Rosita
 
Vedevo quella bambina da un mese. Non so quale sia stata la prima volta, ma a un certo punto mi ero accorto di lei, tornando dall’ufficio, mentre chiudevo il box: l’avevo vista guardarmi seria da un angolo e poi tornarsene indietro, e non ci ho pensato più.
Poi una volta nell’atrio, tornando dal supermercato. Lei stava aspettando l’ascensore. Io sono arrivato con i miei sacchetti, una fila di rotoli di carta igienica sotto il braccio, lei mi ha detto “l’ho appena chiamato” e se n’è andata via.
Gli occhi erano liquidi e chiari, come ci fosse piovuto dentro. Ma era tutta chiara, a pensarci. La descrivo perché voglio ricordarmene bene, la faccia come un velo, un po’ di lentiggini per confermare il rosso stopposo arricciato annodato dei capelli, un rosso anche lui chiaro, arancione. Ma non ricordo molto altro. Non riesco. Perché è passato del tempo. Io scrivo perché può servire, a me, a qualcuno, all’analista che mi invita a fare quello che mi viene, circa la memoria, e allora cerco di scrivere di questo. Di parlarne. Che non l’ho mai fatto. Con nessuno. Nessun amico, non la mia ex moglie.
 
 
Io tornavo dal lavoro tardi. Spesso facevo davvero molto tardi. So cosa mi si dice, del lavoro, che era il mio modo di nascondermi eccetera. Pazienza. Io e Clelia eravamo separati da poco, meno di sei mesi, e tornarmene a casa aveva la sua parte di peso. Ma a un certo punto ricordo che questa bambina ha cominciato ad essermi sulla strada con regolarità. La trovavo sugli scalini davanti al portone, e mi teneva aperto. Mi giravo per dirle qualcosa, un grazie, non so, e lei non c’era più, vedevo un batuffolo rosso sparire da qualche parte dietro un muretto. Scendevo con cautela la rampa del garage, e lei si fermava contro il muro per farmi passare, arrivavo al mio box e lei non c’era più, tranne una volta che l’ho vista guardarmi da dietro un cancello. Un sabato mattina mi sono svegliato come sempre verso le undici, ho aperto la porta per il latte, che qui consegnano tutti i giorni con il giornale. Ho aperto la porta, e lei era sul mio pianerottolo. Con una bambola riccia corvina nell’incavo di un braccio. Con l’altro teneva delle buste. Le ho detto “Ciao,” lei mi ha guardato e ha detto “Questa qui è la sua posta,” ed era così seria nel guardarmi, che ero a disagio. Ma le ho detto “E come si chiama la tua bambola?”. Lei ha detto subito “Rosa,” mentre quando ho chiesto “E tu, invece?” ha fatto un passo verso le scale, poi ha detto piano e tra i denti, come se qualcuno avesse scoperto un suo gioco segreto “Io Rosita,” e se n’è scesa, senza più voltarsi.
 
 
Non che fosse al centro della mia vita, questa bambina. Il lavoro era davvero il mio scudo contro Clelia, che mi ritelefonava ogni tanto, come per tenermi sempre la lenza ben tirata, come per saggiare se l’amo era conficcato ancora al suo posto. Tirava un poco, io la respingevo, come potevo, ma erano giorni davvero difficili, e nelle mie ossa, nella pelle, nelle narici, sotto le unghie, dappertutto avevo solo voglia di cedere, a qualsiasi cosa, ritornare nel nostro assurdo delirio di incomprensione e violenza pur di smetterla di galleggiare in quel modo, un’esistenza votata al lavoro pur di non pensare che, da solo, non ero capace di fare nulla.
 
 
Erano stati mesi difficili. Solo dopo un po’ avevo deciso di parlare con un dottore. Mi sentivo come in un acquario tiepido, mi sembrava che ci fosse sempre qualcuno in casa. I rumori degli appartamenti vicini mi sembravano nel mio. Credevo spesso di aver sentito suonare il telefono, e mi precipitavo, sempre con quella ottusa speranza. Che non era, chiaro, una vera speranza, ma era un nodo nello stomaco, una corda tesa tra me e qualcosa.
Al dottore parlavo di quei rumori, di quella sensazione di qualcuno nella stanza accanto, o certe volte proprio nella mia. Poi gli parlai di rumori che venivano sicuramente da fuori. La seduta successiva mi chiese subito: e quei rumori di fuori? E io gli dissi niente, non li sento più. E sono, invece, i rumori di cui scrivo adesso.
 
 
Tutto cominciava sempre con una specie di cantilena. Era davvero tutto molto ovattato, molto chiuso, non veniva dall’appartamento accanto. Saranno stati quei giochi delle tubature, quei riverberi che si propagano nella colonna d’aspirazione, geometrie che in giornate di bassa pressione ti fanno sentire due persone che litigano 5 piani più in su, ma non senti quelli del piano inferiore, che sono lì a 3 metri. Quei rumori li sentivo dal bagno, e anche da un certo punto della mia camera. Se mi mettevo sul letto, con la testa dalla parte dei piedi, tornavo a sentirli. Sentivo una cantilena. Ci penso, ci ripenso, allora sembrava il ritmo dondolante e vagamente cantato di una filastrocca. Ma non so dirlo davvero. Poi in verità mi confondevo spesso, a volte ero convinto che si trattasse di una vera e propria favola, con tanto di versi degli animali, la voce che si alza per intimorire, poi sparisce, imita una vecchietta, imita un bambino… Ma era tutto così lontano e cupo, così inscatolato e rimbombato dalle pareti: non sapevo proprio dirlo, che cos’era.
E non che lo sentissi spesso. Non c’era una regola. Dopo qualche volta, provai a memorizzare l’ora, per vedere se anche la sera dopo… Ma succedeva di sera, come la domenica pomeriggio, mentre la mattina mai, non la cantilena almeno. Una volta saltai su nel letto, buttai il cuscino sul fondo, sui piedi, mi sdraiai al contrario, tolsi di nuovo il cuscino per non averlo intorno alle orecchie. Era piena notte, e la nenia era cominciata. E quella notte l’ascoltai. Mi spostai in bagno, per vedere se si sentiva meglio. In bagno si sentiva in modo diverso, il volume molto più basso, ma i suoni un po’ più nitidi, che il buco dell’aerazione è proprio lì.
Vi dico. Io adesso sto raccontando di questa cosa, ma non pensiate che ero sveglio per quello. Era una di quelle notti inquiete in cui i pensieri se ne scappano impazziti, non si ha il controllo di niente, si vorrebbe dormire, si vorrebbe avere il cervello vuoto, le gambe pesanti che si piombano nel materasso, invece avevo nella testa un frullatore che mi mescolava il cervello, poi lo stomaco, cercavo di angosciarmi per il lavoro, le scadenze, le cose in ritardo, dio quanto ritardo, ma invece era sempre Clelia, in agguato nella testa, nello stomaco, nella carne e ovunque, e non riuscivo a dormire. La cantilena, a modo suo, mi richiamò dai miei ricordi. E mi misi ad ascoltarla con il preciso intento di cambiare il corso dei miei pensieri.
Andai quindi in bagno. La cantilena si sentiva nitida, ma lontanissima, non si capiva una parola che fosse una, ma che stava raccontando qualcosa, con i versi di chi racconta una fiaba, era fuori di dubbio. Cercavo addirittura di respirare il meno possibile. E di deglutire senza fare rumore, per non perdermi nulla. In questo sforzo, la mia mente costruì degli altri suoni. Non ero convinto che fossero veri, era come se li sentissi, ma non dovevano essere veri, come una specie di lamento del mio cervello, un rumore di aragosta messa a bollire viva in una stanza sottoterra in un bunker coperto di lana di vetro. Il mio cervello faceva come un fischio, come un mugolio, e mi sentii stanco, andai a buttarmi sul letto, feci non so quali sogni, non ci pensai per qualche giorno, finché non si ripeté.
 
 
Non sapevo come nascondere questa cosa all’analista. Eppure lo facevo. Lui percepiva qualche tensione, ma si parlava d’altro, non so perché mi vergognavo, o avevo paura. Una sera, molto tardi, spensi lo stereo, rimasi con gli occhi chiusi a massaggiarmi le tempie, non riuscivo a leggere, non riuscivo a fare nulla, andai a sdraiarmi, e la nenia era già cominciata. Mi sdraiai, senza pensarci, al contrario, per mettermi dove si sentiva meglio, ero davvero stanco, i toni erano cupissimi, ma sentii di nuovo quel mugolio, una specie di pigolio lontano e sottile, che andava insieme alla favola, sempre più concitata, che usava molte vocali, dovevano essere delle vocali, doveva essere qualcosa tipo E, SORPRESA DELLE SORPRESONE, APRI’ LA BOCCA E SE LO MANGIO’. E già dormivo.
 
Mi accorsi che spesso mi addormentavo apposta al contrario, la testa al posto dei piedi, e non giravo nemmeno più il cuscino. Una mattina mi entrò nel sogno un raglio. Nel sogno sentivo un raglio di un asinello lontano, ma non era un raglio, era una specie di lupo, che faceva un ululato triste, era un tono basso, il suono di una nave, era un gatto in amore, come quando si lamentano che sembrano bambini… Nel sogno mi entrò un suono che mi svegliò. Avevo molto sonno, ma ero sveglio, era mattina, era sabato, era presto, prima del solito orario, e il pigolio, il solito gorgoglio, era questo suono quasi continuo, stesso tono, molto basso, una U ciclica di una sirena che suona a bassa voce.
 
 
So benissimo quando ho cominciato ad associare, e nell’associazione a vergognarmi di quello che pensavo. Un giorno, al supermercato, ho visto Rosita attaccata a un carrello, attaccato a una donna. Questa donna, lo ricordo con precisione, come tutte le cose che riguardano Clelia, era una sarta che faceva qualche volta dei vestiti per mia moglie. O le sistemava delle cose, accorciandole, stringendole. Una volta aveva allargato anche dei miei pantaloni, e mi aveva tagliato le maniche a delle camicie. Rosita non mi guardava apposta, la donna le tirò su la faccia e le disse “Non è il tuo amico? Vai a salutarlo, no?” ma si capiva che la bambina non voleva. Aveva un cerotto sulla destra del mento, e sotto il cerotto strabordava un grosso livido. Io mi avvicinai per istinto, le dissi “Ciao socia,” poi guardai la donna e le dissi “Ma lei è la madre di…” “Rosita, si chiama Rosita” “Oh, sì, si chiama Rosita, ci siamo conosciuti, si è fatta male?” “E’ caduta” “Stai attenta, se ti fai male chi la porta a spasso la tua Rosa?”
La donna non mi tolse gli occhi di dosso per tutta la fila alle casse. Uno sguardo che non capivo, una specie di sorriso persistente, come fosse un sorriso che arrivava a me attraverso la bambina, o che voleva tornare alla bambina tramite me, un sorriso come una condanna, triste, spento, disperato quasi. Una supplica. Cominciai a sbattere le cose dal carrello sul nastro della cassa, poi mettevo con furia le cose nel sacchetto, facendo finta di controllare chissà che cosa sullo scontrino, o nella confezione di un petto di pollo. Afferrai i sacchetti, spinsi il carrello, volevo andarmene senza alzare gli occhi, ma mi sembrò tremendo, mi voltai per salutare. Rosita guardava fuori, una signora caricava uno stendibiancheria nell’auto. Sua madre mi guardava fisso, nessun sorriso più, una specie di angoscia, un’angoscia certa. E non fui più tranquillo.
 
 
Sospesi le sedute dall’analista. Adesso so meglio che cos’era. Volevo proteggermi dalla possibilità di capire qualcosa di orrendo. Ma i rumori divennero un’ossessione. Passavo la domenica a tergiversare per casa, leggendo, innaffiando le piante sul balcone, facendo un po’ di mestieri, senza più accendere lo stereo o la TV. Passavo spesso dal bagno, mi ci soffermavo aprendo piano le antine, controllando se c’erano i detersivi, l’ammorbidente… E quando cominciava la cantilena, quando diventava una favola, quando si faceva concitata come una conclusione maestosa, quando partiva il mugolio, sentivo sempre meglio, il mio stomaco più che le mie orecchie, sentivo sempre meglio che era un mugolio di supplica, una preghiera detta in una sola nota, il singhiozzo monotonale, il pianto disperato ma afono di chi non può non subire. Non può dire di no.
 
 
Così una domenica pomeriggio in cui questa cosa successe di nuovo, appena cominciata la cantilena (ero in bagno, stendevo i panni con una calma innaturale), scattai fuori di casa, cominciai a fare i piani a piedi, avvicinandomi alle porte, a volte avendo il coraggio di appoggiarci contro un orecchio, con il terrore che qualcuno aprisse la porta, mi sentisse, o mi vedesse dallo spioncino, chiedesse spiegazioni, “che ci fa lei qui? Che sta ad ascoltare? Guardi che chiamo la polizia!” Feci quattro piani a piedi, poi presi l’ascensore per salire all’ultimo piano e scendere di pianerottolo in pianerottolo, per non perdermi nemmeno una porta. Ma all’ultimo piano l’unico inquilino dell’attico mi comparve davanti, all’apertura delle porte dell’ascensore. Io gli dissi “Oh bella, deve avermi chiamato” “Mi dispiace… A che piano la riporto?” “Al terzo”. E tornato da me, entrai in casa. Andai in bagno. Non si sentiva più niente. C’erano i panni da stendere, e bisognava assolutamente fare in modo di non pensare più a Clelia. Più a niente.