IL LAGO

Faceva sempre troppo caldo in quella estate di molti anni fa: noi ragazzi andavamo a bagnarci sempre al lago, oltre il bosco. 
Era l'unico luogo che si poteva ritenersi fresco, piacevole anche se pericoloso: si narrava che le acque fossero nascondessero dei tranelli. 
Si diceva che dei mulinelli ghermissero i bagnanti ignari e li trascinassero in fondo, da dove mai nessuno era riuscito a sfuggire..
Eravamo in quella età che l'incoscienza sciocca ci spinge spesso ad atti inconsulti, giocando con la vita, di essere immortali.
Ci tuffavamo, ci spruzzavamo, ci spingevamo nei tratti più profondi e pericolosi: la sera ci coglieva con le sue ombre lunghe e con la premura di tornare a casa dalle nostre mamme.
Io mi attardavo spesso con il mio amico Francesco a parlare di vicende sciocche e importanti di noi ragazzi.
Spesso ci soffermavamo sulle storie del lago: i morti affogati che ritornavano a galla solo durante le notti di luna piena, per poi sprofondare nell'oblio delle gelide correnti più profonde.
Francesco conosceva pure tutto sugli spettri, che si aggiravano lungo le rive grigie, o sulle morbide onde, mosse della brezza al chiaro di luna.
Erano racconti troppo affascinanti per non essere messi alla prova: volevo vedere se realmente dal lago uscissero tutte quelle entità.
Francesco non era del mio parere: temeva i pericoli della notte, il freddo e l'umidità.
Finalmente lo convinsi: senza i permessi dei nostri genitori, con qualche bugia, potemmo accamparci e attendere le tenebre attorno a un fuoco.
Era piacevole chiacchierare dei nostri progetti, dei nostri sogni.
Evitammo di parlare dei fantasmi e dei mostri del lago: avevamo troppa paura, o forse iniziavamo a considerarle sciocchezze, fandonie per far paura ai bambini cattivi.
Fu Francesco che notò uno strano agitarsi della superficie del lago, solitamente placida.
Qualcosa stava salendo dalle profondità: pensammo subito agli affogati che tornavano.
Ci alzammo, restammo pietrificati, indecisi se fuggire o assistere a qualche avvenimento unico e terribile.
Non c'era nulla di sorprendente, solo un ribollimento delle acque, provocato probabilmente da qualche sorgente di acqua calda d origine vulcanica.
Francesco rise: -Che idioti siamo stati! E' uno sciocco fenomeno naturale.-
Ci godemmo lo spettacolo, tranquillamente, dal fondo del lago uscivano tutte le porcherie che erano sprofondate negli anni: scarpacce, tronchi, barche scassate,
lattine.
Non c'era un solo corpo umano: le ossa degli annegati erano rimaste sul fondale.
Sembrava tutto divertente quando ci fu una macabra sorpresa: una bara risorse dalle acque.
Era in ottimo stato di conservazione e galleggiava sullo specchio, ormai tornato calmo.
Francesco sapeva tutto ciò che era capitato in quel lago: -Deve essere la cassa del vecchio Josef, così tutti lo chiamavano. Si fece seppellire nel lago e furono in molti a essere contenti di saperlo sprofondato nelle acque dell'Inferno.-
Mi disse che per la gente del posto quel laghetto placido e rilassante fosse collegato con la csa del Diavolo: si credeva che in fondo ci fosse un passaggio che conducesse direttamente nell'Oltretomba, esattamente nella residenza definitiva dei malvagi.
Francesco ebbe la terribile idea di ripescare la bara, io ero contrario, ma riuscì da solo, spingendo in acqua una barchetta e trascinando il macabro carico a riva.
Mi ordinò: Aiutami a vedere cosa c'è dentro!-
-Che cosa speri di trovare? Ci saranno solo ossa.-
C'era un salma di un vecchietto dal volto teso, il sonno della morte pareva non avergli dato pace.
Era in perfetto stato di conservazione.
Fui inorridito dal comportamento di Francesco:iniziò a frugare nelle tasche e sotto i vestiti del cadavere.:
Gridai -Sei folle?-
-Sto cercando qualche moneta d'oro. Questo vecchiaccio era ricchissimo.-
Il mio amico mi dette una catenella d'oro e un anello con un grosso rubino: era la mia parte della refurtiva.
Trascinò la bara in un tratto sassoso e la fece cadere dentro una grotta, chiudendo l'uscita con dei massi.
Era soddisfatto del suo lavoro: - Josef da qui non uscirà più, anche se Lui si vantava di poter tornare anche dopo morto.-
Si vantava di che cosa?...-
Francesco rise per lamia paura: -Si considerava un non morto. Uno capace di uscire dall'Inferno e dar fastidio ai viventi.
Non volevo quella refurtiva, mi sentivo uno sciacallo.
Dormii male quella notte e tutte le altre seguenti.
Francesco lo evitai e Lui fece la stessa cosa con me: forse era rimorso o forse semplicemente vergogna.
Di Lui non si seppe più nulla, ma da allora iniziai a sognarlo: mi ripeteva tutte le notti che fosse al lago e che mi attendeva alla nostra spiaggia.
Voleva che portassi con me la mia parte del bottino.
Stanco di tale incubo insistente, cedetti:alla sua richiesta: a mezzanotte ero al nostro solito posto di ritrovo e attesi, con il falò acceso.
Lui mi apparve e mi annunciò: -Sono morto! Mi sono affogato, perché lo spettro di Josef non mi dava più pace. Liberati della tua refurtiva e gettala in fondo al lago, se non vuoi fare la mia stessa fine.-
Gli ubbidii subito e senza pensarci due volte buttai l'anelo e la catenella il più lontano possibile, vedendoli sparire subito nel nero dell'acqua notturna.
Francesco mi sorrise e si voltò verso l'acqua: inoltrandosi e sparendo lentamente: girò il capo un istante e mi sorrise, poi scomparve per sempre dalla mia vista.
Scorsi il volto del vecchio Josef, con un ghigno soddisfatto e cattivo, poi il nero inchiostro della notte avvolse ogni mia visione.
 

IL VENTO, LE NUVOLE E LA LUNA

Ho sempre odiato il sole, il caldo, ma anche il tepore primaverile: disprezzavo tutto ciò che era vitale,
gioioso.
Preferivo la notte con il suo buio nero e violaceo, la nebbia delle paludi, accanto ai cimiteri. 
Mi consideravano un folle nel mio villaggio: ero il matto della casa bruna.
Abitavo in una villa posta in cima al colle, dominante la pianura invasa dalle acqua di due fiumi 
che intere generazioni avevano tentato di arginare, ma inutilmente: la forza malefica di quella
terra aveva avuto sempre il sopravvento sulla buona volontà.
Io ero il signore delle paludi,che non rendevano quasi nulla, solo pochi coloni ci pagavano l'affitto:
era una vasta tenuta di putrido fango, molle zolle di terra erbosa, alberi con le radici nell'acqua,
invase da rane, serpenti, zanzare.
Io mi sentivo a mio agio tra tutto ciò, i pochi abitanti mi sopportavano e mi accettavano: ero l'ultimo
figlio di una stirpe degenere, di signorotti di campagna, ma anche di briganti, di truffatori, viziosi
e stravaganti.
Io avevo tanto oro nelle segrete della villa da campare per almeno dieci secoli senza lavorare: ero 
ricco,ma del lusso dei miei avi non me ne importava nulla.
Mi accontentavo di pasti frugali, del servizio della mia vecchia governante e nulla più.
Gli abiti erano ricuciti sempre, non avevo cavalli, né carrozze.
I miei parenti di città mi lasciavano in pace:non sapevano che fossi ricchissimo, mi consideravano
un poveraccio con una vasta tenuta di nessun valore.
Quel cugino che mi raggiunse in estate era proprio odioso: era alto, ben educato, un damerino,
sempre cortese e sempre pieno d pretese.
La mia natura infondo era buona e remissiva, in più c'era lo spirito di ospitalità tipica della mia gente,
da sempre, l'unica virtù coltivata e sempre rispettata nei secoli.
Quel giovanotto era proprio uno sciocco: si interessava di tutti gli affari che non lo riguardavano.
C'era la questione delle rese delle terre, degli affitti dei coloni: ficcava il naso in ogni mia questione.
Mi diceva:-Caro cugino, sei troppo tenero con i tuoi contadini! Ti mancano di rispetto!-
Questo sciocco si era messo in testa di diventare il gestore dei miei affari:la questione mi puzzava.
Volli saperne di più: il biondino era conosciuto in città per il suo modi di impiccione e per la sua 
abilità di intrufolarsi tra i parenti per poi pretendere diritti improbabili, eredità immaginarie.
Mi dovevo liberare di lui e trovai il metodo classico, da sempre usato dalla mia gente: spaventarlo
nella palude, dopo avergli raccontato un po' di leggende spettrali in voga nel superstizioso popolino.
Arturo era un giovane moderno e rise invece di spaventarsi, con quel ghigno che esprimeva sufficienza,
compassione verso i ceti inferiori, disprezzo verso di me, per lui un avanzo del Medioevo.
Il lestofante mi stava stancando, aveva bisogno di una lezione e così lo condussi sino alla palude 
del vento: un luogo spettrale anche di giorno, da dove molte persone non erano tornate vive.
Ci procurammo una barca dal fondo piatto con due lunghi remi, veri pali da ficcare sul fondale paludoso.
Faceva un gran caldo e c'erano tante zanzare fastidiose.
Arturo mi chiedeva continuamente quando si giungeva alla mia tenuta, in mezzo alle acque.
Gli avevo raccontato di un'isola fertile al centro della palude, per convincerlo di seguirmi in questa 
avventura.
L'isola adatta alla coltivazione c'era: era tutta avvolta da una vegetazione erbosa e bassa, sferzata
da un vento continuo, violento e maligno.
Arturo fu invece entusiasta: -Questa sì che è terra buona!-
Se ne prese un po' tra le mani, la strofinò sui palmi, ne annusò il profumo e commentò: -E' terreno
grasso! Dove sono i contadini?-
Risposi: -Non ci sono contadini, né braccianti.-
Arturo fu sorpreso: -Con la fame dei campi da coltivare, perché nessuno ha voluto faticare su zolle così
promettenti?-
-C'era stata gente coraggiosa, che volle sfidare gli spiriti, ma se ne dovettero fuggire.-
Arturo mi fece una smorfia di disappunto: -Troverò gente meno superstiziosa che saprà trasformare questo
prato erboso in distese di frumento, di vigne, di fieno per il bestiame.-
Stava scendendo la sera e gli consigliai di bivaccare in una delle capanne abbandonate dai pescatori:
era un luogo in pessime condizioni, con tanti fori sul tetto di legno.
In cielo non c'era una nuvola e io ero tranquillo.
Arturo invece si apprestava alla sua prima notte all'aperto ed era visibilmente preoccupato.
Io invece mi davo da fare con il fuoco per cucinare una zuppa di fagioli e pesce appena pescato.
Gli dissi: -Arturo, hai visto quanto pesce c'è qui attorno.-
Il cugino non mi rispose: era intento ad ascoltare tutti i fruscii, i versi degli animali, il gracidare delle 
rane,
Lo rassicurai: -Non ci sono belve feroci qui attorno.-
-Perché sono andati tutti?-
-Te l'ho già detto! Per gli spettri!-
Il sottile veleno delle mie parole stava aprendo una breccia nella sua mente scettica: si stava spaventando.
La prima parte della notte fu tranquilla, ma capivo che Lui non riusciva a chiudere gli occhi: si era avvolto 
come un bambino timoroso nello straccio che gli avevo dato come coperta.
Ero stanco e mi appisolai: non mi accorsi che Arturo si era alzato e si era avventurato nell'isola.
Mi alzai prontamente: lo volevo solo intimorire e far tornare a casa sua, non avermelo sulla coscienza per 
qualche disgrazia.
Lo chiamai e dopo aver sentito solo il vento come risposta, urlai ancora di più sino ad aver la voce roca:
non sapevo dove fosse finito, poteva essere scivolato nelle sabbie mobili, o peggio.....
Lo rinvenni all'alba, seduto accanto alla barca, con un sorriso da demente, muto e con gli occhi rivolti
verso l'orizzonte
Gli chiesi cosa stava facendo e Lui mi indicò il vuoto, borbottando poche parole incomprensibili.
Forse l'aveva visto, anzi sicuramente aveva incontrato il dominatore dell'isola del vento.
Lo spinsi sulla barca e lo ricondussi nella mia casa.
Scrissi ai parenti di città e vennero in quattro a riprenderlo, ma Lui si destò dal suo torpore: scalciò, urlò,
si divincolò per impedire che lo trascinassero via.
Alla fine desistettero e lo lasciarono in mia custodia: non importava molto a loro di Arturo.
Lo lasciai presso un vecchio che già badava a un figlio demente, gli detti una manciata d'oro e fu felice.
Io non temevo nulla e volli saperne di più sul signore dell'isola: lo chiesi tra la mia gente e mi riferirono che era 
un essere più brutto di un rospo, basso e grosso.
Si aggirava solo nelle notti di luna piena a caccia di corpi e anime, ma non poteva uscire dal perimetro 
della terra emersa, quello era il suo regno maledetto e lì doveva restare, perché un angelo lo aveva costretto
ad attendere il giudizio universale su quella che era stata la sua ossessione, i suo possedimenti, il covo delle 
sue malefatte.
Si narra che fosse stato in vita un brigante sanguinario, particolarmente crudele, spietato con tutte le sue 
vittime
Sull'isola del vento aveva nascosto i suoi bottini, lì si celava ai gendarmi che gli davano la caccia e lì, si narra, 
fece il patto col Diavolo, per aumentare il suo grande tesoro.
Lo volevo incontrare, parlargli e chiedergli di rassicurare il mio povero cucino Arturo, forse sarei riuscito a 
riportarlo alla ragione.
Me lo trascinai con me, come un agnello innocenti al macello: non oppose resistenza e continuò il suo 
sorriso idiota.
La luna era quella giusta, il cielo era perfettamente sereno: avremmo potuto incontrare lo spettro del vecchio
brigante nel pieno delle sue energie, perché sembra che la luce lunare lo rafforzasse.
Arturo rimase in un angolo della capanna a giocherellare con un bastoncino che si stringeva tra le mani.
Io preparavo il magro pasto e attendevo, per la prima volta nella mia vita, con ansia: avevo affrontato entità
di ogni genere, ma questa era la peggiore, l'essenza stessa del male.
Mi armai di una lancia di rame con la punta d'oro, come avevo appreso da un antico libro di esoterico: era
uno strumento adatto a scacciare, a tener lontano, a rispedire all'inferno i peggiori spettri.
Bastava saper manovrare quel aggeggio forgiato da qualche fabbro negromante trecento anni prima e nessun
morto senza riposo eterno o entità malefica sapeva resistere.
La notte calò e con Arturo me ne andai nei prati a cercare il signore dell'isola: la luna era alta in cielo e 
diffondeva una luce morbida sulla nebbiolina serale.
Su tutto regnava il cielo blu violaceo e una luminosità soffusa, leggera che scivolava sull'erba, sulle rovine
del borgo abbandonato, tre i rovi e gli alberi morti, senza foglie.
L'essere era proprio là, in quello che pareva un piccolo camposanto, avvolto da sterpaglie: era grosso, possente,
avvolto da un mantello a brandelli.
Respirava ansimando come una belva ferita e furiosa.
Lo avvicinai con cautela, attento a non provocare la sua rabbia infernale e mi posi in ginocchio: -Pietà di noi
mortali!-
Lui si drizzò e mostrò le fauci fameliche, da secoli affamate di sangue e carne umane.
Era un ibrido tra un rospo e un uomo: talmente brutto da provocare la ripugnanza anche a me, che ero già abituato
a tutto gli orrori di questo e l'altro mondo
Il mostro non si azzardava ad avvicinarsi: temeva il mio spiedo dalla punta d'oro, ma ci avrebbe strappato il
cuore dal petto e l'anima dalla nostre mani.
Arturo incominciò a urlare e poi a cantare una canzone d'amore, io cercai di trattenerlo, ma il fascino del male 
è quasi irresistibile:
Non mi rimase che assaltare il signore dell'isola ma quello era al massimo delle forze: odiai per un istante la luna
con tutto il suo splendore, che brillava sopra la testa verde del bruto.
Mi offuscò la vista con il suo mantellaccio, sentii il portentoso colpo di una sua zampata: ero a terra, ma non mi 
aveva vinto.
Tornai alla carica per tre volte e per tre volte mi ritrovai a terra dolorante.
Arturo era quasi alla portata della sua boccaccia, ma io non potevo lasciarlo fare: il cielo mi soccorse con un 
branco di nubi che avvolsero per pochi minuti la luna.
Raccolsi le ultime energie e gli ficcai la lancia nella pancia: il mostro lanciò un urlo da far spalancare una voragine,
poi si piegò su se stesso e svanì nel nulla della notte, tornata luminosa per la luna.
Io ero stravolto, ma Arturo mi soccorse avendo ritrovato la ragione: mi portò sulla barca e mi condusse verso casa.
Mi parlava con affetto e gratitudine, ma ormai non riuscivo più ad ascoltarlo: guardavo il cielo stellato sopra di me,
che svaniva per sempre sopra di me.

ROSSI ARDUINO