- 'ILLUSIONE
D'AMORE'
- (racconto
breve autobiografico)
"Non restare chiuso, qui,
pensiero,
dille tutto ciò che sai,
che è vero..."
Se l'aspirazione umana è l'incontro della persona destinata a
lasciare una traccia indelebile nella propria vita, con la quale
realizzare la sublime dimensione amorosa nella quale vengono
riversate le naturali esigenze dell'animo umano, dove le energie
fisiche e spirituali fermentano, si manifestano, bruciano e si
consumano inesorabilmente; se questa è la strada che tutti
vorrebbero percorrere, ci si dovrebbe augurare d'imbattersi anche
nella passione che è destinata a vivere dentro se stessi,
alimentata unicamente dal silenzio, dai pensieri inespressi, dai
desideri inesorabilmente soffocati, immune dall’usura del tempo,
nobilitata dal sentimento di devozione, di mitezza, dal sacrificio.
Se l’amore a cui si aspira riflette concretamente il desiderio di
esprimere le proprie inclinazioni, la passione platonica può
assumere i connotati di quell'istinto che porta l’uomo a
trascendere la dimensione reale, nella ricerca di un'ideale supremo;
un ideale che si affranca da debolezze e meschinità di cui è
capace l’animo umano.
Lo svolgersi dell’esistenza non mi ha concesso la fortuna di
assaporare la concreta, estrema passione, da scolpire nel cuore e
nella memoria, ma il destino mi ha offerto l'incontro con la
fanciulla che ha suscitato nel segreto del mio animo i turbamenti e
le emozioni più intense, affatto accostabili con ciò che ha
rappresentato il mio vissuto concreto con l'universo femminile.
Gli anni della quotidiana convivenza con Diana hanno fatto
lentamente nascere un sentimento che, anche se rimasto
contemplativo, non ho lasciato interamente sepolto nei miei
pensieri, ma ho voluto coltivare ed esprimere concretamente
attraverso la dedizione, l'affetto, il sacrificio e velate
dichiarazioni di ammirazione, in bilico talvolta con l'imperativo di
non oltrepassare quel limite di discrezione che avrebbe macchiato il
mio sentimento, conferendogli il carattere di una passione insana
perché non ricambiata né ricambiabile.
La incontravo spesso nei pressi della mia abitazione, diversi anni
prima che noi ci conoscessimo veramente; usciva per il suo lavoro, e
mi colpivano la sua presenza fisica e la spontaneità che
trasmetteva naturalmente. Ci scambiavamo un saluto, perché avendo
avuto dei rapporti con la ditta nella quale lei lavorava, ne avevo
una conoscenza superficiale, ma era un semplice ed insignificante
saluto convenzionale. Rischiammo anche di diventare colleghi, se
avessi accettato la proposta di lavoro che ricevetti da
quell'azienda, ma in quel tempo prevalse in me l'ostilità che
nutrivo nei confronti del mondo del lavoro. Dovette però giungere
qualche anno più tardi il momento in cui decisi di sperimentare la
vita lavorativa, ed un incontro fortuito con la persona giusta mi
spinse ad offrirmi nell’attimo propizio proprio nell’azienda
dove Diana lavorava.
Feci il mio ingresso completamente a nudo di conoscenze, e Diana fu
una delle mie principali interlocutrici, destinataria di gran parte
delle mie domande sui vari aspetti del nostro lavoro che dovevo
assolutamente chiarire. Credo proprio che il primo impatto che ebbi
su di lei non fu positivo, sia perché lei ha raramente dimostrato
benevolenza con i nuovi colleghi che nel tempo si sono succeduti,
sia perché le mie peculiarità caratteriali non sono tali da
consentirmi di conquistare immediatamente le simpatie del prossimo;
ma che non rientrassi nelle sue simpatie lo capii pienamente il
giorno che la sentii sussurrare ad un collega: 'Lo odio'. Forse
questa antipatia era anche legata alla circostanza che l'ultimo
sprovveduto arrivato in quell'azienda, cioè io, privo di capacità
e di esperienze lavorative, poteva contare sull'impegno di una
pronta assunzione, che lei si apprestava a conquistare dopo qualche
anno di gavetta e sacrifici.
Nei primissimi mesi di permanenza mi impegnai parecchio per
apprendere al più presto la materia del mio lavoro, e quindi non
esitavo a chiedere a Diana qualsiasi chiarimento, mettendo
continuamente davanti ai suoi occhi la mia completa ignoranza.
Talvolta non assimilavo bene le risposte che mi forniva, e facevo
qualche considerazione sbagliata; lei replicava, con un tono misto
di divertimento e commiserazione: 'Forse non ci siamo capiti...'.
In quei tempi lo studio era veramente in un periodo di prosperità,
affollato da colleghi e visitatori, e risultava quindi difficile
trovare le condizioni per poter entrare in intimità con qualcuno.
La scarsa conoscenza reciproca impediva inoltre di poterci lasciare
andare, senza temere che certe confidenze avrebbero potuto
danneggiare la nostra reputazione, ma poco alla volta il modo di
pormi verso di lei servì a far scemare le sue naturali diffidenze:
eravamo diventati dei buoni colleghi, ma il rapporto non esulava
dalla sfera lavorativa. Ne ammiravo comunque le qualità fisiche,
che lei, nell'abbigliamento tipico della ragazza alla ricerca di un
moroso, cercava di esaltare il più possibile, ed allora mi
concentravo su certi suoi gesti, sulla voce calda, su quelle mani da
principessa che tanto mi avrebbero turbato, su quel modo di
ritoccarsi il rossetto, sulle belle gambe scoperte da gonne
generose, sulle forme modellate da pantaloni aderenti. Però
ammettevo che, per il suo temperamento, per il suo spiccato senso
pratico della vita, era una ragazza lontana dai miei ideali.
In quel primo periodo avevo rivolto le mie esplicite attenzioni ad
un'altra collega ed avevo frequentato per più di anno una ragazza,
mentre io e Diana eravamo solo dei buoni colleghi tra i quali non si
manifestava la minima tensione: quei primi anni furono interlocutori
sia per la nostra futura amicizia, sia per la passione che da un
certo momento avrei cominciato a nutrire.
Dopo qualche anno la nostra azienda imboccò un lento declino e
progressivamente gli uffici arrivarono quasi a vuotarsi: si venne a
creare in tal modo un clima propizio ad un rapporto più
confidenziale, ed io stesso, per le mie caratteristiche, in quel
contesto riuscivo a far emergere l’inclinazione a cercare un
contatto umano più profondo. Gli spostamenti avvenuti
nell’ufficio me la fecero trovare accanto in questo ambiente che
favoriva una maggiore intimità: tali condizioni rappresentarono la
svolta che incoraggiò il generarsi della mia passione.
Eravamo rimasti in tre, il nostro capo era quasi sempre assente e
spesso rimanevamo noi due soli; in quel contesto l'attenzione per lo
svolgimento dei nostri compiti scemava considerevolmente, preferendo
abbandonarci a lunghe conversazioni. E attraverso quelle piacevoli
chiacchierate, attraverso il quotidiano raccontarsi nasceva la
nostra amicizia, ma inconsapevolmente stava sbocciando anche la mia
passione. Mi rendevo conto che la compagnia di Diana acquistava per
me un sapore particolare, e passare le mattinate insieme a lei era
motivo di gioia e fonte di benessere; scrutavo la finestra in attesa
del suo arrivo, mi chiedevo cosa avrebbe indossato quel giorno,
quale profumo avesse scelto, quale fosse il suo stato d'animo.
Conversando con lei riconoscevo di avvertire intense vibrazioni,
scoprivo di soffermarmi ad osservare con insistenza le sue curate e
bellissime mani dalle dita affusolate, scandagliavo ogni centimetro
del suo viso dalla pelle vellutata. La collega di anni, di cui avevo
tanto apprezzato le doti fisiche, si stava trasformando in
un’amica che mi turbava profondamente. Non tralasciavo alcuna
occasione per accostarmi a lei ed assaporare la sua estrema
femminilità, inebriarmi del suo profumo, guadagnare un timido
sfioramento, apprezzare ogni particolare del suo volto, del suo
corpo slanciato e sensuale, ed ogni volta era una grande emozione,
un grande turbamento dei sensi.
Per definizione le passioni più elette sono identificate in quelle
che si rivelano repentinamente: ci si incontra e presto con i primi
sguardi, le prime parole, si manifesta quella scintilla che rivela
un nuovo sentimento. Può quindi sembrare strano che una persona con
la quale si è condiviso tanto tempo, senza che questa rappresenti
nulla per il cuore, si possa svelare in un certo momento in una luce
diversa, ma aver conosciuto i lati più personali di Diana, i suoi
umori, aver ascoltato quotidianamente il suo vissuto familiare ha
seminato il campo per il nascere della mia passione.
Quando avvenne la trasformazione del nostro rapporto lei non era più
alla ricerca del moroso, perché da qualche tempo aveva cominciato a
frequentare colui che sarebbe diventato il padre dei suoi figli: mi
raccontò di quel ragazzo incontrato nelle occasioni di lavoro, che
l'aveva invitata ad uscire per una scommessa; nel tempo in cui la
mia passione non si era ancora manifestata mi capitava, nelle mie
consuete e lunghe passeggiate all'uscita dal lavoro, di scorgerli in
macchina in atteggiamento affettuoso, lei sdraiata sulle gambe di
lui.
Mi rendevo perfettamente conto che i miei sentimenti non avrei
potuto assolutamente scoprirli e non ho mai avuto la pretesa di
illudermi di poter suscitare i suoi sentimenti, per lo meno quelli
diversi dall'amicizia che lei nutre per me, ed in ciò mi sono
sempre sentito come l'ultima persona al mondo, perché ritengo di
incarnare un modello lontanissimo dalle sue aspirazioni, un modello
per le cui peculiarità non avrei potuto offrirle nulla di ciò a
cui aspirava concretamente, se non questo effimero affetto; un
sentimento vano, fine a se stesso, e forse tutti questi pensieri
profondi ed il gran bene che le voglio valgono molto meno della
presenza concreta di chi le sta accanto.
Per tutte queste considerazioni non ho mai ceduto a quella
tentazione illusoria che spinge talvolta le persone infatuate ad
immaginare attenzioni inesistenti e non ho mai nutrito alcun tipo di
speranza, però allo stesso momento, secondo le regole del desiderio
umano, avvertivo la naturale, comprensibile necessità di esternare
ciò che lei mi suscitava, necessità che mi suggeriva allo stesso
momento di usare la più grande prudenza, per salvaguardare sia il
rapporto di amicizia che quello di buoni colleghi. Realmente
desideravo in qualche modo comunicarle le sensazioni che mi
ispirava, ed altrettanto realmente non volevo che ciò assumesse il
significato di un equivoco richiamo. Se avessi creato delle
situazioni di ambigua interpretazione avrei macchiato il sentimento
che in quel completo inappagamento trovava pure un suo nobile
compimento, come le passioni che si nutrono di se stesse: un
sentimento che negando ogni aspirazione personale, si votava al
sacrificio, allo spirito di devozione.
Intuivo che dovevo agire per concretizzare un apporto particolare, e
per realizzare il mio progetto mi adoperai il più possibile per
mettermi al suo servizio, in senso psicologico. Per questo ho
cercato di compiere di tutto: le ho sempre chiesto, nei limiti di ciò
che mi era concesso, delle cose della sua vita, l'ho spinta il più
possibile a parlare, a raccontarsi, ed ho cercato di valorizzarla il
più che potessi. Per la mia inclinazione sono spinto a cercare
nell’amicizia un rapporto globale, senza reticenze, senza zone
d'ombre, manifestando anche le rivelazioni più scomode, più
intime, convinto che tale predisposizione possa realizzare un
rapporto il più possibile compiuto. Con lei ho applicato tale
prescrizione, che mi ha consentito di guadagnare la sua fiducia e la
sua amicizia.
Diana si era legata al suo futuro marito ed io cercavo talvolta di
indagare discretamente per comprendere la natura del suo sentimento.
Mi rendevo conto che questo era un terreno molto delicato, quindi
avrei dovuto usare ancora maggiore prudenza, considerando anche la
naturale riservatezza che può indurre le persone a non voler
narrare i personali rapporti amorosi. Poiché il nostro contatto
quotidiano era intenso, e considerando che da un certo momento ci
siamo trovati quasi gomito a gomito, mi capitava di ascoltare le
telefonate che avvenivano tra lei ed il fidanzato, ed attraverso il
tono della voce, le espressioni usate, cercavo di interpretare
qualcosa dei suoi sentimenti. E dato che era stato da loro superato
quello stadio iniziale del fidanzamento che spinge ad usare una
certa retorica amorosa, mi trovavo ad ascoltare conversazioni che
vertevano spesso su questioni familiari o pratiche, considerato
anche il fatto che all'orizzonte si prospettava il loro matrimonio.
Non potevo quindi ricavare molte indicazioni da queste
conversazioni, tuttavia riscontravo (o forse volevo riscontrare) un
certo tono di poco entusiasmo, talvolta di tensione, insofferenza e
risentimento; mi interrogavo se lei fosse veramente innamorata, se
avesse veramente incontrato il compagno che attendeva.
Essendo una persona adulta ed avendo avuto le occasioni per
comprendere il vissuto di diverse coppie, avevo acquisito la capacità
di interpretare le azioni delle persone entro una visione realistica
della vita, quindi mi rendevo tranquillamente conto che il
matrimonio non era tanto quel traguardo romantico della vita, quanto
quel momento nel quale le persone si trovano a concretizzare una
situazione di stabilità, di sicurezza economica, di tranquillità
emotiva. Consideravo anche come il destino sia aleatorio nelle
faccende amorose e come sia difficile incontrare la persona giusta
nel momento giusto, quella che si attende per il compimento della
propria vita; se ritenessimo che ciascuno possa essere ispirato
sempre e solo da un puro ideale romantico i matrimoni
scarseggerebbero drammaticamente. Diana stessa considerò una volta,
nel corso di una nostra conversazione, di come certi romanticismi si
possono coltivare solo a vent'anni.
Sarebbe stato veramente fuori da quel senso di discrezione che ho
sempre cercato di usare, pretendere di conoscere le motivazioni più
recondite del cuore di Diana, quindi mi limitavo ad ascoltare o a
chiedere discretamente come andassero le cose con il suo compagno,
tentando di sapere qualcosa di loro. Però poco alla volta avevo
imparato a riscontrare come tra loro ci fosse un certo clima di
nervosismo, forse naturale in una coppia, forse anche favorito dalle
vicende familiari. Non riconoscevo mai nella voce di Diana quel tono
di affettuosità, di simpatia che mi sarei potuto aspettare, e mi
imbattevo in tante piccole discussioni connotate da un piglio che
non avrei saputo definire, ma che non mi ispiravano affatto.
Nonostante nutrissi anche una sana gelosia per questo compagno,
aderendo al mio progetto di dedizione, evitavo di soffiare sul fuoco
e rimproveravo Diana per certi toni e certe espressioni usate verso
di lui, ricevendo non delle rivelazioni sul loro rapporto, ma dei
commenti, delle frasi il cui taglio mi facevano immaginare un
contesto un po' diverso da quello romantico che io ritenevo.
Nelle circostanze in cui la nostra conversazione diventava
particolarmente intima lei esprimeva talvolta delle affermazioni
dalle quali si poteva comprendere che forse non si sentiva
adeguatamente considerata (ma questo è anche un tratto comune di
tanti innamorati). Sentirla affermare in una di tali circostanze:
'Quando io piango, piango da sola', mi comunicavano una situazione
in cui forse lei era veramente trascurata, e quella sensazione che
avvertivo mi sembrava così profonda che arrivai a chiederle se
effettivamente si sentisse poco amata, ricevendo solo una risposta
diplomatica, quasi riparatrice dell’ammissione compiuta.
Ascoltandola affermare, di fronte alle mie sentitissime parole di
ammirazione per le sue mani, che il suo compagno quelle mani, per me
incredibili, non le aveva mai minimamente notate né considerate, mi
sembrava di udire un sacrilegio, e mi faceva ritenere che Diana
forse non riceveva le attenzioni che meritava.
Non ignoro affatto che un rapporto amoroso non è propriamente una
fiaba vissuta ad occhi aperti, e comprendo che la naturale
conflittualità tra i sessi, il vissuto quotidiano, portano a
stemperare anche i sentimenti più autentici e profondi, ma sono
tanti gli aspetti del loro rapporto che mi hanno colpito nel tempo:
la mancanza da parte di Diana di qualsiasi elogio o argomento
favorevole nei confronti del compagno, se non per qualche aspetto
puramente pratico; certe espressioni buie tra loro, l'assenza di una
qualsiasi manifestazione fisica di affetto o di tenerezza, di quelle
che siamo abituati ad osservare tra gli innamorati, e la sola volta
che li scoprii mano nella mano fu il giorno della loro promessa di
matrimonio.
Già, il matrimonio, forse il loro vero obiettivo, per loro si
avvicinava, e le tensioni legate alla preparazione della cerimonia
non facevano che accentuare i loro contrasti. Le conversazioni
telefoniche che mi capitava di ascoltare in quel periodo
costituirono veramente un carosello di discussioni, per le quali la
rimproverai più di una volta. Il momento per me rivelatore giunse
nell'occasione in cui, dopo l'ennesima sfuriata con il suo promesso
sposo, mi permisi di fare delle osservazioni sul modo in cui,
secondo il mio parere, si dovrebbe cercare di vivere l'accostamento
al matrimonio; parlai evidentemente di qualcosa che aveva a che fare
con l'affetto che gli sposi dovrebbero nutrire reciprocamente, e
ricevetti per risposta una frase che mi illuminò definitivamente:
'Ma quale amore!'. Fu quello il momento in cui compresi quale doveva
essere il contesto della situazione sentimentale di Diana, e questa
ammissione chiuse il cerchio delle idee che mi ero costruito.
Sarebbe presuntuoso ritenere che le opinioni che mi sono fatto a
proposito della natura dei suoi sentimenti costituiscano la pura
verità. Rappresentano solamente il personale e parziale
convincimento che mi sono formato attraverso ciò che ho potuto
ascoltare e vedere, ma questo non può essere ovviamente tutto. La
realtà dei sentimenti la conosce solamente lei, e non avrebbe senso
da parte mia indagare ulteriormente nei recessi del suo cuore. Anzi,
questa curiosità potrebbe costituire uno di quei comportamenti
equivoci e contrari alla missione che mi sono proposto di svolgere,
per dare un senso alla mia vana passione.
Il matrimonio, i figli giunti dopo tante probabili peripezie, hanno
coronato i suoi progetti di donna e, a fronte dei gravosi impegni
che si porta dietro per il lavoro, l'educazione dei figli e la cura
della casa, mi sembra di scorgere in lei una maggiore serenità,
anche una sincera affettuosità, un nuovo affiatamento nei confronti
del compagno della sua vita.
Ho seguito lo svolgersi degli avvenimenti della vita di Diana, ho
vissuto una sincera amicizia ed ho coltivato in segreto il mio
sentimento platonico, sempre attento a non compromettere la stima e
la fiducia reciproca; una frase detta nel modo sbagliato, un tono di
equivoca interpretazione avrebbero minato quell'idillio al quale non
avrei rinunciato per nessun motivo al mondo. Se comprendevo che non
potevo rivelarmi pienamente, avvertivo la genuina necessità di
esternare almeno una parte di quello che bruciava dentro di me,
quella piccola parte che forse le avrebbe comunicato, attraverso
l'intuito, ciò che lei rappresentava per me, senza esserne però
allarmata. Con estrema attenzione, dosando opportunamente le frasi e
i momenti nei quali esprimerle, mi piaceva fare delle osservazioni,
dei discreti apprezzamenti sulle sue qualità fisiche, che lei, per
modestia o poca fiducia in se stessa, tendeva a sottovalutare. Mi
capitava per esempio di farle gli elogi per un particolare
abbigliamento, sottolineando come questo esaltasse la sua persona.
In linea con la sua modestia, la sua scarsa inclinazione a voler
apparire a tutti i costi, Diana ha sempre indossato un abbigliamento
elegante, che rivelava il suo gusto e la sua raffinatezza, ma senza
grandi concessioni allo svelarsi della sua femminilità più
prorompente. Le ho sottolineato più volte questo mio punto di
vista, condendolo di vocaboli che miravano ad alludere a velati
complimenti, strettamente personali.
Ma ciò che di lei ha attirato maggiormente le mie attenzioni,
soprattutto quella parte di attenzioni che ho dimostrato in maniera
più evidente, sono le sue mani, e di questo sono sicuro: lei ha
compreso perfettamente quanto io ami quelle mani. Mani eleganti,
dalle dita affusolate, curate, materne, sensuali, che ho tanto
decantato, e non ho potuto fare a meno di prendere tra le mie più
di una volta per accarezzare delicatamente, chiamandole mani di
principessa.
Per quelle mani forse ho superato quel limite di discrezione che mi
sono sempre imposto di rispettare; per quelle mani mi sono sgorgati
gli unici versi che mi sia capitato di scrivere nella vita. Versi di
cui non posso privare queste pagine, come non posso tacere i
pensieri che Diana mi ha ispirato, i momenti vissuti con lei, che
nel corso degli anni hanno rappresentato tanti piccoli quadri,
sublimati da una frase, da qualche gesto particolare, da una delle
molteplici, implicite ammissioni della mia passione, che mi rendo
conto di aver occultato meno di quanto immagini.
- *
* *
- Devo
dire che le parole che si trovano qui scritte non vogliono essere la
pretesa di essere giudicate dei versi, anzi, rileggendole, mi rendo
conto che possono essere considerate veramente ridicole e non
possono che essere l'espressione di una mediocre personalità. Ma
sono solo delle parole che vorrei dire ad una dolce fanciulla; a te,
Diana, che, se leggessi, mi compatiresti, mi derideresti, mi
insulteresti. Sono le parole che vorrei, ma non potrò mai dirti.
"Vorrei sentire l'alito del tuo respiro sul mio viso,
vorrei poggiare le mie labbra sul morbido velluto del tuo viso,
vorrei baciare le tue fantastichemani affusolate,
vorrei sfiorare le tue gambe tornite,
vorrei darti un po' di quella tenerezza che, forse, non hai".
- *
* *
- La
nostra confidenza, il nostro affiatamento in ufficio non erano
passati inosservati, soprattutto da chi in passato aveva nutrito nei
confronti di Diana frustrate velleità di conquista. Ed in verità
nel corso degli anni lei aveva suscitato le attenzioni di molti
colleghi, tutti spariti nel tempo. Il fatto di 'sorprenderci' spesso
in conversazione molto amichevole aveva portato tale persona a
ritenere che tra noi potesse esistere qualcosa, e la sua gelosia fu
tale che dopo l'ennesimo violento alterco avuto con Diana, andò a
riferire al capo il suo pensiero, con il preciso scopo di
infangarla; fatalmente quest’ultimo comunicò la calunnia a Diana.
Qualche giorno dopo lei mi chiamò per riferirmi, estremamente
divertita, ciò che si diceva di noi. 'Sai, pensano che noi ce la
intendiamo!' ed io a quelle parole risposi in maniera altrettanto
divertita; la reazione particolare che ebbi fu di porgerle la mano
perché ce la stringessimo, e lei ricambiò questo mio gesto, con il
quale inconsciamente intendevo sottolineare che ciò che avevo
appena ascoltato mi gratificava: era come sancire una nostra piccola
complicità, e sapere che qualcuno riteneva che tra me e Diana
esistesse del tenero, mi faceva sentire un po' suo.
- *
* *
- Ero
molto puntuale a lasciare l'ufficio al termine dell'orario di
lavoro, mentre Diana, per un motivo o l'altro, finiva sempre col
rimanere ancora un poco; ma quando capitava che anche lei era pronta
ad uscire mi chiedeva di aspettarla, prendeva il mio braccio ed
andavamo via insieme per recarci in centro, dove aspettava di essere
riportata a casa dal fratello. Mi sentivo un privilegiato quando
eravamo così vicini fisicamente, con quel suo braccio che cingeva
il mio, ed era bello stare a parlare con lei all'aperto, prendendo
talvolta un po' di sole seduti su una panchina; in quelle occasioni,
così come in tutti i momenti in cui siamo rimasti soli in ufficio a
chiacchierare serenamente, la sentivo veramente un po' mia, perché
confessavo a me stesso che quell'attenzione, quel calore, forse lo
riceveva solo da me.
- *
* *
- E'
proprio vero che ho una grande predilezione per le mani femminili, e
quando mi sono trovato a corteggiare una ragazza non ho potuto fare
a meno di prestare attenzione ad esse. Decantare le lodi di una mano
femminile è come dichiarare i sentimenti che possiedo nel cuore, ed
allora non potevo tacere quello che le mani di Diana mi ispiravano,
visto che mi permettevano di manifestarmi in maniera occulta.
Realmente le sue mani sono state quelle che maggiormente mi hanno
affascinato, con quella loro naturale eleganza e femminilità; mani
valorizzate da un unico anello e da uno smalto discreto, il più
delle volte bianco, talvolta rosa. Osservarla gesticolare era per me
fonte di piacere, e nei momenti in cui mi sentivo maggiormente
coinvolto, mi abbandonavo a fissarle senza contegno, anche davanti
ai suoi occhi.
Ci sono stati dei momenti nei quali ho ceduto alla tentazione di
lasciarmi andare e farle capire, durante la nostra conversazione,
che stavo apertamente osservando qualcosa di lei, cioè il viso o le
mani, ed in quei momenti era come se attraverso quegli sguardi le
stessi sussurrando parole rivelatrici. Lei evidentemente capiva come
la scrutavo, ma non si mostrava imbarazzata, anche perché per non
crearle disagi non prolungavo eccessivamente questi momenti.
Di fronte alle sue mani non ho potuto quindi mantenere il silenzio,
e mi sono lasciato andare agli apprezzamenti più aperti e sinceri.
Diana non riteneva di avere delle belle mani, e non capiva cosa ci
potessi trovare in esse; allo stesso modo, quelle volte che mi sono
spinto a dirle come fosse una ragazza attraente, non si riconosceva
questa qualità. Allora spostavo il giudizio dal piano della
constatazione oggettiva a quello personale, sottolineando: 'Allora
sono i miei occhi a vederti come una ragazza graziosa...'.
Le sue mani sono gradevolmente sottili, hanno dita affusolate ed un
carattere allo stesso modo sensuale e materno; nelle occasioni in
cui mi sono voluto lasciare andare ho avuto l'onore di prenderle tra
le mie per qualche secondo, accarezzandole delicatamente e dicendole
che erano mani di principessa. Quelle parole mi facevano vibrare
intensamente, e mi piangeva il cuore doverle abbandonare per non
suscitare pensieri equivoci. Fu grande la mia meraviglia quando,
chiedendole cosa pensasse il compagno delle sue mani, Diana mi
rispose, con un risolino, che lui quelle mani mai le aveva
minimamente notate né considerate. Questa trascuratezza mi colpì
molto e mi suonò come una dimostrazione di quella che doveva essere
la qualità del loro affiatamento.
Per le sue mani ho anche superato quel limite di discrezione che mi
sono sempre imposto di rispettare, e questo accadde quando le dissi
che desideravo fotografarle; glielo chiesi e compresi che non gradì
questa strana proposta, rispondendomi come ci fosse poco da
fotografare. Sottolineai ulteriormente le sue qualità e quanto
quelle mani fossero degne di essere immortalate in alcune pose
artistiche, tornando a chiederglielo ancora, ma ricevendo una
risposta tra lo spazientito ed il risentito. Mi scusai in seguito di
avere insistito, sostenendo però che lei si rifiutava perché io
non rappresentavo nessuno; se la richiesta l'avesse ricevuta da un
artista non avrebbe esitato ad accettarne orgogliosa la proposta. Mi
chiese ancora cosa ci trovassi in quelle mani, ed io nuovamente
ripresi ad elogiarle, affermando quanto fossero fantastiche e
dimostrando questa volta uno stato d'animo di grande coinvolgimento.
Parlavo e mi rendevo conto che lo facevo con un tono particolare,
quello di un corteggiatore. Compresi che dovevo interrompere quel
discorso e la salutai dicendole: 'E meglio che io vada via...'.
La cosa di cui sono certo è che Diana è perfettamente consapevole
di quanto le sue mani mi abbiano conquistato, e quando la vedo
gesticolare, muoverle davanti ai miei occhi, mostrarmele per farmi
notare l'ultima ferita che si è procurata in cucina, mi piace
coltivare l'illusione che lo faccia anche per me.
- *
* *
- Era
un periodo in cui non lavoravo per seri motivi di salute. Io e Diana
avevamo entrambi la necessità di recarci a sbrigare una formalità
presso lo stesso ufficio, così fissammo un appuntamento per vederci
un po' prima e per l'occasione mi mostrò la macchina che aveva da
poco acquistato. Quella mattina si presentò proprio come piace a
me: appena salii in macchina fui investito dal suo buon profumo e
rimasi colpito dall'abbigliamento che offriva generosamente la vista
delle sue belle gambe, fasciate da calze nere. Era diverso tempo che
non ci vedevamo, e quell'incontro ebbe su di me un certo effetto.
Girammo un po' in auto, parcheggiammo e ci recammo a compiere
l'impegno previsto; sbrigatolo tornammo in macchina e ci apprestammo
a lasciarci; dopo esserci scambiati un bacio per i saluti, non
potetti fare a meno di trattenermi e dirle: 'Sei bellissima!'; Diana
rispose compiaciuta: 'Grazie...'
Esattamente la settimana successiva giunse la festa della donna, e
proprio quel giorno mi trovai a passare in ufficio, dove le diedi i
miei auguri. Lasciato lo studio mi resi conto che non le avevo
donato il tradizionale mazzetto di mimose, e pensai quindi di
ritornare per farlo; però mi sembrò inopportuno presentarmi di
nuovo, anche agli occhi dei colleghi. Pensai allora di farle una
sorpresa: pochi minuti prima del termine dell'orario di lavoro mi
avvicinai alla sua macchina e lasciai il mio mazzetto di mimose sul
parabrezza. Mi sentivo elettrizzato nel compiere questo gesto, ed
allontanatomi attesi pazientemente che lei giungesse, perché volevo
essere sicuro che nessuno si avvicinasse e portasse via il mio dono.
Aspettai parecchi minuti, cercando di immaginare quale potesse
essere la sua reazione; e se l'avesse gettato via? Finalmente arrivò,
ed una volta entrata in auto, si accorse della presenza delle mimose
sul parabrezza; uscì, prese il mazzetto e rientrò. Cosa avrà
pensato, e soprattutto a chi avrà pensato? Ad un anonimo
ammiratore? Oppure avrà pensato a me? Non le ho detto mai nulla di
questo mio gesto: forse un giorno lontano le chiederò se ricorda
quel mazzetto di mimose trovato sul parabrezza della sua automobile.
- *
* *
- Questa
è una delle cose più stravaganti che la passione per Diana mi ha
spinto a realizzare: preoccupato di possedere qualsiasi cosa che
riguardasse la sua persona, setacciai l'ufficio alla ricerca di ciò
che lei aveva scritto personalmente, con la sua grafia; non ricordo
se in quei momenti avessi un'idea precisa di quello che intendevo
fare, ma sopraggiunse l'idea di compiere una elaborazione di tutto
ciò che era scritto su quei fogli, cioè utilizzare parte degli
scritti per realizzare una sorta di componimento che poteva sembrare
realizzato da lei per me. Si trattava di utilizzare frasi che
riguardavano esclusivamente argomenti di lavoro, quindi lontane da
quel linguaggio confidenziale di cui avrei avuto bisogno per
compiere la mia bizzarria, ma assistito dalla fantasia del momento e
dall'eccitazione di compiere una stranezza del genere, mi misi al
lavoro, cominciando a confrontare e soppesare tutto il vocabolario
che avevo a disposizione su quei pochi fogli. Compii uno sforzo
d’immaginazione notevole, giungendo anche ad unire frammenti di
parole, poiché dovevo realizzare proprio uno scritto spacciabile
come suo, cioè un vero e proprio falso. Fu un occasione veramente
particolare maneggiare a lungo quei piccoli segmenti di foglio con
la sua scrittura, ed il risultato è stato veramente soddisfacente:
"Per me è tanto necessaria la tua presenza, Fabrizio, per
poter capire tutto quanto del nostro mondo.
Il vento della vita corre, e Diana chiede solo per amore, cogliamo
l'occasione per una relazione riservata.
La mancanza di te amore, è ferita che rende me scontrosa.
Da Diana per Fabry"
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* *
- Non
presto grande attenzione nel formulare gli auguri di compleanno, ed
infatti raramente lo faccio, soprattutto quando non sono sentiti:
non posso però dimenticare di porgere gli auguri a Diana, ed ogni
anno cerco di preparare un regalino che rifletta la mia
predisposizione del momento, evitando di scadere nel banale. Per
l'ultimo compleanno ho lavorato parecchio, perché mi sono proposto
di preparare una raccolta di brani musicali che recassero nel titolo
il suo nome. Non si trattava di cercare qualcosa da comperare, ma ho
compiuto una indagine certosina sulla Grande Rete. Mesi e mesi di
ricerca, di ascolto, per reperire e scegliere i brani che potessero
rappresentare nel miglior modo possibile il mio affetto. Credo che
il risultato sia stato molto soddisfacente, ed i dischi che sono
riuscito a preparare sono due. Ho curato la copertina, ho messo
qualche frase carina, sottolineando come quei dischi costituiscono
degli esemplari unici al mondo, che era nient'altro che un modo
occulto di dirle che il mio sentimento è unico, ed il giorno del
compleanno mi sono presentato a casa di Diana per porgerle il mio
regalo. Ero un po' imbarazzato perché erano insieme a lei madre,
sorella e nipotina, e temevo che quel dono potesse essere mal
interpretato. Lei ha osservato i dischi in silenzio e mi ha
ringraziato.
- *
* *
- La
propensione a scrivere e raccontarmi mi indussero a pubblicare un
anonimo diario intimo sulla Grande Rete, nel quale ho raccontato i
miei pensieri più inconfessabili. Non ho taciuto in esso ciò che
provo nei confronti di Diana, ed ho potuto infrangere il dovere di
discrezione che mi sono sempre imposto di rispettare. Ho taciuto con
lei ma ho parlato al mondo intero: ho descritto le emozioni, ho
pubblicato i miei versi, i piccoli reperti e le fotografie che
possiedo della mia eroina.
Ma la tentazione di parlarle di questo diario si è fatta presto
sentire ed ho colto la prima occasione per accennarle vagamente al
sito che avevo realizzato. Era naturale che Diana volesse sapere di
cosa si trattava, ma a questo punto ho mostrato la mia ritrosia a
parlargliene, rispondendo che proprio a lei non potevo riferirlo, ed
ottenendo in tal modo di accrescere la sua curiosità. Disse
improvvisamente: 'Cosa sarà, un diario segreto?', centrando
pienamente il titolo e facendomi provare lo sgomento di chi si sente
scoperto.
Il mio proposito era esattamente quello di stuzzicare il suo
interesse negandole l'indirizzo e rivelandole che nel sito avevo
parlato anche di lei. A questo punto la sua curiosità si manifestò
apertamente, e cercò in ogni modo di ottenere l'indirizzo, per
poterlo raggiungere e leggere; in quei frangenti le emozioni che
avvertivo erano fortissime, perché rischiavo di svelare l'esistenza
di un segreto che la riguardava. Ribadii che proprio a lei non
potevo rivelare ciò che avevo scritto, ed aggiunsi che se avesse
trovato quel sito, avrebbe letto cose che potevano segnare la fine
della nostra amicizia, perché avrebbe conosciuto tutti i pensieri
nascosti nella mia mente. Le dissi: 'Ci sono delle cose che non si
possono dire e bisogna tenere per se’, alludendo che parte di
questi pensieri nascosti la riguardavano in prima persona. La
diffidai dal cercarlo, ma lei ribadì eccitata che lo avrebbe fatto
proprio perché non doveva.
In quella occasione agii mirabilmente e le creai un interesse, una
curiosità che raramente le ho visto. Capii in seguito che aveva
operato alcuni tentativi infruttuosi per individuare il mio diario,
e successivamente tornai discretamente a parlargliene. Per
accrescerle ulteriormente l'interesse le portai uno scritto in cui
erano riportati i giudizi più entusiastici di coloro che avevano
raggiunto le mie pagine, e lei mi assicurò che lo avrebbe
conservato.
Mi sono sempre chiesto se lei si sia arrischiata tanto da
individuare il mio diario segreto; rabbrividisco nel pensare che, se
questo è avvenuto, lei ha scoperto di essere una inconsapevole
protagonista ed ha conosciuto ciò che alberga nel mio cuore.
Tempo dopo, un giorno in cui sentii venir meno la mia prudenza, mi
collocai davanti al computer e chiamai una pagina del diario. Mi ero
sistemato proprio davanti a Diana che lavorava, e dalla sua
scrivania poteva tranquillamente scorgerne il titolo: in quei
momenti desideravo proprio che lei lo individuasse. Lasciai il
titolo in evidenza per parecchi minuti, fingendo di scrivere
qualcosa, per assicurarmi che lei ci gettasse l'occhio, conoscendo
finalmente il titolo di quel diario che, forse, aveva già scoperto.
- *
* *
- Se
ho conservato la stima e le confidenze di Diana, evidentemente ho
sempre rispettato la regola della discrezione, evitando di svelarmi
apertamente. Ho però usato bene l'arma delle allusioni gentili,
attraverso i tanti complimenti e le parole carine, evitando di
generare diffidenze e tensioni, e mi accorgo adesso che
implicitamente lo ho comunicato tanto dei miei sentimenti.
Usando certe espressioni ho lasciato intendere che ho qualcosa nel
cuore, come quando le dissi, in un mio periodo di grandi sofferenze
fisiche ed interiori, che nel buio e nell'angoscia delle notti
insonni cercavo di rivolgere la mente a qualcosa di bello e pensavo
intensamente a lei, aggiungendo che mi capitava spesso di sognarla e
che lei era la persona che più avevo sognato nella vita. Diana mi
rispose: 'Questo effetto ti faccio...'. Insistetti ancora dicendo
che in quei momenti di sofferenza pensavo a lei come un credente nel
momento del bisogno si rivolge al suo dio.
La mia passione è stata forse da lei intuita quando ho usato
espressioni come 'Ti voglio molto più bene di quanto tu possa
immaginare', 'Ti adoro...', oppure quando, in un momento in cui
avrei potuta perderla come collega, dissi 'Se tu dovessi andare via
per me sarebbe un brutto colpo', aggiungendo che se questo fosse
accaduto, tra noi sarebbe stato diverso, perché terminava per
sempre la nostra convivenza quotidiana, fatta anche di confidenze;
oppure ancora quando, mentre lei si scherniva sulle sue qualità
fisiche, dissi 'Allora sono i miei occhi a vederti come una ragazza
graziosa'. O quando, per una mia mancata assenza dal lavoro, dissi
'Non potevo fare a meno di te e non sono andato...'; o quando
affermai che sarei rimasto nell'azienda a lavorare solo fino a
quando fosse restata anche lei, ed in quella occasione Diana abbassò
gli occhi imbarazzata; o quando, chiedendomi una cortesia, le
risposi che lei poteva permettersi di chiedere tutto ciò che
voleva, anche che mi lanciassi dalla finestra; o quando le rivelai
che avrei voluta nominarla mia unica erede.
Quante velate decantazioni ho pronunciato nei momenti che ritenevo
giusti, diluendole negli anni in cui siamo stati vicini; frasi che
lei ha dimenticato dopo qualche minuto, ma che io conservo
perfettamente nei miei ricordi, soprattutto oggi che non ho più la
possibilità di rinnovare.
- *
* *
- In
una pausa di lavoro Diana mangiava tranquillamente la sua colazione,
quando, sopraggiunto presso la sua scrivania, lei mi offrì una
parte di essa. Inizialmente rifiutai, ma presto ebbi un sussulto
quando pensai che invece avrei voluto proprio quella parte che lei
aveva tra le mani e stava già consumando; pensai che quel pezzo era
stato posato sulla sua bocca, spezzato dai suoi denti, inumidito
dalle sue labbra, e volli assolutamente condividerlo. Ne approfittai
quando Diana insistette gentilmente, chiedendole ciò che stava già
mangiando; lei, senza protestare, mi porse quel boccone di cui mi
cibai con emozione.
Raggiungere quell'intimo, indiretto contatto è stato come
assaporare un'ostia sacra, ed ha coronato i piccoli, innocenti
contatti fisici incontrati negli anni, come accarezzarle le mani,
cingerle la vita, cercare in modo falsamente casuale le sue mani che
si scaldavano accanto un termosifone, sfiorarle con le dita la pelle
del viso e degli occhi, per scoprire la morbidezza della sua pelle,
fresca come quella di un'adolescente.
- EPILOGO
- Ho
temuto a lungo di perdere la mia cara collega, continuamente
minacciata dal destino dell'azienda, e di vedere interrompersi la
convivenza quotidiana che tanto ha nutrito la mia anima e mi ha
fatto un poco sentire una persona speciale, ma è accaduto che sia
stato io a lasciare quell'ufficio. E' arrivato il momento di
salutarsi, dopo tutti gli anni passati insieme, e questo
malauguratamente si è verificato senza la solennità che avrebbe
meritato; il futuro non ci offrirà molte occasioni per incontrarsi.
Credo di essere stato un buon amico, e nonostante la mia passione mi
ha portato ad esternare velate frasi rivelatrici (e tanti
complimenti), ritengo di essere rimasto sempre nei limiti della
discrezione e della buona educazione. Ho cercato in questi anni, nei
limiti che mi ha consentito la veste di amico, di coprirla di
attenzioni, di farla sentire valorizzata, di farla parlare e sfogare
il più possibile e, soprattutto, di farle avvertire il mio sincero
interesse per le cose della sua vita. E come amico mi sarebbe
piaciuto essere corrisposto in questo senso; ma chiedevo troppo,
anche perché forse ho lasciato comprendere che in me non c'è solo
l'amico.
Nelle poche occasioni che si presentano per incontrarci, anche se
sento il desiderio, percepisco di non potermi più lasciare andare a
nuove discrete manifestazioni di affetto, ed avverto che ulteriori
parole potrebbero assumere un sapore sgradevole. Ma sento che ci sarà
un giorno lontano, in cui nella serenità della vecchiaia potrò
svelarle i sentimenti che a lungo mi hanno animato.
La necessità del mio silenzio ha partorito il racconto di questa
vana passione, unita al tentativo di elevare il sentimento nella
consegna alle parole scritte; in esso si è compiuto lo spiegamento
di quei moti interiori di romanticismo che ciascuno di noi desidera
ardentemente esprimere.
Mi auguro che ogni tanto Diana pensi a questo strano amico...
- *
* *
- "Mi
domando se questo che sta terminando è veramente l'ultimo giorno
che trascorro in ufficio, il cui ambiente è profondamente mutato in
seguito agli ultimi eventi. Oggi ho comunicato la mia assenza dal
lavoro per il futuro immediato, con l'intima convinzione di non
rientrare più. Rimanere nell'angosciosa attesa che finisca ogni
giornata di lavoro non è più possibile, aspettando forse che
giunga l'unico momento di tregua in cui andrò a conversare con
Diana; lei ora è qui accanto a me, il suo profumo si spande per la
stanza, e non immagina che io stia scrivendo queste parole; vederla
come la vedo oggi, nella sua floridezza, mi dà la tentazione di
pensare che valga la pena rimanere per aspettare che arrivino i
pochi minuti nei quali posso godere della sua compagnia. Ma ormai è
tardi, devo andare..."
-
- Oblomov
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