L'avrei intagliata racconto di Nunzio Cocivera
Era a pochi passi da me e ammirava "l'ultima cena" che stavo intagliando su una tavola di ciliegio africano. Mi guardava con una certa ammirazione, ma non l'uomo bensì l'artista. Erano trascorsi sette lunghi anni da quel dì nel quale mi scelse come sua vittima, ma almeno da quattro ci univa solo "il sesso", un sesso-amore che mi teneva legato a lei come prigioniero di un sentimento tra l'odio e l'amore. Aveva un corpo scultoreo, trasudava sesso a vista d'occhio, sembrava dicesse
"prendetemi". Ma non riuscivo ad allontanarla da me, ero vittima dei suoi
tradimenti sfrontati e sfoggiati, vittima senza dignità, umiliato, esiliato e rimpatriato
tra le sue cosce agognate; ero come schiavo, come burattino del quale lei muoveva i fili a
suo piacimento. I nostri discorsi erano ormai formali, solo dialoghi fatti di sì e di no e su argomenti occasionali. "Sei bravo", mi disse, "quei personaggi sembra che parlino!" Giuro, l'avrei intagliata o meglio intarsiata, incastrando in lei un cuore più buono, una mente più umile e sentimenti come rispetto, affetto, amore, cose mai esistite dentro di lei. A volte cresceva dentro me un'angoscia che mi buttava nella disillusione più nera
perché vivevo con lei, prendendo i suoi scarti, i pochi attimi di sesso che mi donava; e
quando lo faceva mi portava così in basso fino ad annullare l'uomo fisico e morale: in
quei momenti aveva tutto di me, anima e corpo. Mormorò ancora varie cose; dentro di me cresceva una strana rabbia, alzai il braccio
con impeto e la colpii; nell'attimo finale, prima di vibrare il colpo decisivo di
martello, provai paura, paura di farle del male. Ero sudato e stanco, affamato da matti; per due giorni lavorai ininterrottamente per lei; e lei era lì, sublime, adagiata dentro la sua dimora, dentro quel meraviglioso tronco di rovere dei nebrodi; la baciai teneramente; poi con abbondante colla vinilica la sigillai. All'esterno la intagliai nuda come una Venere, nella parte superiore circondata da fiori e piante bellissime. Col muletto portai quel tronco all'ingresso del capannone, lo issai, lei era lì,
bellissima come un bronzo di Riace, solo che era di rovere siciliano. Ricevetti molte offerte per anni, per quel mio capolavoro; tutti potevano ammirarla, ma nessuno poté più averla: ormai era solo mia e per sempre. I suoi amici, amanti, vennero ad informarsi, a cercarla, ma lei era partita, chissà con quale amante e chissà per dove. |