L’ATELIER
 
Dedicato a Piergiorgio Piffaretti e a colei che mi ha ispirato e mi ha aiutato a realizzare questo libro.

 

1
Aprì la porta dell’atelier
Da sempre affacciata sulla valle
Che ogni mattina si sveglia
Al suono dei corni svizzeri
Carichi di vitalità e sonorità
Percepiti a chilometri di distanza
E salì le scale mangiate ormai dai tarli
Sempre più padroni del suo mondo.
Osservò a lungo i dipinti ammassati uno sull’altro
Senza neanche più andare a scrutare i particolari nascosti
Che avevano fatto delle sue tele beni preziosi
Troppo spesso divenuti oggetti da appendere
Negli appartamenti della società bene ticinese.
Per il mondo erano la donna con il bambino morto,
Il pasto frugale, le bordel d’Avignon e
Adesso sono rettangoli senz’anima.
Il corno se ne stava lì
Appeso al muro in silenzio
Chiuso nella sua disperata angoscia
Perché consapevole del fatto che mai potrà suonare
Come i suoi compagni più felici
Che appoggiano le loro basi in legno di abete
Sui prati verdi delle vallate svizzere.
 
Il Piffa, così era chiamato da tutti quelli che amavano la pittura e le immagini del Canton Ticino, era un uomo che non riuscì mai a terminare la cesellatura del suo corno svizzero. Ed era sempre andato dritto nei suoi convincimenti, affrontando le situazioni più critiche e per questo aveva perso, sempre per non morire di rimpianti.
Cercò in ogni istante della sua vita di assomigliare a quelle onde gigantesche ed indistruttibili che vedeva tutti i giorni durante i cinque mesi passati a studiare il mare e che gli riempirono la testa di capelli bianchi su di un grande naso, proprio come quello di suo padre, occhi verdi, sguardo fisso, labbra sottili e sorriso.
Odiava spalancare il suo mondo alle persone che venivano a scegliersi i quadri e che arrivavano davanti alla villa, in cui viveva ormai da più di trent’anni, con l’intenzione di appropriarsene per vantare un Piffa in casa.
"Andatevi a prendere le vostre tele direttamente nelle gallerie d’arte, che tanto qui sono tutte impolverate e senza cornice", si presentava sempre con la stessa frase a tutti quelli che si affacciavano al cancello della villa.
Ma Carl neanche lo conosceva il Piffa.
Se ne stava impalato fuori dal giardino a guardare un disegno, che ornava l’unico balcone della facciata principale del palazzo a due piani, quando il Piffa gli si avvicinò,
"E’ un pò che la sto osservando!", disse curioso e poi aggiunse,
"Cosa guarda?", e Carl rispose, "sono capre quelle dipinte lassù?".
I due si fissarono solo per un attimo, poi il Piffa si sentì le parole in bocca,
"Vuole venire a vedere il mio atelier?", e Carl accettò senza batter ciglio.
Oltrepassò il cancello ed entrò nel giardino che circonda l’intera villa, come se la cosa fosse già stata decisa.
Fu veramente l’unico e l’ultimo.
"Non far caso al disordine, sai, ormai non dipingo più da molti anni e raramente vengo qui", il Piffa si fermò un attimo davanti all’ingresso e replicò,
"I tarli si stanno mangiando tutto!"
Al pianoterra, appena entrati, c’erano i suoi ultimi disegni raffiguranti un mondo fittizio, fatto di rosso spruzzato lì con rassegnazione e violentato da pennellate color arancio, dai toni aspri e lontani anni luce da quelli scelti per rendere delicata e lieve la realizzazione della toilette dell’unica donna amata.
Al Piffa piaceva circondarsi di quello che lui chiamava l’ordine irregolare. Le tele si trovavano sgraziatamente accostate, stese lungo il pavimento e persino utilizzate per coprire fessure o per tenere aperto uno sportello.
Fissarono a lungo i dipinti uno affianco all’altro. Sul tavolo, che si trovava in mezzo alla stanza, era appoggiata una testa in gesso con gli occhi asimmetrici, libri scritti a mano, un telo rosso. Affianco un cavalletto reggeva un quadro ancora completamente bianco, che dava l’impressione di essere stato messo lì apposta per divenire il centro focale di tutto quel caos regolare.
I due salirono le scale che portano al primo piano rialzato dell’atelier, lentamente e silenziosamente quasi volessero evitare di far prevalere le proprie conoscenze acquisite nei rispettivi studi accademici.
I rossi, gli aranci buttati sulle tele e martoriati da lunghe strisce di color nero, utilizzate per drammatizzare l’evento e sottrarre alla realtà del mondo le figure dipinte, stridevano fortemente coi toni delicati blu, verdi, gialli dell’unico quadro rimasto sopra.
Carl si avvicinò a lei, tolse la polvere dalla figura e disse,
"Chi è la modella di questo dipinto?", e magicamente lo spazio attorno a loro si riempì del suono potente di un brano. Il corno prese a suonare. Sembrava impazzito.
Nelle loro orecchie penetravano le sonorità di un’intera orchestra che strilla la sua risposta alle trombe, ai clarinetti, ai sax tenori, con note acutissime piene di sfumature estasianti. A momenti, nella penombra dell’atelier, i loro occhi videro il corpo nudo della donna ritratta muoversi freneticamente con le braccia alzate e le mani a raccogliere i capelli.
L’eccitazione sembrava raggiungere il suo apice. La musica che usciva dal corno, da sempre inanimato, stava per sfondare le polverose mura di quella stanza per esplodere con tutta la sua intensità giù in fondo alle ripide vallate, insieme ai pastori, alle capre danzanti, ai fauni suonatori di flauto. Poi tutto scese.
I suoni si fecero soffici e delicati, quasi malinconici.
Tutto calò improvvisamente, proprio quando la forza vitale del magma stava per inghiottire l’intero spazio. L’eccitazione scemò, le frasi si fecero meno intense, i groove echi lontani, le pulsazioni più lente. Il Piffa rivolse lo sguardo alla parete e
Il corno se ne stava lì
Appeso al muro in silenzio
Chiuso nella sua disperata angoscia.
 
 
2
 
"Sono 4.75 franchi", Michel ed io pagammo i biglietti d’entrata al museo con la riduzione, grazie al tesserino scaduto dell’Accademia delle Belle Arti, frequentata insieme sei anni prima.
Erano già passati circa due mesi da quando decisi, insieme al mio migliore amico, di lasciare il Canton Ticino, dove passai gran parte della mia vita, per andare a vivere a Caebourg.
Michel ed io, caro Carl, ci trovammo un appartamento in affitto a centocinquanta franchi al mese in una stradina della Caebourg vecchia, tra la Cathédrale, padrona del punto più alto della città, che sovrasta con le sue imponenti navate e la rue des libraires. Vivevamo insieme, ma accadeva spesso di non incontrarci anche per parecchi giorni, per poi ristabilire in un batter d’occhio il legame inesauribile che ci univa.
Erano due giorni che non ci vedevamo e quando il terzo giorno c’incrociammo sulle scale del palazzo, sfoggiammo un sorriso di circostanza come due conoscenti qualsiasi. Per fortuna ci fermammo subito ed iniziammo a ridere senza riuscire più a smettere.
Michel era maledettamente folle e allo stesso tempo pacato. Era capace di starsene giornate intere rinchiuso in casa con lo sguardo fisso davanti ad una tela bianca, a pensare soltanto con quale colore dare inizio al suo prossimo dipinto. Poi si faceva trascinare dal mio entusiasmo.
Quando chiudevamo la serratura della porta dimenticava tutto quello che aveva fatto prima e finiva per essere il più esagerato.
Una volta uscimmo da casa, la sera, per andare in un locale cosiddetto "letterario" sulla Grand Rue, chiamato "fin du siècle".
Percorremmo con il nostro solito passo veloce tutta la rue des libraires, svoltammo a destra per la rue de l’Hotel-de-Ville, che prosegue dritta cambiando nome in rue des chinoises ed entrammo sulla Grand Rue proprio a metà corso.
Michel diceva di essere stanco, perché il giorno prima aveva attraversato tutta la città per andare da un tipo che voleva comprare una delle sue tele.
"Sto impazzendo, cazzo!", gridò brutalmente e così riprese
"Mi sembra che più dipingo male e controvoglia e più la gente compra i miei fottuti quadri", lo diceva con un fare sconsolato, come se fosse certo dell'inutilità della verve pittorica.
"E’ la passione che ci devi mettere dentro", risposi.
Ne avevamo parlato centinaia di volte e più passava il tempo, più m’intestardivo sul fatto che dovevamo fregarcene delle persone che compravano solo per il desiderio di possedere un oggetto da appendere ad un chiodo.
"Il chiodo e il martello distruggono il fervore con il quale creiamo l’immagine che, sin dal primo schizzo di vernice steso sulla tela, idealizziamo dentro di noi", esclamai con tono solenne ed accademico.
Michel rimase in silenzio e probabilmente si convinse che fosse giusto non cadere nella pura esecuzione estetica.
La sua vera preoccupazione restava quella di trovare il denaro per l’affitto dell’appartamento. I soldi ci avrebbe permesso di resistere almeno per un altro mese.
Eravamo arrivati davanti al locale.
Io non mi sentivo per nulla stanco, anzi, provavo una forte vibrazione che cercava in tutti i modi di uscire dal mio corpo per crearsi un’immagine reale. Le persone, che sostavano a gruppi davanti all’entrata del "fin du siècle", mi osservavano curiose e pronte ad abbracciarmi, impazienti di fare la mia conoscenza.
Ad un tratto mi ritrovai in mezzo ai verdi pascoli delle mie vallate, lasciate a più di trecento chilometri di distanza.
Carl, non ci crederai ma rimasi con gli occhi chiusi per un solo istante e quando li riaprii Michel era scomparso.
Non mi stupì. Faceva assolutamente parte del suo modo di essere.
Usciva a forza dal suo atelier, iniziavamo insieme la serata e tornava a casa da solo il giorno dopo con mille storie strane da raccontare.
Entrai nel locale intenzionato a trovare Michel. Chiesi in giro se qualcuno l’avesse visto, attraversai per intero la sala, mi appoggiai al bancone, ordinai un bicchiere di rum, senza ghiaccio, e me ne tornai a casa.
Quando passeggiavo con Michel mi perdevo talmente a chiacchierare a raffica che non riuscivo mai a notare quello che mi circondava.
Sai Carl, a me piaceva da impazzire osservare!
Anche se vivevo a Caebourg da neanche un mese, avevo imparato a conoscere tutti quelli che abitavano nella parte vecchia della città, che si snoda tra il fiume e il grande Boulevard de l’archéologie.
Allo stesso modo mi ero abituato ad incontrare alcuni personaggi in posti prestabiliti, che passavano lì in certe ore precise.
Scrutavo i tratti, i gesti, i tic, gli umori senza che loro sapessero chi io fossi.
Piangevo quando la nana di rue du marché, che se ne stava tutto il giorno seduta affianco al portone della copropriété, rientrava nel suo appartamento, sola, per passare le ultime ore della giornata ad aspettare il giorno dopo e potersene stare lì su quella sedia a guardare la gente passare. Entravo nell’androne di qualche bordello, affacciato sulla strada che fiancheggia i giardini pubblici, per gioire con le tenutarie ogni volta che un cliente usciva dalla stanza, contento della prestazione della sua ragazza. La puzza di marcio si mescolava al dolce profumo delle puttane.
Conoscevo anche le piazze, gli alberi, i negozi, le nuvole, che sembrava stessero lì da sempre.
Quando passeggiavo da solo ognuno di loro mi salutava e mi raccontava quello che gli era successo durante il giorno.
"Ciao Piffa! Lo sai che vogliono costruirmi una fontana al centro che emetterà un getto d’acqua alto più di centoquaranta metri?", mi pareva dire la piazza e la fila di alberi rispondere ad unisono,
"Sei sempre la solita esagerata, già è tanto se ti mettono una fontanella per far bere i cani". E mi sembravano risuonare nelle orecchie le risate fragorose dei negozi che affacciavano le vetrine decorate ed ordinate sulle ali vecchie e decrepite della piazza, indispettita da tanto baccano.
Prima di rientrare in casa non dimenticavo mai di guardare dritto negli occhi la zuppa di cipolle, racimolata al bistrot da Lelian le Maudit all’ora di chiusura, dopo che tutti i clienti avevano mangiato in abbondanza.
Come ti raccontavo all’inizio della storia, Carl, erano due giorni che non vedevo Michel, così per festeggiare al meglio la riunificazione decisi di portarlo al Museo d’arte, da poco allestito al di là dal Boulevard de l’archéologie, tra la città vecchia e i periferici quartieri orientali di Caebourg.
Rimisi in tasca la tessera dell’Accademia ed entrai seguito da Michel.
Ero eccitatissimo all’idea di poter guardare da vicino i capolavori del passato, sfogliati e venerati sui manuali di scuola o sulle monografie acquistate in libreria.
"Stai preparando qualcosa?", mi chiese Michel.
"Cioè? Che cosa vuoi dire?", risposi sorpreso.
"Non ti ho visto dipingere molto ultimamente. Non vorrei che ti fossi scordato come si fa ad usare il pennello", esclamò scherzando, ma con un giusto accenno polemico, riferito al fatto che non stavo contribuendo assolutamente al pagamento dell’affitto. Da lì a poco la signora, che ci aveva affittato l’appartamento, sarebbe salita al terzo piano, dove alloggiavamo, per chiederci i centocinquanta franchi del secondo mese.
"Ho delle idee in testa, boh!", gli risposi. Michel pensava di conoscermi bene e mi bruciò così,
"Tu quando decidi di andare per musei, significa che stai per scoppiare con qualcuna delle tue follie", disse sicuro di sé.
Non feci in tempo a rispondere e già mi ritrovai a viaggiare su di un toro scalpitante che si agitava frenetico a destra e a sinistra, scalciando con veemenza e muovendo impazzito ogni parte del suo corpo.
Ero quasi riuscito a focalizzare la figura nuda di una fanciulla, seduta e circondata da due uomini intenti a discutere tra loro, che mi ritrovavo improvvisamente davanti ad una scena da circo con un domatore al centro dell’arena e una ragazza seduta su un cavallo bianco, che girava in circolo a velocità folle.
Mi muovevo così rapido da una sala all’altra del pianterreno che a stento riuscivo ad impressionare nella mente e ad immagazzinare tutto ciò che vedevo. Mi sentivo in mezzo ad un vortice, mi facevo trascinare dall’impulso.
Andavo avanti, Carl, per non morire di rimpianti e lo stesso feci per tutta la vita…per non morire di rimpianti.
Michel, invece, si comportava come se fosse stato davanti ad una delle sue tele bianche. Si era seduto su un divanetto in velluto rosso, uno di quelli utilizzati all’interno dei musei per dar la possibilità al visitatore di godersi appieno i particolari dei dipinti preferiti.
Lui fissava ogni minima crepa, cercando di trovare anche il più invisibile segreto che, come lui stesso diceva, era "volutamente nascosto dall’artista".
Mi avvicinai a Michel.
Stava osservando un olio su tela che ritraeva una donna stesa su un sofà, con indosso solamente un bracciale, un fiocco nero al collo, un paio di scarpe da camera e un nastro tra i capelli. Aveva lo sguardo fisso, penetrante…
Michel mi vide arrivare e senza distogliere gli occhi da quelli della figura dipinta mi fece segno con la mano di sedermi affianco a lui.
Io obbedii.
"Assomiglia a Françoise!", mi disse.
"Per me potrebbe essere un vaso di fiori", risposi io.
Michel rimase in silenzio. Pensavo volesse dialogare, al solito, sui diversi modi con cui si può guardare un’immagine. Anche qui avevamo idee completamente diverse. Lui amava infilarsi dentro i quadri, cercava di trovare a tutti i costi una spiegazione. Per me, invece, La Gioconda poteva essere benissimo una ballerina di cancan o una geisha giapponese. Sarebbe stato indifferente.
Michel iniziò a piangere. Rimasi sorpreso. Mi avvicinai ancor più a lui, ma non mi sembrò subito opportuno spronarlo a smettere. Lasciai che si sfogasse per qualche minuto. Continuava a guardare dritto negli occhi la donna nuda davanti a lui.
Poi abbassò lo sguardo e si mise il volto tra le mani.
"Michel…Michel…", esclamai, preoccupato per il mio amico e continuai cercando di capire il motivo che lo rendeva così triste. Gli accarezzai dolcemente una guancia.
"Stai ancora pensando a quella ragazza incontrata al café?"
"E’ così bella", e ancora, "non vivo senza di lei…non ci riesco…", mi rispose.
"Ma se la conosci appena!", dissi senza convinzione, posando il mio braccio sulle sue spalle.
"Mi è bastato fissarla negli occhi, come con questo quadro, per capire chi fosse".
Michel ed io parlavamo raramente delle ragazze che ci capitava di incontrare in giro per la città.
In una di quelle notti in cui tornava tardi, ben più tardi di me, mi aveva raccontato di Françoise, ma nel dormiveglia non avevo immaginato potesse essere così importante per lui.
Michel prese coraggio, smise di piangere ed iniziò a raccontare tutta la vicenda.
"Dio mio, come è andata a finire. Com’è finito tutto!"
Io rimasi in silenzio per non disturbare il suo racconto e lui, così, continuò
"Ci siamo conosciuti una settimana fa in quel maledetto Café des courses e abbiamo continuato a frequentarci nello stesso posto tutte le sere successive. Ieri, invece, avevamo deciso di darci appuntamento di fronte alla Cathédrale, per andarcene in giro da soli, magari lungo il fiume, abbracciati e lontani da inutili schiamazzi notturni. Era la prima volta che ci vedevamo di giorno, in una piazza illuminata dal sole, e non nel solito café in cui lei abitualmente s’intratteneva tutte le sere".
"E venne?", chiesi dubbioso.
"Si, era lì prima di me…L’avevo già notata da lontano. Era in piedi, con la camicia gialla appena abbottonata sotto il ciondolo che teneva appeso al collo, proprio come la prima volta che la vidi. Françoise non si accorse che mi stavo avvicinando a lei".
Michel smise per un istante di parlare. Era visibilmente agitato, tanto che si alzò dal divanetto ed iniziò a camminare, con me al suo fianco, intenzionato a dirigersi verso la scala che porta al primo piano del museo. Aveva ancora voglia di sfogarsi.
"Così la chiamai. Françoise!", ricominciò a raccontare.
"E lei?", dissi.
"Si voltò di scatto verso di me…Vidi il suo volto…Era più bella del solito…La distingueva da tutte le altre un’aria dolce e allo stesso tempo crudele, che mi costringeva a cadere ai suoi piedi."
"E che cosa accadde?", esclamai.
Salimmo insieme le scale e raggiungemmo la grande sala rettangolare che ospita i capolavori della pittura europea di inizio secolo.
"Mi avvicinai a lei abbastanza da poter sentire il profumo emanato dai suoi lunghi capelli, intrecciati in uno chignon e la baciai…ma lei rifiutò abbassando con sgarbo la bocca verso il basso. Restai immobile, senza voce…", Michel fece una pausa, come per meglio focalizzare nella sua memoria quel terribile istante, ma riprese quasi subito.
"Aspetta un poco, mi sussurrò Françoise appoggiando la bocca al mio orecchio…così disse, Piffa, ti rendi conto?"
Ti assicuro, Carl, che rimasi impietrito. Non l’avevo mai visto così preoccupato. Finalmente in quel preciso momento mi stavo rendendo conto quanto fosse importante averlo vicino a me. Capii che, nonostante ci avessi impiegato una vita intera, sarei riuscito a diventare con lui una sola cosa. Proprio così, una vita intera! Avrei unificato le nostre volontà per liberarlo dalla pressante sottomissione che le leggi della casualità lo costringevano a vivere questa incredibile situazione.
Avrei voluto stringerlo tra le mie braccia con tutta la forza e tirargli fuori il suo sentimento verso Françoise per gettarlo lontano da lui, per sempre.
Michel non me ne diede il tempo, perché ricominciò, dicendo,
"C’eravamo baciati il giorno stesso in cui ci siamo conosciuti al café des courses e ci siamo visti tutte le sere consecutive. Ci siamo baciati e abbiamo fatto l’amore…Dio mio che bello"
"Ma allora perché si è comportata così?"
"Non lo so. Sai cosa mi disse dopo? Che presto sarebbe tornata a Méchant, dove era nata e vissuta con la madre prima di giungere in città, e che tra noi si era creata una relazione un po’ troppo superficiale per diventare veramente importante."
"Quando ha intenzione di andare a Méchant?"
"Partirà fra tre settimane."
"Beh, ci si può trasferire anche noi. Ci troviamo un altro appartamento in affitto, magari risparmiamo pure…mi piace quel posto, sembra di essere tra le nostre vallate", dissi con la sola intenzione di farlo almeno sorridere.
"Lei mi ama, ne sono certo, ma crede che il nostro legame sia uno scherzo da café notturno. Capisci? Un modo per sopravvivere alla solitudine e allo smarrimento di chi, come noi, è lontano da casa."
"E tra voi è così?"
"Non lo so"
"Ami la sua bellezza?"
"La amo e basta".
C’eravamo guardati negli occhi per tutto il tempo, camminando uno vicino all’altro su e giù per la grande sala che occupa per intero il primo piano.
Michel smise di parlare e un attimo dopo cessammo anche di fissarci per volgere lo sguardo al dipinto sospeso sulle nostre teste.
Rappresentava il corso impetuoso di un fiume, pieno di vitalità e di un’insaziabile vigoria, prodotta dal desiderio vorticoso dei mille mulinelli, che s’infilavano tra le alte e strette rocce del suo letto.
Due case, poste ai lati del quadro, chiudevano il corso del fiume e lo costringevano a prendere una direzione ben precisa.
Le sue acque fredde quasi lambivano le porte del piccolo borgo e sembrava volessero entrare, forti dell'irrefrenabile corrente, nelle ripide vie che l'avrebbero allontanato da un destino predeterminato.
In effetti, una lontana pianura, incastrata a forza tra le case, dava l’impressione che il fiume ce l’avesse fatta a raggiungere la sommità del borgo, incuneandosi fra i viottoli.
Soltanto un suono familiare allontanò la nostra attenzione dal quadro,
"Piffa! Michel!", esclamò ad alta voce un ragazzo, che camminava veloce dal fondo della sala, diretto verso di noi.
"Ciao Emile!", risposi alzando il tono della voce per fargli capire che mi ero accorto di chi fosse. Si avvicinò e ci strinse la mano.
Emile Ferrand, venticinque anni, studente alla facoltà di lettere, nato a Caebourg ma vissuto gran parte della sua esistenza nella campagna circostante, abbandonata cinque anni prima per tornare, come diceva lui, alle sue "vere origini", era il mio più accanito sostenitore.
Lo incontrai, la prima volta, al bistrot che si trovava proprio di fronte al portone del mio palazzo. Andavo a mangiare lì quando mi svegliavo tardi la mattina e non avevo voglia di mettermi a cucinare.
Gli raccontai del mio trasferimento dal Canton Ticino a Caebourg e dell’intenzione di trovare un ambiente in cui poter esprimere liberamente le mie idee. Gli dissi anche che volevo costringere il mondo intero ad intuire una volta per tutte il significato della caducità e dell’effimeratezza della società in cui era avvolto.
Parlavo con Emile senza freni inibitori, perché la sua innocenza mi permetteva di renderlo curioso e attento a qualsiasi argomento da lui mai trattato.
Non mi lasciò più, nonostante la mia messianica generosità nascondesse in realtà una cupida avarizia, un maggior gusto nel prendere che nel dare.
"Sono così contento di vedervi", esclamò Emile con voce squillante.
"Sei solo?", disse Michel.
"Sì, oggi non ho lezioni all’università e ne ho approfittato per venire qua", rispose Emile.
"Scommetto che il Piffa ti ha parlato talmente bene di questo museo che sei stato costretto a venirci", chiuse il discorso Michel, che subito si era accorto della predilezione di Emile nei miei confronti e ogni volta, con un pizzico di malizia, cercava di ricordarglielo.
Ma Emile era un puro come non se ne trovavano facilmente nella società "caebourgeois" e non se ne accorgeva, anzi ogni volta che gli davo la possibilità di apprendere cose nuove, ne approfittava per elogiarmi senza mezze misure.
"Pensate che per andare all’università da casa mia ci passo davanti tutte le mattine e non mi sono mai preoccupato di sapere cosa contenesse questo palazzo", disse Emile senza timore.
"Quando usciamo tutti insieme per divertirci un pò?", chiesi rivolto ad entrambi, con l’intento di cambiare discorso.
Michel si voltò dall’altra parte come per non sentire ed Emile fu costretto a rispondere
"Domani sera mi vedo con gli amici dell’università in un locale che si trova non lontano dalla stazione dei treni."
"Per caso è quel posto dove organizzano serate di cabaret?"
"Sì, lo spettacolo inizia alle nove e mezza. Siete invitati, se vi fa piacere."
"Come si chiama il locale?"
"Au chèvres danceant, ci sarete?"
"Sicuro, veniamo! Vero Michel?", risposi col solito entusiasmo.
Lui rimase nel suo silenzio in preda a chissà quali pensieri orrendi.
 
 
 
3
 
Lei era vestita completamente di rosso, con una camicia senza maniche e una gonna lunga quasi fino ai piedi. Lui era teneramente appoggiato al corpo della giovane donna. Si trovavano all’interno di una stanza angusta e fredda, le pareti pitturate di blu e un grande letto bianco appoggiato al muro con affianco soltanto una sedia. Dalla finestra aperta s'intravedeva uno sfondo di case multicolori, affrescate con vernice rossa, bianca e gialla.
Fu il mio lasciapassare per continuare a vivere a Caebourg, perlomeno un altro mese.
"Trecento! Non un franco in più", esclamò il titolare della galleria d’arte sulla Grand Rue, trovata grazie ad un'indicazione di Michel, che lì aveva tentato di vendere senza successo una delle sue tele.
Era il risultato della mia foga. Una sera per dipingerlo e un'intera mattinata affinché i colori pastello si asciugassero.
Arrivai sulla Grand Rue a piedi, come al solito, con la mia tela, ancora viva, sotto il braccio. Mi presentai all’entrata del piccolo negozio completamente bagnato, per colpa della pioggia incessante. I colori piangevano.
Entrai e mi rivolsi all’uomo che era in piedi davanti a me.
"Salve, vorrei che desse uno sguardo a questa mia opera, se non le dispiace", dissi guardando fisso negli occhi la vittima, proprio come fanno i disoccupati durante un importante colloquio di lavoro.
"Se la scarti forse riesco a vederla!", rispose lui bruscamente.
Feci un segno positivo con la testa e tolsi la plastica trasparente, utilizzata per non peggiorare la situazione della tela, ancora visibilmente fresca.
L’appoggiai a terra, l’uomo si avvicinò ed iniziò a guardarla con estrema perizia. Storceva la testa a destra e a sinistra come se stesse osservando un quadro astratto. A me veniva da ridere, "è solamente un abbraccio. Imbecille!", avrei voluto dirgli.
Dopo tanti dubbi e sbuffi, l’appoggiò su un cavalletto vuoto che aveva esposto davanti all’unica vetrina del negozio. Mi chiese se la cifra da lui proposta mi andava bene e lo prese. Sono sicuro che rimase colpito dai colori brillanti resi tali dalla vernice ancora non asciutta.
Magari il giorno dopo si sarebbe ritrovato un quadro sbiadito e smorto. Peggio per lui.
Tornai a casa, pagai immediatamente l’affitto e ricominciai a dipingere senza neanche scendere al bistrot per uno spuntino.
Carl, non immagini cosa significasse per uno squattrinato come me aver venduto quell’abbraccio.
Ricordo che non riuscivo a stare fermo, mi muovevo frenetico per la stanza, nella quale tenevo gli attrezzi per dipingere, e guardavo i rimanenti centocinquanta franchi, tenuti avidamente fra le mani.
Ero attorniato da un disordine che, come diceva sempre Michel, rendeva il mio atelier pieno di gioia. Io lì mi ci trovavo completamente a mio agio, mi faceva entrare nella giusta ottica, mi permetteva di assecondare i miei atteggiamenti spontanei.
Amplificazioni delle espressioni delle mie emozioni…e tutto rilassato, con la cognizione del tempo, vibrazioni che trovavano la strada per arrivare fino a me.
Stavo, in quel preciso istante, recuperando la vera essenza di una rara felicità. Ruppi il vincolo.
Le mie tele erano sparse dappertutto, per terra, sulle sedie, sul tavolo.
Michel ancora non era rientrato e mancavano poco più di venti minuti all’appuntamento con Emile al cabaret.
Non me ne preoccupai. Aprii la finestra ed iniziai a dipingere.
Presi il pennello, assecondato dalla febbre del colore, e cominciai, di getto, a materializzare sulla tela tutto quello che vedevo fuori della stanza, senza uniformità.
Buttavo il colore sul cartone senza ritegno, con violenza, senza passare e ripassare, con tale rapidità che a stento tenevo dietro al volo dell'immaginazione. Ero assolutamente concentrato e non mi accorsi dell’arrivo di Michel.
Aveva già aperto la porta, si era tolto l’impermeabile e si era seduto dietro di me chissà da quanto tempo.
Mi voltai e posai il pennello. Aveva uno sguardo raggiante e allo stesso tempo fiero delle sue convinzioni.
"Che ti dissi al museo? Sei riuscito a fottere qualche compratore, vero?", esclamò sicuro di sé e continuò
"Ho incontrato l’affittacamere, mi ha confermato che le hai consegnato l’intera somma. Non male per un dipinto!"
"L’ho venduto per trecento franchi al tipo che sta sulla Grand Rue. E con gli altri centocinquanta stasera ci giriamo tutti i locali di Caebourg fino a domani mattina, capito?", risposi quasi con le lacrime agli occhi per la felicità.
"A proposito, a che ora ci dobbiamo incontrare con Emile?"
"Fra quindici minuti."
Era la serata giusta per far distrarre Michel dal pensiero dell’imminente abbandono da parte di Françoise. La notte per lui non fu migliore del giorno. Passò tutto il tempo, fino all’alba, appoggiato al davanzale della finestra, con lo sguardo fisso al cielo plumbeo.
Il suo letto rimase tale e quale a come lo aveva lasciato la sera prima, vale a dire assolutamente intatto. Per non permettere all’oscurità di appropriarsi del mio migliore amico cercai con tutto me stesso di non addormentarmi. Senza disturbarlo tenni un occhio aperto tutta la notte rivolto verso di lui.
Gli amici, lasciati in Ticino, mi chiamavano "jouet", perché da piccolo ideavo degli scherzi talmente divertenti che riuscivano a coinvolgere anche i bambini più timidi e restii a parteciparvi.
Così non mi fu difficile convincere Michel ad organizzare una burla ai danni d’Emile.
Puntai sul fatto che considerava il mio rapporto con Emile un pò troppo intimo e quindi, pensai, non si sarebbe tirato indietro.
Pianificai il tutto già il giorno prima, al rientro dal museo. In fondo avrei fatto del bene ad entrambi.
La burla consisteva in questo: come da programma saremmo andati al cabaret con gli amici di Emile per vedere le ballerine ungheresi che si esibivano a tempo di valzer. Poi avremmo messo una scusa qualsiasi per allontanarci, Michel, Emile ed io dal resto del gruppo e poter così attuare il piano.
Conoscevo, nella periferia della città, non lontano dal locale, un capannone abbandonato, pieno di cianfrusaglie lasciate lì perché senza valore. Mi era capitato di andarci una volta per recuperare delle vecchie cornici. Avrei proposto ad Emile di scavalcare il cancello e di introdurci nello stabile per rubare opere d’arte di valore inestimabile, tenute da un famoso collezionista d’antichità.
Sarebbe stato un gioco da ragazzi perché, una volta entrati, ci saremmo trovati davanti ad una serranda senza lucchetto. Già tutta questa fase avrebbe, comunque, messo in apprensione Emile, che fra tutti era quello che meno amava il rischio. Il bello sarebbe avvenuto dopo.
Lui non era un grande amatore, anzi si trovava spesso in difficoltà con le ragazze di città a causa della sua natura riservata e, diciamo così, bucolica giacché per quasi vent'anni visse in mezzo ai pascoli con i genitori.
Per questo avevo preso contatto con una ragazza, che lavorava in uno dei tanti bordelli di Rue du fleuve. Essa per quaranta franchi avrebbe accettato di trovarsi lì, accompagnata da Michel, e di appartarsi con Emile.
Era tutto perfetto!
Una volta usciti dal cabaret, Michel si sarebbe allontanato con una scusa qualsiasi per andare a prendere la prostituta e portarla dentro il capannone, prima che noi giungessimo.
Per arrivare al "Les chèvres danceant" bisognava attraversare tutta la città vecchia, passare il ponte che scavalca il fiume e raggiungere la stazione centrale dei treni.
Uscimmo di casa con l’intenzione, stavolta, di prendere un bus, visto che eravamo già in ritardo e che a piedi ci avremmo impiegato più di mezz’ora solo per arrivare al ponte che unisce il centro storico al quartiere Saint Jacques.
La fermata dell’autobus era già affollata. Era smesso di piovere e si era alzato un vento gelido che costringeva tutti a chiudersi in pesanti cappotti. Michel indossava un lungo impermeabile nero che lo avvolgeva completamente, tanto da renderlo quasi irriconoscibile se non fosse stato per le basette arruffate e per il naso appuntito che lo distingueva da chiunque altro.
Arrivò il bus ed entrammo per primi, facendoci largo tra la folla, senza pagare il biglietto della corsa.
I posti a sedere erano già tutti occupati, così ci sistemammo in fondo alla vettura per restare perlomeno appoggiati. Il mezzo si riempì, l’autista chiuse le porte e partì a razzo. Non riuscii a vedere in faccia l’uomo che sedeva alla guida del pesante bus, ma ti giuro Carl che non dimenticherò mai quel breve viaggio.
Sfrecciammo dritti per il grande boulevard de l’archéologie sulla corsia riservata ai mezzi pubblici.
Feci appena in tempo a rendermi conto di quello che ci stava capitando, che eravamo già arrivati davanti al Palazzo delle stampe antiche. Voltammo a tutto gas per rue des italiens senza effettuare fermate, con la gente che urlava, sbraitava e bestemmiava contro quell’ossesso. Ma lui andava dritto come un fulmine verso un passaggio pedonale pieno di gente su per uno stretto vicolo in salita, che ci stava portando di nuovo sul boulevard appena lasciato, con l’acceleratore al massimo.
Quando giungemmo in cima alla salita feci segno a Michel di stare tranquillo perché sicuramente avrebbe rallentato un pò per vedere cosa ci fosse oltre il dosso, invece il pazzo continuò ancora più veloce.
Scendemmo a capofitto su una di quelle strade incredibilmente ripide, nei pressi dell’università, col muso del bus puntato verso il Rond-Point des bastions e quello schiacciava ancora di più sull’acceleratore!
Entrammo nella rotatoria, senza dare precedenza alle altre vetture, con le ruote che sembrava stessero per cedere a causa della brusca sterzata. Filavamo sicuramente a più di cento chilometri l’ora senza tregua fino in fondo al boulevard che porta all’entrata del ponte sul fiume dove c’era un incrocio fortunatamente sgombero di pedoni ed esplodemmo con un sobbalzo appena all’intersezione in cui la strada, passato il ponte, ricomincia a scendere verso rue du temple.
Arrivammo davanti all’edificio sacro con una sterzata che ci schiacciò tutti addosso al fianco sinistro del mezzo.
Tutti gridavano per lo spavento, Michel no!
Stava incastrato tra un robusto signore, che cercava senza successo di farsi largo a spintoni per aumentare lo spazio tra lui e gli altri e una ragazza dallo sguardo incredulo, con il volto sorridente.
Sembrava di essere su uno di quei diabolici macchinari del luna-park, in cui i passeggeri si lasciavano sobbalzare a destra e a sinistra. E per lo più gratis.
Un attimo dopo c'involammo su rue St. Jacques e proprio quando cominciavo a divertirmi eravamo già arrivati a destinazione.
"Gare centrale!", urlò l’autista più pazzo che mi capitò di incontrare.
Scesi con Michel al mio fianco, guardai l’ora e rimasi immobile davanti al capolinea del bus, aspettando che lo spazio attorno a noi due mi permettesse un qualche ragionamento sensato.
"Ci vuole un drink! Abbiamo solo venti minuti di ritardo", esclamai.
Il bar della stazione faceva proprio al caso nostro! Era un locale in cui la gente entrava per bere velocemente una cosa qualsiasi tra una partenza e l’altra. Era frequentato da anonimi viaggiatori infreddoliti in cerca di bevande calde, caffè, the oppure dagli habitué della stazione, cioè tutti coloro che vivevano o meglio cercavano di sopravvivere in mezzo a quel via vai: i clochard.
Alcuni di loro si potevano permettere di pagare e quindi ordinavano con sfrontatezza whiskey scozzese e cognac delle migliori marche, altri bevevano birra o vino in cartone. Entrammo nel bar dirigendoci al bancone affollato.
"Due bicchieri di rum, per favore!", gridò Michel alzando la mano per meglio farsi notare.
Le persone che si trovavano davanti si girarono verso di noi con aria di sfida. Eravamo troppo rilassati.
Bevemmo alla goccia e ordinammo il bis. Venticinque minuti di ritardo. Pagai i drink ed uscii dal bar da solo. Mi girai attorno.
Michel si era già incamminato col suo solito passo veloce.
Cercai di chiamarlo ma l’alcool aveva fatto subito effetto, così mi misi a correre per raggiungerlo.
Lui se n’accorse e mi sfidò ad una gara.
"Dai Piffa! A chi arriva per primo al cabaret"
Non mi diede neanche il tempo di prepararmi alla partenza che già era scattato con l’accelerazione di un felino. Cercai in primo tempo di raggiungerlo con l’intenzione, poi, di superarlo in dirittura d'arrivo, ma dopo i primi metri iniziai a barcollare…
Michel si girò in segno di sfida e mi esortò a muovermi.
"Siamo in ritardo. Forza!", esclamò con voce tremula.
Cercai di radunare le ultime forze rimastemi e senza rispondere, per non sprecare inutili energie, ripresi a correre come un pazzo.
Le gambe mi si piegavano per lo sforzo e per le mille risate che mi facevo vedendo come si agitava Michel.
Lui prendeva sempre tutto sul serio!
Sembrava un maratoneta. Si era legato l’impermeabile alla vita e aveva alzato le maniche della camicia per meglio sfruttare il movimento delle braccia. Era veramente buffo.
La gente attorno a noi guardava con curiosità, ma in quel momento non ce ne fregava niente.
Arrivammo al cabaret delle capre ansimanti uno affianco all’altro.
Individuai subito, tra la folla in attesa per entrare, Emile e i suoi amici dell’università.
Ci avvicinammo a loro, che per fortuna erano parecchio avanti alla fila, facendoci spazio tra le persone. Salutai tutti, uno per uno e lo stesso fece Michel.
Emile per l’occasione indossava un vestito nero elegantissimo sotto ad un cappotto in pura lana e aveva appoggiato in testa un cappello a cilindro, un pò retrò ma in ogni caso in tinta con il resto.
Mi veniva già da ridere pensando al momento in cui l’avrebbe visto la ragazza del bordello.
"Quando vai a prendere la prostituta dille che dovrà incontrare un importante uomo della finanza mondiale", dissi sottovoce a Michel.
"Sì, così ci chiede più soldi per la prestazione!", rispose con tono alterato e con un leggero sorriso.
Scoppiammo a ridere tra l’incredulità di chi ci stava vicino.
Gli amici dell’università mi parvero, a primo impatto, tutti abbastanza tranquilli. In realtà mi era capitato già di incontrarne alcuni durante una delle tante uscite ai café del centro città, ma non avevo la minima idea in quale precisa situazione avevo avuto modo di conoscerli.
Emile nel frattempo era arrivato alla biglietteria e mi fece segno di allungargli i quindici franchi per l’entrata al locale.
Prese il ticket per tutti ed entrammo. Percorremmo un lungo e buio corridoio, con alle pareti coloratissimi pannelli che sembravano esser stati dipinti in totale libertà d’ispirazione da artisti differenti in momenti diversi, e giungemmo nella grande sala, illuminata soltanto dalla luce delle candele.
Era affollata di signore dai grandi cappelli fioriti e da uomini avvolti in lunghe sciarpe bianche appoggiate su camicie inamidate.
La luce sembrava avere la sua sorgente nel colore acceso delle larghe gonne delle ricche signore e nei lucidi riflessi dei capelli rossi, impreziositi con striature di tintura nera come dettava l’ultima moda.
Lo spazio attorno a me appariva sfocato e in via di dissolvimento.
Nell’oscurità immensa folgoranti lampi di luce ravvivavano le mie pupille. Un mondo intero era lì, fuori di me, ma tutta quell’uniformità mi offuscava la vista: corpi che svanivano e poi riapparivano, una lenta pulsazione, un continuo fluire, nessuno spazio all’immaginazione, le più piccole gocce all’estremo silenzio.
Michel stavolta si muoveva rapido tra le coppie danzanti in attesa dello spettacolo, fissando ora un grande cappello piumato blu indossato con estrema naturalezza da una ragazza vestita di verde ora la scollatura volgare di una donna dallo sguardo severo.
Questa si era accorta di essere osservata, ma con dispotica indifferenza se ne stava seduta al tavolo, ostentando una maschera priva d'espressione. Mi girava la testa.
Emile e i suoi amici mi avevano letteralmente accerchiato, facendomi le domande più strane e bizzarre sul mio modo di vivere, a dir loro alla "bohemienne", mentre quel pazzo di Michel continuava ad allungarmi drink uno dopo l’altro, senza tregua.
Sembrava uno scaricatore del mercato, solo che invece di passarmi cassette piene di frutta mi allungava rum e rum e ancora rum.
"Dai Piffa, raccontagli di quella volta che la gendarmerie voleva torturarti nella stanza della suora provetta dentista!", disse Emile, con gli altri che mi si avvicinarono per meglio sentire, curiosi di conoscere la storia.
Era una di quelle favole che raccontavo quando mi trovavo di fronte a serate noiose e a persone silenziose, poco disposte a lasciarsi andare.
Mi succedeva di "spararle" solo in tali occasioni e siccome le inventavo, in quel momento proprio non mi veniva in mente nulla.
Così iniziai ad immaginare,
"Ero in riva al mare con gli amici, quelli di sempre! Arrivò la gendarmerie di corsa…nessuno si mosse. Ci portarono in caserma dove spiegammo l’accaduto, ma ci veniva da ridere in faccia agli agenti. Lucil fu pregato di entrare nella stanza numero 13 per subire le angherie della suora. Poi toccò a me…ma convinsi tutti che non sarebbe stata una buon’idea. Ci lasciarono andare e tornammo sulla spiaggia."
"Perché vi hanno portato in caserma? Che cosa stavate facendo al mare?", disse uno di loro.
Non mi veniva più niente da inventare, allora cercai una conclusione qualsiasi.
"Era già calato il sole e un silenzio assoluto ci fece precipitare in un profondo incubo…"
Gli altri stavano tornando alla carica, ma per fortuna si spensero le luci, si aprì il sipario e tutti in sala diressero lo sguardo nel medesimo punto. L’intera platea fissava incredula il corpo in ombra di una fragile sirena che si trovava, sola, in piedi sul palco, con le gambe aperte.
Vidi Michel correre dal bancone dei drink diretto verso di me. Mi raggiunse, mi aprì con forza la bocca e mi versò per intero un bicchiere del mio preferito.
"Beviiii!", esclamò appena dopo che avevo mandato giù tutto.
Si riaccesero improvvisamente le luci delle candele. Il rum più buono che avessi mai assaggiato!
Uscirono da dietro le quinte le altre ballerine e coprirono per intero lo spazio occupato dal palco. La ragazza uscita per prima si posizionò al centro, gridò a squarciagola una frase in ungherese e partì la musica.
Tatata tatata tatata taratata taratata tatata…
Pampum pampum ratatata ratatata…
Le larghe gonne bianche, indossate su lunghe calze nere, erano utilizzate dalle ballerine per dare movimento allo spettacolo, ora alzandosi mettendo in mostra le gambe ora abbassandosi slanciando in avanti il busto e mostrando il décolleté.
Stridono i violini, restano in sottofondo le voci…
Gli stessi signori dei costosi cappelli e delle lucide giacche, dimenticarono le mogli e si sbavavano addosso, bramando di possedere quei corpi seminudi.
Passarono pochi minuti e già regnava il caos!
Pam…grrr…pam…grrr…pam…grrr…pampampam…
La folla, ormai in balìa dello spettacolo, si muoveva come su un’onda, su e giù lungo la sala proprio come sull’autobus che ci aveva portato alla stazione centrale.
Le gonne vennero sfilate e buttate in mezzo alla folla assatanata, diventando in pochi secondi stracci da portare a casa come ricordo.
Furono slacciate e tolte lentamente le scarpe, infine le calze nere. Alcuni cercarono di salire sul palco, ma vennero fermati dal servizio d’ordine che barricava e proteggeva l’intero corpo di ballo.
L’eccitazione era al massimo. Succedeva di tutto: gli uomini erano chi più chi meno in fibrillazione a causa di tanta bellezza, le signore, indignate, cercavano di trascinare fuori da quell’orgia i mariti.
La musica aumentò di volume e crebbe nel ritmo, fino a diventare assordante. L’orchestra buttò via le tube, gettò per terra i clarinetti, i violoncelli e si trasformò in una banda gitana…un groove ossessivo era ripetuto all’ossesso…
Folie…fleur…pampampam…repete…pampampam…repete…pampampam…
Le chitarre e le fisarmoniche tenevano un ritmo incalzante e lavoravano senza pause per i discordanti assolo dei violini.
Si stava per raggiungere l’apice!
Paramparam…pampampam…paramparam…grà…pampampam…
Le ragazze ungheresi, che per tutto il tempo avevano ballato e si erano dimenate sparse senza un reale ordine, dettato internazionalmente dalle regole del corpo di danza, si allinearono proprio sul bordo del palco.
La solita fanciulla gridò l’urlo di battaglia e le compagne obbedirono, come fanno i soldati all’ordine di un superiore, togliendosi il reggiseno e restando nude dalla vita in su.
Successe l’incredibile! La massa sfondò le barricate, alcuni caddero altri, invece, riuscirono a raggiungere il palco.
La banda perse gli strumenti…i violini volarono in aria…grà, le percussioni sulle teste di qualche malcapitato…pam…pam.
Presi Michel ed Emile, increduli per quello che stava accadendo, e li spinsi in avanti. Decisi di salire anch’io insieme con gli altri.
Michel, ormai completamente ubriaco, fu il primo a reagire al mio invito cominciando a farsi largo tra la folla.
Con un gesto atletico s'involò come un angelo sul palco e cadde a peso morto sull’unica ballerina ancora rimasta.
Tutte le altre erano riuscite bene o male a scappare in tempo ed evitare il peggio.
Quella, invece, nel fuggifuggi era caduta a terra. Sarebbe stata presto assalita se non fosse stato per Michel che, non so quanto per sua decisione o per un caso, la salvò.
Probabilmente fu scambiato per uno della sicurezza, per questo le persone rimasero immobili, indecise sul da farsi.
Salii anch’io sul palco seguito da Emile e insieme aiutammo la ragazza a rialzarsi.
Gli assatanati tornarono alla carica.
Presi subito una sedia, utilizzata per la coreografia dello spettacolo, e cominciai a farla girare sopra la mia testa urlando frasi sconnesse verso quelli.
Sinceramente, Carl, non ricordo bene cosa dissi ma ebbe il suo effetto.
Gli indiavolati si allontanarono e cercammo, con la povera ragazza appoggiata sulle nostre spalle, di raggiungere i camerini, dove si erano barricate le altre compagne.
Emile prese coraggio e si mise tra noi e l’ammasso di gente per creare un varco. Per fortuna l’agonia finì, entrammo negli spazi occupati dalla compagnia lasciandoci dietro il caos.
Le ragazze ci vennero incontro incredule perché nella confusione non si erano accorte di aver perso per strada una di loro.
Stavano già portando fuori i vestiti e gli attrezzi utilizzati per la scena e andar via di corsa per evitare un altro assalto.
Stendemmo la ballerina su una poltrona e visto che le altre si stavano già prendendo cura di lei decidemmo di andarcene.
Un signore alto e ben vestito si accorse di noi e ci bloccò,
"Siete stati molto gentili! Grazie!", e continuò
"Siete invitati al party che si terrà all’hôtel du President per festeggiare l’evento."
Ci guardammo in faccia senza capire bene cosa intendesse festeggiare dopo quello che era successo.
"Va bene! Veniamo volentieri!", diedi risposta per tutti e tre.
"Allora salite sull’autobus con gli altri, che si parte"
"Ancora un autobus?", sussurrai nell’orecchio di Michel.
"Ci siamo scordati dei miei amici", disse Emile.
"Hai ragione, ma non possiamo perderci quest'occasione", risposi.
"E’ vero, Emile", aggiunse Michel.
"Tutti sopra!", urlò l’uomo alto.
Salirono tutti: le ballerine, l’orchestra, l’uomo elegante, la ragazza che avevamo appena salvato.
L’uomo alla guida del mezzo stava per chiudere le portiere, ma Emile si decise.
"Sì, andiamo pure noi"
Beh, almeno la prima parte del piano si stava realizzando, visto che eravamo riusciti ad allontanare Emile dai suoi amici dell’università.
Nessuno di noi s'immaginava cosa sarebbe successo dopo. Stavamo in un autobus insieme con un intero corpo di ballo ungherese!
Da non crederci, Carl.
Salimmo e l’autobus partì, ma stavolta lentamente.
Non sapevo dove potesse essere l’hôtel, ma siccome si chiamava "President", si trovava, pensai, in un posto chic della città.
Nel bus regnava un’atmosfera allegra, tutti ridevano e si congratulavano uno con l’altro per la riuscita dello spettacolo.
Un suonatore di chitarra stringeva a sé una ballerina, un violinista chiacchierava animatamente con il direttore dell’orchestra, Michel passava senza distinzione da un primo fiato ad una percussione fino alla più sensuale tra le danzatrici del famoso corpo di ballo ungherese.
Sembrava di stare ad una festa, tutti si conoscevano, tutti si abbracciavano e si scambiavano baci sulla bocca.
Non ci mettemmo molto ad arrivare al President. Il bus entrò con una sola manovra nell’atrio esterno dell’hôtel e si aprì la porta.
Michel, Emile ed io scendemmo per primi, seguiti dal resto della compagnia, poiché occupavamo i posti immediatamente dietro al sedile dell’autista.
Un gruppo d’estimatori curiosi si avvicinarono a noi, immaginando fossimo, che so, i produttori o i manager della compagnia ed iniziarono a farci i complimenti per lo spettacolo. Michel ed io c'eravamo subito immedesimati nel personaggio: firmavamo autografi, rilasciavamo interviste e ci facevamo fotografare abbracciati ad una delle tante ballerine.
Lui pareva essere un importante uomo d’affari, col suo lungo impermeabile nero ed io uno di quegli scenografi di teatro un po’ stravaganti che si atteggiano con pose effeminate.
L’intera compagnia entrò nell’elegantissima hall dell’hôtel, affollata di persone.
Le ballerine salirono nelle loro stanze per cambiarsi d’abito e rilassarsi dopo tanto "movimento" e noi ci unimmo agli ospiti, i quali si erano spostati nella grande sala, allestita per festeggiare la riuscita dello spettacolo.
"Con chi ho il piacere di parlare?", mi fece uno che mi si avvicinò intimorito, ma intenzionato a conoscermi a tutti i costi.
"Mauriac! E voi?"
"Io…io…beh, sono stato invitato dal titolare del cabaret, anche se… non sono dell’ambiente."
"In effetti, non vi ho mai visto!", risposi con voce femminile per entrare meglio nel personaggio.
"Piacere, Lulu!", intervenne da dietro Michel con tono esageratamente frivolo.
Lo guardai in faccia, aveva cambiato espressione, teneva la bocca chiusa con le labbra all’infuori.
Non ce la feci. Sbottai a ridere. E lui serio,
"Perché ridi, eppure una volta ti faceva impazzire la mia bocca, Mauriac?"
L’uomo davanti a noi rimase impalato, senza dire una parola.
"E lei cos’ha? Andiamo Mauriac si vede che quest’uomo non ha gli stessi nostri gusti."
Mi dovetti allontanare di corsa perché stavo morendo dal ridere e mi diressi verso il buffet offerto dall’hôtel.
Al barman ordinai, per Michel e per me, "due bicchieri di rum, del migliore per favore"
"Dov’è Emile?"
"Non lo so, quando siamo entrati l’ho perso di vista."
"Starà ad importunare qualcuno, come facciamo noi."
"Dai, non scherzare! Lo sai che quello è come un bambino. Non è abituato a queste situazioni ", e aggiunsi, "non vorrei che si fosse cacciato nei guai."
Intanto le persone che si trovavano lì, apposta per conoscere le ballerine, iniziarono ad agitarsi.
In cima alla grande scalinata, che dalle stanze dell’hôtel scendeva fino all'immensa sala in cui eravamo, si affacciò l’uomo alto con il vestito elegante.
La sola vista del personaggio animò gli invitati e costrinse l’intera sala ad un lungo applauso.
"Grazie a tutti per essere qui, stasera!", indugiò un attimo e ripartì l’applauso, "e un ringraziamento particolare per l’accoglienza che voi tutti, abitanti di Caebourg, ci avete fatto", altro applauso, " se sono qui tra voi, in questo stupendo luogo è perché sono orgoglioso di rappresentare il meraviglioso corpo di ballo che avete ammirato questa sera al chevres danceant", applauso e pausa.
"E volutamente parlo di corpo di ballo perché le ragazze, che ora scenderanno fra di voi, sono l’orgoglio della nostra amata nazione: l’Ungheria!", applauso, "ma ora basta perder tempo, perché loro sono qui! Ho l’onore di presentarvi, direttamente da Budapest, le incantevoli e seducenti "libellule", e scattò l’applauso più lungo del mondo!
Il frastuono prodotto dal battito delle mani stava per sfondare i cristalli dei lampadari e i vetri delle finestre.
L’uomo iniziò a scendere la lunga scala, seguito dalle sue ragazze, tutte vestite allo stesso modo, con magliette attillatissime e gonne rosse a mezza coscia. Passò la prima, la seconda e via via tutte le altre. Scese anche la ragazza che avevamo salvato e chi vidi alla fine della sfilata?
Proprio lui, Emile. Completamente sbronzo. Affrontava le scale credendo di essere, anche lui, una bellissima ballerina. Si era tirato su i pantaloni e mostrava le gambe magre e pelose: che spettacolo!
"Noi prima scherzavamo, ma quello fa sul serio! E’ preoccupante, Piffa!"
Arrivò all’ultimo gradino e s’inchinò al pubblico che per fortuna non si era accorto minimamente d’Emile, poiché tutti erano interessati alle ballerine.
"Emile! Sei ubriaco. Dove sei stato?"
"Che dolcezza. Che eleganza."
"Che cosa stai dicendo?"
"La ballerina, no!"
"E noi che ci preoccupavamo di dove fosse andato, Piffa. Quello se ne stava chissà dove a divertirsi con le ungheresi", disse Michel.
"Che avete capito! Il tipo elegante mi ha chiesto di seguirlo nella sua stanza", e poi "non sai i ringraziamenti! Mi ha anche chiesto se desiderassi conoscere qualche ragazza"
"E tu?"
"Gli ho detto che volevo parlare con la ballerina che abbiamo salvato, poi ha iniziato ad offrirmi un drink dopo l’altro"
"Ci hai parlato con lei?"
"No! So soltanto che si chiama Svetlanka. Vi prego aiutatemi a conoscerla"
"Beh, vai da lei visto che ci deve comunque un favore e ci parli"
Michel la faceva facile, ma Emile era una frana con le donne. Presi Michel da una parte e gli sussurrai ad un orecchio,
"Ormai lo scherzo non riusciamo più a realizzarlo, quindi aiutiamolo almeno a conoscere ‘sta benedetta Svetlanka, no?"
Michel fece segno di sì con la testa, appoggiammo Emile su una poltrona ed andai a cercare la ragazza.
Era vicina al buffet, circondata da quattro o cinque signori, la ballerina, e rideva così sguaiatamente da attirare l’attenzione dell’intera sala.
Gli uomini la corteggiavano senza mezzi termini e lei li osservava mentre si proponevano. Poi uno di loro l’abbracciò tentando di portarla lontano dagli altri, mentre un altro la afferrò per un braccio tirandola con forza verso di lui.
Emile si alzò dal divano e rimase in piedi impietrito. Lei si accorse di me, si liberò dalla morsa prepotente dei due e girò lo sguardo nella mia direzione. Era il momento di agire.
"Signorina Svetlanka volevo complimentarmi per lo spettacolo"
Lei si avvicinò e mi rispose con una stretta di mano. Dimenticai subito le pose femminili e l’interpretazione del famoso scenografo effeminato! Presi la sua mano, dolcemente ma con decisione, e la baciai. Si fece il vuoto attorno a noi.
"Si sente meglio?"
Non parlava la mia lingua, ma solo un po’ di francese e così mi rispose, "Veux-tu, ce nuit, baiser?"
Ci avvicinammo ad un tavolino e ci sedemmo insieme. Svetlanka mi guardava dritto negli occhi, con un gomito appoggiato sul tavolo e la mano sulla spalla. Vestito rosso, maniche lunghe, colletto bianco, enorme cappello variopinto, grandi labbra rosso fuoco, capelli neri. Aspettava una risposta, ma mi precedette per non darmi scampo.
"Dans la chambre numéro 11 entre dix minutes!", mi bisbigliò nell’orecchio e si allontanò con la stessa sicurezza con cui se era seduta di fronte a me.
Che disastro! Non sapevo cosa fare. La ballerina non era niente male, ma Emile? Raggiunsi i miei amici ed Emile, che sembrava si fosse ripreso dalla sbornia, mi chiese
"Allora, che ti ha detto?"
Rimasi per un attimo in silenzio e così diedi una risposta senza pensarci troppo.
"Ti aspetta nella stanza numero undici fra dieci minuti"
Michel, che fra tutti era quello che mi conosceva meglio, aveva già capito. Era dotato dello stesso istinto che ha una madre con i suoi figli, solo che stavolta non rideva e neanche era turbato.
"Mi ci vuole qualcosa da bere"
Emile era fuori di sé, senza rendersi ancora conto di quello che sarebbe successo. Si allontanò in direzione del buffet e mi lasciò solo con Michel.
"E se quella non ci sta?"
"Ma chi la ballerina? Lei non vede l’ora di portarsi qualcuno a letto. Non hai notato come si comportava in mezzo a quegli uomini! Stava per sceglierne uno come si fa con un cofanetto di cioccolatini tutti uguali."
"Allora perché ha scelto te?"
"Per ringraziarmi, no! Siccome anche Emile l’ha salvata, è lo stesso se ringrazia lui al posto mio"
"Sì, forse. Basta che si comporta bene. Non ne deve aver viste molte di donne"
"Dai, andiamo a berci qualcosa con Emile."
Arrivammo al buffet, ma quello se n'era già andato. Voleva essere puntuale al suo primo appuntamento. Bevemmo il solito ed uscimmo all’aperto, in uno dei due balconi che si affacciavano dalla sala, rivolti verso la strada.
Eravamo nella zona settentrionale della città, era splendido! Dalla sala arrivavano alle nostre orecchie le parole di una vecchia canzone, che faceva, all’incirca, così:
 
A Caebourg eravamo in un piccolo caffè
Si potevano ascoltare le melodie delle chitarre
Oh, dolcezza, era il Paradiso…
 
Successe l’impossibile! Le dolci sonorità del brano vennero sopraffatte dalle urla disperate di una donna. Guardai dritto in faccia Michel e non ci fu bisogno di parlare, perché intuimmo subito di chi potessero essere quegli strilli.
Rientrammo immediatamente nella sala che si era del tutto svuotata.
Gli invitati, le ballerine, i barman e chissà chi altro si diressero, nel caos totale, verso la stanza da cui provenivano le urla.
"Dai Piffa! Cerchiamo di arrivare prima di loro", mi disse Michel senza far immaginare nella voce la minima esitazione.
C'infilammo carponi tra le gambe impazzite della folla, non ci si capiva più niente, pensavo soltanto "stavolta non ce la faccio, stavolta non ce la faccio".
Raggiunsi l’apice delle scale, senza sapere bene come e cominciai a chiamare.
"Emile! Emile!"
Mi accorsi subito che sarebbe stato inutile sbirciare nelle stanze, perché bastava seguire le traiettorie immaginarie degli sguardi delle altre persone per capire da dove provenissero quelle urla.
Tutti guardavano nella medesima direzione.
Erano gli uomini incontrati al cabaret, con le stesse giacche eleganti, ma senza le solite mogli.
Superai tutti e cosa vidi? Un uomo solo, nudo e sbronzo. Era Emile. Rideva a crepapelle, indicando con l’autorità di un inquisitore coloro che gli stavano davanti e allo stesso tempo balzava come un ossesso sul letto a due piazze, sfruttando il movimento delle molle.
Saltava a piedi uniti e urlava frasi sconnesse. Le persone lo osservavano senza intervenire…Immaginati la scena, Carl.
La ballerina, invece, si era rinchiusa nella toilette della suite e con una voce così stridente da riuscire a coprire le parole esagerate di lui, diceva "C’est fou, c’est fou!", cercando di attirare l’attenzione per essere salvata da quella situazione imbarazzante.
Ero bloccato, non riuscivo a muovermi, stavo lì con gli altri, anch’essi immobili un pò perché curiosi di seguire lo spettacolo e un pò perché, sognando d’essere loro al posto d’Emile, aspettavano un colpo di scena.
E il colpo di scena ci fu!
Emile pareva aver occupato il posto delle ballerine sul palco. Si dimenava con l’agilità di una spogliarellista, di quelle che si esibiscono nei loschi e luridi locali di Rue du fleuve e mostrava senza imbarazzo i genitali sobbalzanti per l’effetto del molleggiamento. Intervenni!
Lo raggiunsi e lo presi sulle mie spalle, portandolo fuori dalla stanza. Arrivò anche Michel.
"Fate passare! Per favore!", e ancora "fate largo, signori, ha bisogno di aria, deve respirare. Ha perso il senno della ragione, gli capita spesso!", e controvoglia si aprì un varco che ci permise di scendere le scale e di raggiungere l’uscita dell’hôtel.
Appoggiai il mio impermeabile sul corpo nudo di Emile e lo trascinai fuori della hall, poiché lui non aveva alcun'intenzione di lasciare il President.
"Devo a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e ringraziarlo, ho detto a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e", scandì Emile facendo riferimento, presumo, all’uomo che ci aveva invitato. Anzi, una volta lasciata dietro di noi l’entrata dell’hôtel ne fui certo. L’uomo alto con il vestito elegante, attorniato dai suoi due guardaspalle, uscì anche lui e prese a correre, visibilmente irritato, verso di noi.
Non c’era tempo da perdere.
Ripresi Emile sulla mia schiena e scappai seguito da Michel il quale, abile come sempre, si piazzò a braccia aperte davanti ai nostri inseguitori e riuscì a bloccarli con una raffica di parole che solo lui poteva riuscire a sputare fuori della bocca, neanche fosse un cantante di scat. Mentre Emile continuava a gridare "eccolo, eccolo! Aspetta voglio salutarlo!", Michel chiuse il discorso con un virtuosismo e ce ne andammo.
Eravamo troppo rilassati per voltarci…
 
 
 
4
E tu cosa fai? Domandai alla margherita
Che saliva dritta dalla fertile terra
Nutrita dai macabri resti
Di una remota sconfitta
E che così replicò:
Do la forza, sussurrò la margherita,
E il giaciglio alla libellula
Che si presenta frenetica una mattina d’estate
In attesa di una messianica visione
E con estrema delicatezza
Appoggia il candido corpo
E si riposa più che può
Sul suo fiore preferito.
Fin quando non vede lei,
La sua unica ragione di vivere
Di una sola giornata d’esistenza.
Un’intera mattina per corteggiarla
E un pomeriggio per amarla
Quando il calore del sole cede al fresco vento
Che la sera s’incanala tra le strette valli
E teneramente accompagna la donna amata
A depositare il frutto dell’amore
Sulle ferme e paludose acque
Di un martoriato lago.
E con lo stesso candore avvolge nelle sue bianche ali
Il corpo ormai esanime di lei
Per appoggiarlo sul loro unico fiore
Per un ultimo abbraccio d’amore
effimero…
 
Era arrivato il momento di metterci in viaggio…Michel non diede altre soluzioni alla mia scelta di portarlo via da Caebourg.
Il treno delle 12.30 si trovava già sul binario numero uno della Gare Centrale, pronto in perfetto orario a riportarci da dove eravamo partiti, per vivere un’esp