratura, la girai per due volte.
- "No, Emile! Non posso…non
posso entrare!"
- "Non vuoi controllare se hai
dimenticato qualcosa di tuo?"
- "No, ti prego! Pensaci tu.
Domani, quando sarò già lontano, metti tutte le cose lasciate da
Michel in un pacco e spediscile in Ticino a casa dei suoi
genitori"
- "Come vuoi, Piffa! E il
testamento?", furono le ultime parole del povero Emile. Mi
accompagnò alla stazione dei treni e lasciai per sempre Caebourg.
Appena arrivato a destinazione, promisi, mi sarei messo in
contatto con lui e ci saremmo rivisti, un giorno. Per sempre!
- L’ovest, i camaleonti e l’odore
delle sardine appena pescate…la voce drammatica di un uomo
intonò un'antica canzone d’amore, accompagnata dalla melodia di
una chitarra scordata…nostalgia di un prezioso passato.
- Destinazione: ignota.
- Presi una stanza al secondo piano
della locanda. L’unica del minuscolo paese. Duecento anime
circa, tutte famiglie di pescatori. Sardine!
- Antonio mi accolse con il sorriso
sulle labbra. Una carica d'infelicità costringeva questa gente ad
un sottile e perenne sforzo dei muscoli facciali.
- Scelsi un luogo inesistente, a
malapena segnalato sulle carte geografiche e bistrattato dal
turismo, perché reputato senza interesse.
- Pagai cinque mesi anticipati e mi
feci dare la chiave della stanza.
- "La cena viene servita alle
venti in punto. Mia moglie ha preparato zuppa di pesce e sardine
marinate. E’ una brava cuoca, se n’accorgerà. Un ottimo pasto
per l’uomo del Nord!", esclamò Antonio, il padrone della
locanda.
- Ci guardammo per un attimo negli
occhi.
- Ringraziai con una stretta di
mano e raggiunsi la mia stanza. Appoggiai senza ordine i bagagli
sul letto a due piazze ed aprii la finestra. L’uomo del Nord.
- Tirai fuori dalla valigia una
tela bianca, arrotolata con uno spago ed iniziai a dipingere.
Tetti, con tegole blu. Anziane signore sedute ai lati delle strade
e vecchi pescatori incurvati dal duro lavoro. Schiene piegate ed
occhi bassi. Un solo pennello per un solo colore. Immaginai uno
sfondo in cui intravedevo il mare, lo sentivo piuttosto.
- Un’inesauribile massa d’acqua,
in continua evoluzione, si prendeva gioco dei venti e si muoveva a
loro insaputa, come per gioco o per sfida?
- Un’insenatura, perfettamente
piatta e priva d’onde, cambiava in un attimo la sua fisionomia
per trasformarsi in una voragine frenetica e burrascosa. Tutto in
pochi secondi. Buttai a terra il pennello! Poi la tavolozza, con
rabbia…
- Per la prima volta nella mia vita
non sapevo cosa fare. Non riuscivo a trovare la forza per liberare
la mia innata ispirazione. Michel, Emile, Caebourg…troppi
ricordi…
- Ripresi il pennello e stesi il
colore con esagerata uniformità, creando la base per il quadro:
una distesa piatta, priva di contorni e di movimento fu l’interpretazione
che diedi del mare. Gettai a terra la tela e ne presi un’altra,
bianca.
- Chiusi la finestra e senza
pensarci su iniziai a dipingere il mio ultimo atelier, quello
lasciato a Caebourg.
- Niente da fare!
- Sbattei il quadro, appena
abbozzato, sul letto ed uscii dalla stanza.
- La locanda era un antico e
decrepito stabile a due piani, costruito in legno, e utilizzato
per l’essiccazione delle sardine, come affermò Antonio,
"durante l’epoca d’oro della grande pesca. Tempi remoti,
mio caro!" Un legno scuro, pieno di tarli e impregnato dell’odore
delle sardine affumicate. Proprio così! Sardine! L’unico mezzo
di sussistenza del paese. Solo donne e uomini anziani. Né figli
né nipoti. Né nuore né amanti.
- L’odore penetrante del pesce
era dappertutto: sulla spiaggia, dove il profumo del mare sembrava
accompagnare al triste destino le sue figlie predilette, sui tetti
delle case ingrassati e resi acri dal continuo essiccamento, ai
lati delle strade pregni di un olio saturo di sudore umano e
sardina. Salutai Antonio e attraversai l’intero paese, diretto
alla spiaggia. Mi trovavo in cima ad una collina a picco sul mare.
Una strada tortuosa, costruita con ciottoli e percorribile
soltanto a piedi o in groppa ad un asino, si snodava per tre
chilometri dal paese al mare.
- Lasciai dietro di me i tetti blu,
le anziane donne ed iniziai lentamente la discesa, cercando di non
lasciarmi sfuggire alcun particolare di ciò che vedevo. Percorsi
i primi cinquecento metri.
- Decisi di aumentare l’andatura,
sempre più veloce, sempre di più.
- Fu così che, in un istante, mi
ritrovai a correre come un pazzo. Fui preso da una foga esagerata!
Le gambe e le braccia erano concentrate a mantenere costante il
passo mentre il cuore batteva costante e il respiro cercava di
mantenersi lento e profondo.
- Un battito…un battito…un
battito…
- La strada lasciò il paese e si
fece ancora più impervia, concentrando tutta se stessa al pendio
che puntava dritto all’oceano. Affrontavo le curve con
sicurezza. Una dopo l’altra.
- Nel punto esatto in cui le
continue volte sembravano ammassarsi per formare un corpo
compatto, che potesse vincere la forza di gravità, fui costretto
a rallentare la mia andatura.
- Capre, Carl! Di quelle
selvatiche! Bianchissime, come quelle che s’inerpicano sicure
sui pendii delle alpi ticinesi.
- Cercai di bloccarmi per non
spaventarle, spostando tutto il peso del mio corpo all’indietro.
Non riuscii nel mio intento.
- Quelle, intimorite, iniziarono a
salire sui ripidi pendii ai lati della strada. Saranno state più
di cinquanta! Montavano una sull’altra per fuggire il prima
possibile. Fu il caos! I maschi, dotati di grandi corna ricurve su
di un pesante corpo massiccio, presero per primi la via della
fuga, montando senza ritegno sulle fragili schiene delle capre
più lente. Poi seguirono le femmine con i piccoli al loro fianco.
- Ne rimase una sola! Era zoppa.
Io, ormai giunto allo stremo delle mie forze, non riuscivo più a
bloccarmi, tanto la strada si era fatta ripida e scoscesa.
- Giunsi quasi fin dentro al gregge
di capre, riuscii a schivarne alcune, calpestai gli zoccoli di un
grosso maschio che mi guardò con aria di sfida. La massa riuscì
bene o male nella fuga. La capra zoppa, invece, prese a correre in
direzione del mare, disperata! Non sapevo cosa fare. Se mi fermavo
rischiavo di cadere, se continuavo avrei allontanato la povera
capra dal resto del gruppo. Fui costretto a proseguire. Lei
davanti e io dietro ad inseguirla. Una corsa folle, un
inseguimento al contrario. Io che avrei voluto dirigerla in alto e
lei che si sentiva costretta a scendere da una presenza estranea
alle spalle.
- Finalmente giungemmo alla
spiaggia! Stremati! Crollai a terra! Cercai di recuperare il
normale respiro ed alzai gli occhi per comprendere…
- La capra era lì, davanti a me, e
mi guardava fissa negli occhi.
- Marroni contro verdi. Immobili.
- Mi rialzai lentamente per non
spaventarla ancor più e provai ad avvicinarmi, quasi per
scusarmi.
- Fu lei che prese l’iniziativa.
Mi leccò le mani e se n’andò.
- Forse fu qualcosa di più di una
liberazione.
- Aspettai seduto sulla sabbia il
tramonto del mare, pensando all’alphorn rimasto incompiuto nella
casa dei miei genitori. Mi alzai e salutai il sole con un inchino.
Senza una reale speranza di rivederlo domani!
- Tornai nella mia stanza, senza
neanche andare a curiosare cosa avesse preparato la moglie d’Antonio
per la cena.
- Mi misi a dipingere. Ripresi in
mano l’ultima tela, appena iniziata, e stesi il verde per
mescolarlo con l’azzurro. Pensai ad Antonio. Una vita senza
emozioni, senza futuro…solo privazioni…e sorrisi…
- Un vecchio pittore, rugoso e
malato, mi guardava dritto negli occhi. Al mio fianco stavolta una
donna. Mi ritrovai nudo, abbracciato alla persona che avevo sempre
desiderato amare, ma che ancora non ero riuscito ad incontrare…
- Voltai la tela al muro. Avevo un
assoluto bisogno di sfogarmi con qualcuno che potesse stare lì ad
ascoltare le mie parole, senza farmi domande o darmi consigli.
Volevo parlare, così come fece Michel al museo.
- Uscii dalla stanza e raggiunsi la
sala da pranzo ubicata al piano terra. Le luci erano spente! La
locandiera era già andata a dormire. Percepii delle voci
provenire dall’atrio, dove Antonio solitamente accoglieva, con
una stretta di mano, i rari clienti.
- Mi avvicinai per sentire meglio.
Una voce femminile.
- "Resteremo una settimana o
forse più, io e mia figlia!"
- "Siete in vacanza?",
chiese Antonio.
- "Piuttosto alla ricerca di
un luogo per liberare la mente!"
- "Bene, questo è il posto
giusto!", e ancora, "la colazione, domani, sarà servita
alle nove in punto. Mia moglie vi cucinerà caffè e pasticcio di
sardine. E’ una brava cuoca, ve n’accorgerete! Donne del Nord
alla ricerca di…"
-
-
-
- 6
-
- Lasciarono ad Antonio le loro
valigie le due donne mentre io me ne stavo fermo, appoggiato al
muro, in piedi a curiosare la scena con occhi pieni di pacata
attenzione.
- La moglie del locandiere
fugacemente salutò le nuove arrivate da dietro la porta
semichiusa che separa l’atrio dalla sala, una volta utilizzata
per l’essiccazione delle aringhe.
- Fece un cenno con la mano,
sorrise e richiuse delicatamente l’uscio, così come mi ero
immaginato avesse fatto tutte le volte che qualche forestiero
fosse entrato.
- La signora, a prima vista, mi
diede un’impressione di donna austera. Altissima e magrissima
nei suoi vestiti chiari di pura seta e impreziositi da finissimi
merletti bianchi, simili a quelli che indossano le contadine
ticinesi nei giorni di festa.
- Mi parve s’incuriosì di me la
figlia. Mi accorsi della breve occhiata che mi diede e allo stesso
tempo della velocità con cui tornò a seguire con vera e propria
sudditanza corporale i passi della madre, la quale nel frattempo
si era fatta porgere da Antonio le chiavi della stanza e non aveva
perso tempo cominciando a muoversi in mia direzione, dato che mi
trovavo proprio sulle scale che portavano al piano superiore del
vecchio essiccatoio.
- Per cortesia mi staccai dal muro
per passare dalla parte esterna delle scale, quella affacciata e
sospesa sopra l’atrio.
- Passò la madre. Accennò un
sorriso e mi salutò per prima senza darmi possibilità di
anticiparla.
- "Buona sera!", disse
con un’impostazione particolarmente solenne.
- La donna mi scavalcò senza far
molto caso alla mia persona e senza darmi la possibilità di
rispondere, proseguì senza degnarmi di un solo sguardo.
- "Un lungo viaggio vi ha
portato fin qui?", fu la domanda che rivolsi alla figlia con
l’intenzione di interrogare la madre.
- Il corpo di un uomo nudo con
affianco la donna amata dipinsi, appena tornato nella mia stanza.
Ripresi la tela rimasta appoggiata al muro da quel pomeriggio
passato in spiaggia ad ammirare un sole senza speranza alcuna che
potrà domani riaffacciarsi a rischiarare la vita delle persone e
cominciai da capo.
- Pensai intensamente all’esistenza
di una fanciulla costretta dal padre a restare tutti i giorni
segregata in casa. Me la immaginai bella ed attraente, gonne
lunghe fino a sotto le ginocchia e viso pallidissimo privo di
trucco.
- Un sogno l’avrebbe portata
lontana da lì, da quella casa maledetta e l’avrebbe trasferita
tra le braccia di un uomo.
- Nuda, completamente nuda e
protesa verso il possente corpo di lui, uno qualsiasi con il quale
fuggire e realizzare una vita insieme. Maternità, educazione di
figli, famiglia, senilità, morte.
- E’ chiedere troppo?
- Sia un desiderio pocanzi espresso
esaudito da colui che aspetta…serpe allo specchio rimiro te…esaudito?
- Lei la pitturai subito, d’istinto,
senza una minima esitazione. Capelli mori lunghi, pelle liscia e
sguardo languido di sottomissione verso l’uomo il quale, invece,
mi rese difficile la nottata a causa dei continui incubi ad occhi
aperti sull’immagine ancora viva e presente di Michel.
- Non riuscivo proprio a non
pensare a lui. Disegnai il viso, i capelli, il corpo e l’espressione
di Michel. Le sue apparenze, sembianze, allusioni lontane…
- Ricordo che ne uscii distrutto,
ero preoccupato perché volevo che lui non pensasse, com’era
solito, "patetico, una delle tue solite paranoie!".
- Le due figure occupavano il lato
sinistro della tela come in un riquadro. Presi un colore blu
intenso e feci attorno al disegno una cornice interna come per
dire "questa è fatta, ora preoccupiamoci del resto".
- Non mi ci volle molto ad
immaginare una donna con in grembo il proprio bambino e ancora
meno la stessa, anziana e sola.
- Impregnai il pennello d’altro
blu e senza soste terminai il quadro in poco meno di due ore.
- Seguì un’alba indecifrabile e
nascosta da un’insolita foschia proveniente da terre a me
familiari.
- Aprii la finestra e godetti del
profumo della ginestra.
- La vita sembrava, in quel preciso
istante, prendere una direzione ben delineata verso una relazione
intima e costante con le terre prossime al mare.
- Qualsiasi mare…massa d’acqua
in eterna burrasca per ricordarmi senza esitazioni quali sono le
questioni importanti della vita. La pace interiore…golfo calmo e
limpido ideale da solcare, penetrare, percorrere, attraversare
silenzioso come le creature che ospita.
- Sardina! Questo mi viene in
mente! Potrei imbarcarmi su qualche peschereccio per capire più a
fondo il mio spirito e …sto vagheggiando come al solito, come
facevo da bambino.
- Sognavo vivamente di fuggire da
una situazione sgradevole e di essere accompagnato per mano da un’anziana
signora che mi mostrava la realtà.
- Ha preso la mia mano e mi ha
portato, nella notte buia, davanti ad un uomo che diceva messa
dentro una stanza piccola ed angusta e poi davanti al portone di
una grande chiesa dalle forme gotiche, dal quale uscivano decine e
decine di gattini.
- Le chiesi, una notte, "sono
gatti, quelli?"
- E lei rispose "No".
- Richiusi la finestra, senza
neanche badare a quello che stava accadendo fuori. Mi fermai un
istante, spalancai gli occhi e la riaprii di scatto. Era proprio
lei. La figlia della donna del Nord.
- Saranno state circa le sei della
mattina e lei era seduta sul tetto della casa antistante la
locanda. Mi affacciai subito per attirare la sua attenzione. Che
bella! Non ho mai incontrato una ragazza più bella di lei.
- Guardava fissa verso il mare e
rideva. Un sorriso che non dimenticherò mai. A tutta bocca.
- Che cosa avresti fatto, Carl? Un
saluto, un cenno con la mano?
- Chiusi la finestra, coprii la
tela con un panno ed uscii dalla stanza senza ricordarmi di
chiuderla a chiave.
- Scesi le scale in tutta fretta ed
andai fuori dalla locanda.
- Una casa color ocra con
tantissime fotografie appese al muro, sparse ma con un senso
logico.
- Folletti, omini verdi frutto di
una fervida e fanciullesca immaginazione e fili, tanti fili appesi
al muro che sembravano avvertirmi su quale direzione prendere.
- Seguii, così com’ero solito
fare da bambino nei momenti noiosi dell’infanzia, causa insolite
decisioni prese a priori per il mio bene da persone adulte, con
occhimmaginazionecuriositàdolcefollia le forme geometriche create
da quei fili…un dito fa da pennello e disegna quadrati che si
trasformano in spirali, in triangoli in linee parallele.
- "Stai attento se decidi di
entrare qui fallo perché ne sei veramente convinto!",
sembravano dirmi quelle linee continue.
- Entrai.
- Era buio e umido l’atrio,
mentre profumato ancor più intensamente della locanda di un denso
olio d’aringa il piano superiore.
- Presi un bel respiro dal naso e
proseguii sulle scale. Superai il secondo piano e raggiunsi l’entrata
del solaio da dove credei lei fosse presumibilmente passata.
- Dimenticai per un istante la mia
indole…
- Fu così, Carl, che dischiusi la
pesante porta di ferro…
-
-
-
-
- 7
-
- Vidi onde, indistruttibili
affianco a lei. Uno sguardo mille parole e luce nei suoi occhi,
grandi! Mi venne naturale chiederle per quale motivo avesse deciso
di fermarsi in quel luogo sperduto…una scoperta e un posto per
lasciarsi dietro il passato…me ne rallegrai.
- "Vieni qua,
avvicinati", sibilò.
- Le parole uscirono facili e
naturali.
- "Mio nonno ed io sedevamo
spesso sul tetto della casa, in cui vissi durante l’infanzia",
e proseguii "guardavamo le montagne per ore, senza parole,
senza commenti".
- "Continua", chiese lei.
- "Ricordo che a volte lui
indicava un punto lontano con la mano, come volesse segnarmi
fermamente la via sicura e giusta da percorrere, a volte, pensando
che io non me n’accorgessi, faceva scorrere una lacrima sul
volto segnato dalle rughe, segni della sofferenza."
- "Dov’è la tua casa?"
- "Sul ciglio della
vallata."
- Lei stese il corpo bianchissimo
sulle tegole come fosse un tutt’uno con queste ultime. Incastrò
le scapole tra le pance delle onde e poggiò saldamente il sedere
sulle creste. I suoi capelli neri, intrecciati in una lunga coda,
le caddero lungo le spalle.
- Evitai di fissarla per non farle
capire che mi eccitava molto quella sua posizione. Muscoli in
tensione, seni all’insù, cosce socchiuse.
- "Ho sempre sognato di vivere
in una casa sommersa dai fiorellini, circondata dalle capre e
visitata dai passerotti in cerca di briciole per l’inverno."
- "Prova a chiudere gli occhi
e forse la vedrai", le proposi.
- Lei, come niente fosse, socchiuse
i begl’occhi ed espirò lungamente e profondamente.
- Pensai al mio corno, dimenticato
in Ticino e lasciato marcire chissà dove, se nella cantina di mio
padre o nel giardino della villa. Lo materializzai e lo impugnai
con tutte e due le mani.
- Presi un respiro a pieni polmoni
e vi gettai dentro tutta la mia energia…il suono penetrò nelle
umide case, negli stretti vicoli e, come un fiume in piena,
arrivò fin giù al mare per disperdersi a macchia d’olio sulla
superficie dell’oceano.
- Lei aprì gli occhi, spostò il
corpo e lo sguardo verso di me e mi vide ancora con le mani che
sembravano tenere lo strumento.
- Spalancò le palpebre ed esplose
in una fresca risata.
- "Grazie", aggiunse.
- Prese la mia mano dolcemente e mi
sussurrò al collo,
- "Portami lontano, portami a
vedere il mare."
- Scendemmo le scale senza regole,
sbattemmo fortemente la porta per uscire da quella casa e, senza
mai lasciare la presa, mi trascinò con dolce impeto giù per la
ripida strada, la stessa lungo la quale incontrai le capre. Le
capre…
- Le gambe si muovevano senza la
minima esitazione, vigorose più che mai. I miei piedi erano
zoccoli piantati nel terreno scivoloso.
- Lo sguardo alto al cielo e il
corpo pieno di brividi.
- Tremavo solo per il fatto di non
aver mai avuto vicino a me una persona carica di così tanta
vitalità.
- La mia fanciulla volava, non
camminava. La timidezza e la paura che si accorgesse dei miei
sguardi, a volte delicati a volte penetranti, non mi permisero di
godere appieno dei suoi movimenti, percepiti appena, lieti ed
erotici allo stesso tempo. Percorremmo i tre chilometri in pochi
minuti. Case in pietra, finestre senza vetri, odore di rosmarino
selvatico.
- Volava, lei, verso l’acqua. Con
me vicino, in balìa di una forza che mi spingeva giù, giù, giù
sempre di più.
- Il mare era ormai a pochi metri
di distanza da noi e non appena arrivò a me l’odore pungente e
denso delle alghe, morte sul bagnasciuga, sentii la sua mano
stringere forte la mia. Colsi, forse, in lei un leggero tremito,
che avvertii passare su di me, impreziosito dai costanti e
inebrianti soffi del suo odore.
- Forte e preponderante. Avvolgente
ed appassionante.
- Misi piede sulla sabbia finissima
non prima d’averla stretta fra le mie braccia. Appoggiai
dolcemente un braccio sotto le gambe nude e con l’altro sorressi
la sua schiena. Con le dita della mano sinistra sfiorai appena la
tenera pelle del suo fianco e con il naso sentii l'odore dei
capelli.
- "Aspetta! Come ti
chiami?", mi chiese sottovoce.
- "Jouet!", mi venne
istintivamente.
- "Ho paura", continuò
esitante.
- Capii che non era il caso di
rispondere.
- L’appoggiai, facendola
scivolare con estrema lentezza, sulla sabbia.
- La presi per mano, Carl, e la
portai con me sulla cresta di una spumeggiante onda di riflusso,
che pareva non finire mai…lontano dalla terraferma scoprii che
cosa significasse desiderare un lungo abbraccio.
- "E’ ora di tornare, per
me", affermò forse troppo bruscamente.
- "Vorrei non finisse
più", risposi.
- "Ci vedremo domani allo
stesso posto, se vuoi, Jouet!"
- "Aspetterò con trepidazione
quel momento."
- "Allora a presto!"
- "A presto", lei si
voltò per prima e prese a camminare. Poi si bloccò di scatto.
- "Non vuoi sapere qual è il
mio nome?"
- Non mi accontentai. Passai
giornate intere ad osservare ogni suo più nascosto segreto…mi
pareva d’essere Michel davanti alle sue tele…
- …i respiri silenziosi animavano
il suo corpo.
- Lungo la battigia le frasi si
sforzavano di sembrare accomodanti e poco fastidiose per le
orecchie. Tutto cade o cadrà…è lei ad avere addosso il profumo
più inebriante che abbia mai annusato…i fiori di rue du marché,
le fredde ed umide acque del lago, gli schizzi di colore sulla
tela.
- Neanche Michel, con la sua magica
e raffinata polvere di colore, mescolata ad olio di lino,
riuscirebbe a farmi raggiungere un’estasi così profonda, come
quando percepii per primo la forza del suo odore…un corpo che
vive, avvolto di mistero e portato con estrema vivacità.
- Lo prenderei, se potessi, e lo
dipingerei di giallo, di un giallo ocra…e lo modellerei a
spicchi e a triangoli e a cunei, impazziti a causa dell’assoluta
e inedita mancanza di rilievo.
- Stenderei i tratti senza una vera
e propria decisione artistica, senza un’impronta del passato
così come sentivo di essere in quel preciso istante…libero dai
ricordi caebourghesi.
- Troverei il modo per giungere ad
un’implosione…progressiva ma incompiuta.
- Può un uomo dimenticare un
istante di vita passato ed immaginare un futuro con l’unica
donna amata?
- Svanisce con il tempo la sua
sembianza…corpo sottile ora magicamente trasformato in un’incredibile
e compatta scultura…e i piedi?
- I più belli…decisamente adoro
la particolare soggettività, che mi costringe tutte le notti
sveglio ad ammirare e desiderare le sue forme gentili e semplici…
- Un basso tavolato verde attraeva
i nostri sensi. Poggiai il cavalletto e spiegai la tela. Iniziai
con un’insolita serenità a mescolare i colori.
- Rosso, giallo, verde, marrone.
- Immagina la scena, Carl: un
panorama composto da cielo azzurro velato appena da rare nubi,
prato verde punteggiato da fiori rosa e piante grasse, roccia
granitica a strapiombo sul mare in burrasca. E vento tesissimo.
- In primo piano davanti a tutto
questo c’era lei, appena coperta da un soffice e svolazzante
tessuto di seta azzurra, in piedi con la testa all’indietro e
gli occhi appena socchiusi.
- "Sfiorati i capelli con
entrambi le mani, per favore", quasi le ordinai.
- Obbedì.
- Appoggiai il colore sulla tela,
con leggera esitazione, per non rischiare di tingere troppo il suo
naturale candore. Modellai la sua sagoma con estrema attenzione ai
particolari. Fianchi così tondi ed arricchiti da sensuali onde di
morbida carne non possono esser trascurati e schiacciati da occhi
penetranti ma falsi.
- "Sovrapponi la punta del
piede destro sull’altro e piega appena la gamba".
- Un’occhiata sfuggevole mi fece
capire che si sarebbe adeguata alle mie richieste ma che da ora in
poi qualcosa sarebbe cambiato.
- Acconsentì e aprì la bocca per
prendere un respiro.
- I polmoni si gonfiarono, le
costole quasi uscirono dal torace e fecero in modo che i bei seni
esplodessero verso il cielo. Senza che io le proferissi quale
posizione tenere, si sfilò il vestito di dosso e mostrò un corpo
appena ambrato dalla luce del sole. L’idea di una forma statica
e delicatamente sensuale, che mi era venuta in mente per ritrarre
la donna nella sua naturale espressione, si trasformò di colpo in
una conturbante e selvaggia rappresentazione della sovrumanità.
- Mi alzai di scatto dallo
sgabello, feci cadere inavvertitamente il cavalletto ed andai per
afferrarla.
- Lei, aspettando proprio quel
momento, iniziò a correre, completamente nuda. La seguii d’istinto.
Accorciai il distacco. Pochi metri e la strinsi alle anche con
entrambe le mani.
- Appoggiai le ginocchia a terra e
la trascinai giù con me.
- Fu lei a prendere l’iniziativa.
Un bacio rabbioso mi fece battere la testa al suolo…poggiò su
di me l’intero peso e continuò così…labbra carnose sulla mia
bocca, sul collo, sulle spalle, sul petto…i morsi erano sempre
leniti da successive linguate sul punto azzannato. Cercava i
muscoli in tensione con la bocca e sferrava una stretta con i
denti che mi faceva quasi svenire dal dolore…la saliva, appena
dopo, rinvigoriva il mio desiderio. E così via, scendeva e saliva
lungo tutto il mio corpo, ormai completamente spogliato.
- Ricordo che poggiò la bocca sul
mio piede sinistro intenzionata a strapparmi un urlo…tesi l’addome,
alzai di scatto il busto e presi tra le mani la sua testa…le
guardai gli occhi per qualche secondo…abbassai lo sguardo sulla
sua bocca e vi appoggiai con lentezza la mia.
- Finì, così, la rabbia che le
faceva perdere il controllo e sentii con sicurezza un fremito
passare lungo tutto il suo corpo.
- Sfiorai e risfiorai all’infinito
ogni parte di lei…poggiai il mio petto sul suo…i capezzoli
erano appena tinti di rosa pallido, l’odore vivace dei seni si
mescolava con quello delle non lontane ortensie.
- L’oceano echeggiava violento
dietro di noi. La donna che amavo allungò indietro la testa per
udirlo meglio e mi fece segno di sovrapporre il mio mento al suo.
Iniziai lentamente a muovermi dentro di lei…chiusi gli occhi…il
mare si fece sentire ancor più…sospiri…gemiti…bocche
spalancate.
- L’eccitazione raggiunse il suo
acme…un minuto…un’ora…l’aria si fece densa e umida e noi
eravamo ancora lì, come un tutt’uno ad ascoltare il profumo del
mare.
-
-
-
- 8
- L’appuntamento quotidiano
avvenne sempre nello stesso luogo alla tal ora, almeno fino al
giorno in cui le donne del Nord tornarono da dove erano venute.
- Lei era lì con un leggero
anticipo…correvo senza mezzi termini tra le sue braccia…mi
stringeva la mano e mi portava con sé tra le lunghe onde dell’oceano.
- Ora non penso più a niente
proprio a niente…mi sfugge tutto dalla memoria, non mi accorgo
di quello che gira attorno a me.
- Nessun’immagine passata,
nemmeno un ricordo del tempo trascorso insieme con te.
- Era mezzogiorno della domenica di
un paese sconosciuto ai più. La madre di lei decise di
partecipare alla sfilata, organizzata per ricordare i tempi d’oro
della "grande pesca" alle sardine. Proprio quella
domenica. Un solo luogo ed un’unica festa, organizzata con mesi
d’anticipo e frequentata da tutti: Antonio con sua moglie, le
signore dipinte dalla finestra della mia stanza, i vecchi
pescatori, cani, gatti, capre e gabbiani. Ed ora anche dalla donna
del Nord!
- Rimasi senza parole quando la
figlia decise di seguirla.
- "Scusami Jouet, la mamma
vuole che vada con lei lungo il corteo" e ancora "ti
dispiace?"
- "No!", che voleva dire
sì.
- "Lei ci tiene e da quando
noi due ci frequentiamo, sai, l’ho un pò trascurata."
- "Sì, hai ragione, è
vero", risposi con freddezza, infastidito per il mancato
invito.
- Erano passati già tre mesi dalla
loro comparsa e ancora non avevo conosciuto la madre. Capitava di
salutarci di sfuggita lungo le scale o d’incontrarci per le vie
del paese, dandoci il buongiorno o la buonasera, con un segno del
capo. Niente di più.
- Non comprendevo per quale motivo
lei non volesse presentarmi sua madre. Così, senza mezzi termini,
glielo chiesi.
- "Beh, siccome non ho ancora
avuto la possibilità di conoscere tua madre, potrei venire
insieme con te. Sarebbe un’occasione speciale."
- Silenzio. Ancora silenzio. Le sue
mani manipolavano freneticamente un bastoncino di legno e i suoi
occhi fissavano un punto immaginario per terra.
- "Allora, che ne dici?",
ribadii.
- "No! Non è il momento. No…no…e
non chiedermi altro", e ancora "oggi lasciami stare, è
proprio il giorno meno indicato per darti delle spiegazioni. Non
ti irritare ma è meglio che ci troviamo un’altra volta,
ciao", così mi lasciò, voltandosi ed allontanandosi.
- Eccolo là tragico fino in fondo,
creatore di mondi paralleli a quelli reali.
- Già proprio così, amore mio,
reagisco alla tua presunta indifferenza e non me ne vergogno
affatto. Almeno agisco e non lascio nulla al caso, nulla sospeso
se nulla va lasciato sospeso e al caso.
- Questo fa grande il nostro
legame: pensieri logici, discorsi liberi da costrizioni dettate
dalla noia, dall’abitudine, dal sovradosaggio d’elementi
esterni alla nostra mente.
- Questa sembra essere per me la
via giusta, per godere della vita insieme con un’altra…
- …persona, che pensavo fossi tu.
- Tragico fino in fondo e non mi
fermo qui.
- Non mi sento in grado di
giudicare nessuno, però mi sento pronto a reagire ad una
relazione lasciata in sospeso da situazioni a me estranee.
- Fu così che decisi di
partecipare alla sfilata. Andai da Antonio e gli chiesi a che ora
si sarebbe svolta.
- "Come tutti gli anni, caro
mio, alle otto della sera, in punto, il prete dirà una messa in
onore dei pescatori che hanno perso la vita in mare."
- Il locandiere fece una breve
pausa quasi per farmi capire in che modo organizzare la mia
partecipazione alla festa e continuò,
- "La statua del nostro
venerabile santo sarà trasferita, lungo tutta la discesa, fin
giù al mare, dove l’attenderà una barca di legno, che la
porterà in navigazione per l’oceano".
- "Poi che succede?",
chiesi.
- "Quando l’imbarcazione
sparirà dall’orizzonte e, dopo alcune ore, riapparirà e
tornerà a riva carica di pesce, inizieranno i
festeggiamenti", concluse Antonio.
- "Quante ore si dovrà
aspettare?"
- "Non si sa. Lo scorso anno
attendemmo tutta la notte e la statua riapparve all’alba",
ricominciò a raccontare ancor più fiero di prima.
- Io ero troppo distratto e
malinconico per ascoltare le sue parole e capire che la festa
sarebbe stata, per quella gente, l’unico evento lieto, durante l’arco
di trecentosessantacinque giorni.
- Diedi appuntamento ad Antonio
direttamente dentro la chiesa e salii le scale per rifugiarmi
nella mia stanza. Non vidi ne sentii le voci delle due donne.
Entrai, mi tolsi le scarpe che avevo indosso e le gettai malamente
in un angolo. Mi appoggiai a corpo morto sul letto e caddi in un
profondo sonno.
- Mi ritrovai steso a terra, testa
appoggiata al muro di un edificio, corpo sul marciapiede di un
lugubre vicolo. Occhi semichiusi, cuore in affanno. Percepisco in
lontananza il rumore della città: automobili che sfrecciano
veloci, tacchi d’eleganti di signore appena uscite per gli
acquisti, cani latranti, clacson. Vorrei alzarmi. Mi sento in
difficoltà a star lì sdraiato fra i passanti. Un peso
insormontabile mi blocca i muscoli, non sento più l’energia
vitale…tutto bloccato…tutto morto.
- Provo a chiudere gli occhi ed
attendere qualche istante. Passa il tempo. Niente. Tutto fermo,
tutto immobile.
- "Alzati, su, alzati!",
mi strilla una voce dall’aldilà.
- Un’anziana signora s’inginocchia
affianco a me e porge la sua mano per aiutarmi. Apro gli occhi e
vedo il suo dolce sorriso.
- "Sii felice", mi
accarezzò e sparì per sempre.
- Scattai in piedi sul letto,
completamente sudato. Mi guardai attorno. Mal di testa e un
frastuono infernale. Mi alzai ed aprii la finestra.
- Le anziane signore, che dipingevo
sedute ai lati dei vicoli con il capo chino e seminascosto da
grandi fazzoletti, correvano a testa alta, frenetiche, in
direzione della piccola chiesa patronale. I tetti blu erano
illuminati a giorno da luci scintillanti. Torce infuocate
schiarivano la notte agli angoli delle strade. Cani impazziti ed
Antonio.
- "E’ l’ora! E’ l’ora!",
urlò a squarciagola.
- Sentii la locandiera parlare con
una delle due donne del Nord. Mi avvicinai alla porta per meglio
ascoltare.
- "Ecco, questo va indossato
sul capo. Tutte le donne devono coprirsi in rispetto ai martiri
del mare", spiegò.
- In effetti, le anziane signore
indossavano un lungo velo nero, che fasciava la testa e scendeva
arrotolato sulle spalle. Antonio, insieme alla moglie, uscì dalla
locanda seguito dalle due donne. Mi riaffacciai alla finestra, ma
la compagnia era stata già inghiottita dalla folla.
- Mi vestii velocemente indossando
una camicia bianca, un paio di pantaloni lunghi e scarpe.
- Aprii l’uscio della locanda e
fui rapito dal violento fluire della gente in corsa. La testa mi
stava per esplodere. La pace dei mesi precedenti strideva
fortemente con le urla brutali delle donne. Dialetto
incomprensibile. Gridavano, piangevano, si battevano il corpo con
bizzarre fruste intrecciate di vimini. Una massa in trance,
ricordo. Gli uomini seguivano il corteo dalle finestre delle case
e da lassù gettavano, con movimento preciso e veloce, reti da
pesca a mano, come fossero lazi. Al posto dei coriandoli e delle
stelle filanti eravamo coperti da reti. E come i pesci a rischio
di cattura mi dovevo muovere in modo da evitare di entrare in
qualche tranello. Al mio fianco, una donna inciampò sulla rete
appena lanciata sopra le nostre teste e cadde a terra. L’aiutai
a rialzarsi. La mia amata era sparita, travolta dalla folla.
- La chiesa mi sembrava
irraggiungibile, così decisi di deviare per un vicolo laterale e
provare a raggiungere la meta da un altro punto.
- Sarei arrivato davanti alla
chiesa prima di Antonio e degli altri?
- Feci così, Carl: corsi in avanti
il più possibile, scartai due, tre, quattro donne e mi gettai a
destra con le spalle appoggiate ad un muro. Inciampai su qualcosa
che mi sembrava un corpo esanime, ma non me ne preoccupai.
Scivolai lungo il muro per circa dieci metri e raggiunsi l’angolo
di un viottolo. Girai la testa e vidi la strada. Buia e deserta…i
miei nervi si rilassarono, la testa tornò a ragionare. Senza
correre m’incamminai in direzione della chiesa. Vidi la gatta
nera, Pepe la chiamava lei, le accarezzai la pancia e continuai.
Si sentiva in lontananza riavvicinarsi il triste e concitato
vociferare della festa.
- Un’accecante luce bianca
mostrava a me il punto focale da raggiungere. Fuoco, torce,
esalazioni…
- Presi un lungo respiro e
gradualmente iniziai a correre. Prima lento, poi un pò più
veloce, infine con tutte le mie forze giunsi sul sagrato e m’infilai
come un razzo tra la gente. La vidi. Era là, tra gli altri. Non
interruppi la mia corsa.
- "Ora ci provo, ora ci
provo", dicevo tra me e me.
- Spalleggiai due grosse signore,
sfondai il muro dei sacrestani in parata e in un secondo afferrai
con virulenza la mia donna. La presi e la portai con me, lontano
dalla madre e dalle sue imposizioni.
- "Lasciami! Che cosa stai
facendo?", e ancora, "sei impazzito?", mi urlò
nelle orecchie la sua rabbia.
- L’abbracciai senza dire una
parola. Eravamo ancora nel mezzo del corteo. La baciai. Lei
spostò bruscamente la bocca.
- "Ti devo parlare. Vieni con
me, fuori da questa bolgia", dissi.
- Mi prese la mano e senza degnarmi
di uno sguardo mi strattonò per farmi uscire da quella situazione
imbarazzante. Scendemmo sotto la piazza seguendo una ripida via
formata da lunghi e quasi impercettibili gradini e ci appoggiammo
vicino ad un muretto. Le voci si stavano pian piano attenuando. La
gente si apprestava a lasciare il sagrato e ad entrare in chiesa
per la messa, in ricordo dei martiri.
- I martiri del mare, disse
Antonio.
- Accennai un sorriso
riconciliatore e lei, senza pensarci troppo, mi diede uno schiaffo
sulla guancia. Rimasi con il sorriso stampato sulla faccia. Non
reagii. Mi guardava con cattiveria e mi avrebbe dato un altro
schiaffo se non avesse capito subito che cosa mi stesse accadendo.
Abbassò lo sguardo, in segno di vergogna.
- "Scusa, Jouet, non volevo.
Scusa!", disse e si tolse il velo nero dalla testa.
- "Non devi giustificarti, hai
fatto bene, me lo sono meritato" e dopo un sospiro, "è
meglio se torni da tua madre, sarà già preoccupata". Le
sfiorai la mano e pensai "questa è l’ultima volta che la
vedo, stavolta l’ho fatta proprio grossa".
- Non cessava per un istante di
fissarmi e di contro anch’io facevo lo stesso. Lei penetrava e
capiva i miei occhi, io resistevo a mala pena.
- "Vieni qua!", mi disse,
come la prima volta.
- Il cuore mi batteva fortissimo,
le gambe erano molli, la pelle scossa da fremiti.
- Salì sul muro e si sedette. Lo
stesso feci io. Incastrai le mie gambe tra le sue e ci
abbracciammo con passione.
- "Che disastro che sei",
disse a bassa voce.