Il giardino incantato
 
 
Iride si era assopita sulla terrazza che dava sul giardino. Il libro le era scivolato di mano ed ora una leggera brezza ne sfogliava le pagine.
Iride… Iride… chiamò una voce di donna. Poi di nuovo silenzio.
Un sorriso, un lieve rossore, un sussulto leggero: Iride si girò su un fianco.
Il profumo dei fiori, lo stormire delle fronde, il cinguettio degli uccelli, il suono appena percettibile di un violino, i mille colori del tramonto, il gioco infinito delle nuvole erano lo scenario stupendo.
Ancora una volta la natura si divertiva a disegnare e riscrivere i contorni, le forme, le luci, ma Iride pareva assente al respiro sottile, al palpitare sommesso, al tempo e allo spazio del mondo.
Eppure lo stupore, l’ammirazione, l’incanto le appartenevano Come poteva estraniarsi da tutto ciò, immersa nel sonno, sorda ad ogni richiamo? Il giorno l’aveva vista correre, ridere, scherzare.
Aveva rincorso più volte Diletta, la micia dispettosa di zia Clotilde( la sua amata prozia), che non perdeva occasione di provocarla, stuzzicarla e rubarle tutto quello che le capitava a tiro. Che scambiasse Iride per un topo!!! Non poteva essere: i gatti sono intelligenti, le gatte poi… .
Iride… Iride… chiamò di nuovo la stessa voce. Dove sei? Corri… corri…, ho ritrovato lo scrigno.
Iride sobbalzò e, ancora fra le braccia di Morfeo, si avviò, tentennando, verso il richiamo.
Ti ho chiamata più volte. Perché non mi hai risposto?, le chiese zia Clotilde.
Mi sono assopita e ho fatto un sogno bellissimo.
Sei sempre la solita sognatrice, replicò zia Clotilde.
Sì, ma questa volta è un sogno speciale, meglio un incontro speciale: nonna Aurora! Non la sognavo da tanto tempo. Subito mi ha rimproverato di essermi dimenticata di lei, di avere perso per strada il mio cuore. Poi abbiamo passeggiato e parlato a lungo, di lei, di me. Volevo abbracciarla, ma si è come dissolta, dopo avermi sorriso.
Lo scrigno… Dove l’hai trovato? Quando? Come? Che meraviglia!
Questo non è un sogno! Lo scrigno è qui, davanti a me, intatto. Chi l’avrebbe mai detto?…, dopo tanto tempo?… proprio oggi?…
Zia Clotilde non reggeva quasi mai al turbine Iride. Adesso, poi, sembrava un tornado, e dei peggiori. La simpatica vecchina, ultranovantenne, una vita spesa ad accudire figli, nipoti e pronipoti, tutto avrebbe potuto aspettarsi dalla vita tranne che il multicolore arcobaleno Iride, l’ultima nata. Gli altri nipoti, al suo confronto, erano scialbi e appassiti.
Lo scrigno… lo scrigno… l’amato scrigno…!!!Dove l’hai trovato? Quando? Come?, chiese Iride impaziente.
Per incanto, rispose zia Clotilde..
Iride diventò improvvisamente pacata, muta, assorta.
Zia Clotilde era preoccupata: dov’era finito quell’uragano di nipote, quel diavoletto che si insinuava dovunque e comunque? Dove era giunta Iride? Dall’alto dei suoi anni zia Clotilde aveva capito che Iride, ormai, era giunta alla linea dell’orizzonte e, da lì, avrebbe intrapreso il suo lungo viaggio, il viaggio nel "giardino incantato". Iride conosceva il linguaggio dei fiori, le loro emozioni, le loro paure, i loro sogni, le loro vittorie, le loro sconfitte, le loro gioie, le loro pene, i giorni di luce, i giorni di buio, i giorni assolati, i giorni nebbiosi, gli interminabili inverni, le lunghe primavere, le loro ombre, la loro vita. Li conosceva bene, perché anche lei era un fiore, il più bello, del giardino incantato.
Nei libri, che divorava, aveva cercato e trovato le risposte giuste alle sue molte domande.
Zia Clotilde si meravigliava molto e, sorridendo, le diceva: quando leggi, i fiori sono splendidi: si direbbe che fanno festa.
Qualche volta, come tutte le adolescenti, Iride aveva ceduto alle tentazioni, aveva cercato espedienti, aveva assaporato il dolore della sconfitta, aveva perso il gusto delle cose, aveva percorso scorciatoie.
"I fiori stanno appassendo", diceva zia Clotilde, e tu sei triste: si direbbe che tu sei triste perché loro appassiscono.
Iride commentava fra sé: "i fiori sono tristi perché io sto appassendo".
Il sentiero del giardino incantato, l’unico ad essere immutevole, era sempre là, ad aspettare il suo ritorno e quando il rumore dei suoi passi si faceva sempre più distinto, come d’incanto, si sentiva un sussurrare di corolle, un bisbigliare di foglie, un mormorare di piccoli insetti, un profumo inebriante e, in lontananza, il suono melodioso e antico di un violino.
Allora Iride capì. Il giardino incantato aveva protetto il prezioso scrigno, dove nonna Aurora, per anni, aveva conservato zaffiri, smeraldi, rubini, topazi, prima che la famiglia decidesse di collocarli altrove. Lo scrigno era stato il suo compagno di giochi fino al giorno in cui l’aveva perso, giocando in giardino. L’aveva cercato a lungo, pianto tante lacrime, implorato i fiori di restituirglielo, ma le sue suppliche erano state vane. Col tempo aveva dimenticato.
Era cresciuta. Poi, un giorno, il suono di un violino in lontananza l’aveva riaccompagnata dolcemente alla sua infanzia, aveva parlato al suo cuore. E il suo cuore si era risvegliato da un lungo sonno. Lo scrigno era il suo cuore.
Iride aveva ritrovato il tesoro più caro e prezioso: la sua infanzia, la sua innocenza, il suo cuore.
Poi, come spesso succede, si cambia e anche Iride era cambiata. Spesso aveva sentito il richiamo più dell’istinto che della ragione. Aveva cercato risposte a tante domande, ma tante domande erano rimaste senza risposta. Non si era mai preoccupata di cercare in sé delle risposte. Le costava molta fatica e allora si rifugiava nel giardino, che ormai aveva perso il suo incanto e non la stupiva più come una volta. Le stagioni si rincorrevano, i giorni passavano, nulla accadeva di così importante da farla sussultare di gioia.
Il suo cuore si era inaridito. Poi, un giorno, durante un tremendo temporale, che aveva squassato la vecchia legnaia, divelto il tetto della casa del giardiniere e distrutto la vecchia stalla, Iride si era rintanata nell’angolo più nascosto del salotto, quasi per proteggersi da quell’inferno. Dopo un tempo, che a lei era parso interminabile, tutto era finito.
Affacciandosi alla grande finestra che dava sul giardino aveva visto tutti i fiori distrutti e aveva provato un dolore immenso, un senso di colpa per averli, per troppo tempo, abbandonati al loro destino, per non averli in qualche modo protetti. Non cercava più giustificazioni perché cominciava a capire. Calde lacrime le correvano lungo le guance. Una luce straordinaria si era, nel frattempo, insinuata in ogni angolo della casa e riempito di sé ogni cosa. Iride, impaurita, si era rintanata nell’angolo più buio del salotto, ma quella luce prepotente l’aveva scovata anche lì. Ma era una luce amica ora la riconosceva, era una luce amica, era la luce dell’arcobaleno: lei la conosceva molto bene, portava il suo nome: Iride.
I colori dell’arcobaleno sono stati testimoni della tua nascita, le ripeteva spesso nonna Aurora.
Non li tradire mai, colora la tua vita e quando sarai triste pensa agli stupendi colori dell’arcobaleno!
Dopo un temporale gli uomini ricevono sempre un grande premio: l’arcobaleno. Spesso non lo vedono perché sono distratti. Lui è sempre là ad attenderli. Quando lo notano, la sua luce si fa più intensa, è il suo modo di salutarli, perché ha molto da fare: deve andare da tutti, soprattutto da chi non lo vuole.
Il migliore regalo che lei potesse fare all’arcobaleno era di conoscerlo a fondo. Anche quando non c’era, perché i temporali, per fortuna, non capitano tutti i giorni, lei lo poteva vedere riflesso nei fiori multicolori del suo giardino, il "giardino incantato", così l’aveva chiamato per ricordare l’incanto della sua nascita, l’incanto di cui era stata testimone dopo il terribile temporale, l’incanto perpetuo del miracolo della natura. Per Iride era iniziata una nuova Aurora.
Iride prese lo scrigno dalle mani di zia Clotilde.
Dal giardino qualcuno chiamò, forse il giardiniere.
Zia Clotilde uscì. Iride guardò lo scrigno, se lo strinse al cuore, lo accarezzò con dolcezza e lo aprì.
Solo allora vide, fra le pieghe di raso rosso che lo rivestivano qualcosa che luccicava.
Sollevò con molta delicatezza la piega che nascondeva il luccichio e vide una pietra piccolissima di colore bianco. La tolse delicatamente dallo scrigno e si spostò verso la finestra del salotto. Tutti i colori del tramonto si specchiavano nella piccola pietra bianca, si rincorrevano come in un gioco di prismi. Zaffiri, smeraldi, rubini, topazi erano tutti lì, in quella piccola pietra, che rifletteva tutti i colori. Gli uomini più attenti sensibili vedevano e ammiravano l’arcobaleno. Anche Iride ne aveva fatto esperienza. Aveva letto molti libri sui fenomeni naturali, fra cui il grandioso fenomeno dell’arcobaleno, voleva conoscerlo bene e ci era riuscita. Ora l’arcobaleno era fra le sue mani. Iride lo accarezzava teneramente. Era felice, appagata. Da sola, lontano dai rumori e dal frastuono del mondo esterno, assaporava una gioia immensa che aveva conosciuto solo da bambina. Immersa e sommersa dai colori dell’arcobaleno vedeva .scorrere la sua vita.
Ciò che le stava succedendo apparteneva solo a lei, non l’avrebbe mai confidato a nessuno. Guardò verso il giardino. Uscì e si diresse verso i gelsomini. Posò delicatamente la piccolissima pietra bianca su un petalo, curandosi di non farla cadere. Si diresse poi verso l’allisso, i muscari, le viole, il citiso, l’abelia, la nandina, le lobelie, le begonie, gli oleandri e tutti gli altri fiori del giardino e ripetè lo stesso gesto. Tornò sui suoi passi, per rientrare in casa, ma i profumi del giardino erano troppo intensi e invitanti. Si fermò a gustare la bellezza dei fiori e il loro profumo, stringendo fra le mani il piccolissimo gioiello. Respirò la brezza della sera e si perse nei suoi pensieri.
Le parve di sentire il suono melodioso di un violino. No, non era un sogno. Il suono si faceva sempre più distinto. Si voltò. Sul sentiero che portava al giardino camminava un uomo di bell’aspetto, non più giovane, fra le mani un violino.
Veniva verso di lei. La musica era bellissima. Iride non l’aveva mai sentita prima, almeno così credeva, ma i suoni la riportavano ai ricordi della sua infanzia. L’uomo la guardò, la chiamò per nome. Iride era quasi spaventata. L’uomo la tranquillizzò. Non devi aver paura, le disse. Tu mi cerchi da tanto tempo. Ora sono venuto. Ho visto sorgere l’aurora. Ho seguito il sentiero tracciato dall’arcobaleno. Ho raggiunto Iride all’orizzonte. Ora possiamo percorrere insieme il giardino incantato. Noi lo conosciamo molto bene. Questa brezza sarà la nostra compagna di viaggio. Prima però dobbiamo andare in terrazza a raccogliere il libro. La brezza aveva sfogliato tutte le pagine. Iride raccolse il libro. Chiamò zia Clotilde. Fu molto sorpresa quando vide zia Clotilde parlare con l’uomo, come si fa fra vecchi amici. Non osò chiedere nulla. Zia Clotilde la guardò, uno sguardo colmo d’affetto.
Iride la guardò come mai aveva fatto e colse nel suo sguardo il sorriso di nonna Aurora . Poi guardò l’uomo, aveva lo stesso sorriso di nonna Aurora. Si meravigliò, ma non fece domande, perché già sapeva la risposta. Prese la pietra bianca, si specchiò e vide il volto di nonna Aurora, molti volti, tutti somiglianti a nonna Aurora. Non fu affatto sorpresa. Ora sapeva che zia Clotilde l’avrebbe salutata. Anche l’uomo l’avrebbe salutata. Così accadde.
Iride si avviò da sola su sentiero del giardino, accompagnata dal sussurro dei fiori. Tese l’orecchio. Si udiva un suono melodioso, suonava un violino in lontananza. Ora il rumore si faceva sempre più distinto, sempre più vicino. Si accorse che la musica saliva dal suo cuore, nel giardino incantato.
 
Che anche la tua vita sia
 
"un giardino incantato" ,
 
dove i sogni trovino sempre spazio
 
e, nell’incedere del tempo,
 
siano i tuoi discreti e immensi
 
" compagni di viaggio "
 
 
  Con tanto affetto a tutti coloro che troveranno il tempo di leggere questo racconto!