- IL CAFFÈ
-
- Fabio doveva essere a
lezione alle dieci. Era un orario comodo, tenendo conto del fatto che
l’università distava poco più di dieci minuti di macchina da casa
sua. Poteva dunque tranquillamente alzarsi verso le nove e prepararsi
con comodo. Quella mattina non era però dello stesso avviso, e
buttarsi giù dal letto alle nove e venti era stata davvero
un’impresa. Era venerdì, ma si sentiva stanco e stordito come il
lunedì mattina. Della sera precedente si ricordava molto poco. Non
sarebbe stato in grado di raccontarla. Gli venivano in mente solo
delle immagini lontane, benché nitide, senza però nessun
collegamento tra loro: il pub, la schiuma, la scollatura di quella, le
scarpe del buttafuori, le bollicine, le scritte oscene della toilette
per “signori”, il fondo del bicchiere, ecc. ecc..
- Avrebbe voluto fare una
lenta e abbondante colazione, ma era già in ritardo. Si rassegnò così
a prendere solo un cornetto ed un caffè. A quest’ ultimo non
avrebbe mai potuto rinunciare, tanto più quella mattina. Versò
l’acqua bollente nella grossa tazza in cui aveva già ben mescolato
tre cucchiai di caffè solubile con tre di zucchero. Rigirò il tutto
lentamente, inspirando a pieni polmoni l’aroma deciso. Già questo
era riuscito a rilassarlo, facendogli dimenticare lo stordimento e il
ritardo. Stava quasi per bere, quando un piccolo grumo di caffè che
girava vorticosamente nella tazza catturò la sua attenzione. Sapeva
di essere in ritardo, ma proprio non riusciva ad accelerare i
movimenti, né riusciva a rinunciare al peggiore dei suoi vizi:
fantasticare. Così, quel puntino che girava in tondo sulla superficie
del caffè, ebbe il privilegio di avere concentrato su di sé tutta
l’attenzione di Fabio. Questi, vedendolo roteare in un moto così
semplice e perfetto, non poteva non pensare al puntino come ad un
minuscolo pianeta. Il bello è che Fabio non sapeva quanto la sua
fantasia si avvicinasse alla realtà. Se la sua vista fosse stata,
diciamo cento miliardi di miliardi di volte più acuta di quella del
più potente microscopio esistente, sarebbe riuscito a scorgere,
dentro il puntino, uno sterminato universo. Un universo anche
abbastanza antico, poiché qui, a queste dimensioni, il tempo scorreva
incredibilmente più veloce. Facciamo un piccolo esempio. Un elefante
può vivere fino a, diciamo settant’anni, mentre alcune specie di
moscerino si e no una settimana. Ora, non è che il moscerino è uno
sfigato perché vive solo una settimana e non ha tempo nemmeno di
farsi un amico. Il fatto è che il cuore del moscerino (non so se ce
l’ha un cuore, ma facciamo finta di si) batte molto più veloce di
quello dell’elefante, e tutte le sue funzioni vitali risultano
estremamente rapide se confrontate con quelle dell’elefante. Questo
per dire che la settimana del moscerino viene da lui vissuta ad un
ritmo così intenso (ma per lui naturale), che la domenica si sentirà
così vecchio e stanco da accettare la morte con rassegnazione. Mi
sono servito di quest’esempio idiota per cercare di spiegare un
concetto semplicissimo: il tempo è relativo. Non si tratta poi di una
rivelazione, poiché in fondo tutti ne abbiamo fatto esperienza. Vi
ricordate quando eravate bambini? Vi ricordate di quanto ci voleva
perché una settimana intera passasse?
- Vi rendete conto di come
il tempo, adesso che siete adulti, scorra decisamente (e ahimè
inesorabilmente!) più veloce?
- Certo se lavorate in
miniera per dieci ore al giorno e per sei giorni a settimana, la
domenica vi sembrerà non arrivare mai. Credo comunque che il concetto
sia sufficientemente chiaro, e direi dunque che possiamo
tranquillamente chiudere questa parentesi e tornare a Fabio e al suo
puntino-universo. Dicevamo appunto, che tale universo aveva già
diversi miliardi di anni, che per il tempo di Fabio equivalevano a
nemmeno dieci secondi. Esso era composto da diverse galassie, le quali
a loro volta erano composte da sistemi di pianeti orbitanti intorno a
stelle come il nostro sole. Nel momento esatto in cui Fabio cominciò
a fissare il puntino, decidendo così di rimandare, seppur di poco, il
suo primo sorso, su una decina di pianeti sparsi per
l’universo-puntino nacque, quasi contemporaneamente, la vita.
Starete pensando: e lo dici così? E come dovrei dirlo? Certo mi rendo
conto di quanto questo fenomeno sia affascinante e misterioso, e
capisco possiate pretendere una solennità quasi religiosa e una forma
appropriate quando se ne parla. Ma, posto che l’universo è
infinito, avete idea di quante volte nello stesso giorno, da qualche
parte nell’universo nasca la vita? Ve lo dico io: infinite. So che
la mente umana ha delle serie difficoltà con il concetto di infinito,
perciò, per non perderci in chiacchiere inutili, fidatevi quando vi
dico che la comparsa della vita non è poi un evento tanto
eccezionale. Più degno di attenzione si può invece considerare ciò
che accadde immediatamente dopo (immediatamente per il tempo di Fabio)
in uno di questi pianeti. Qui infatti, fra le numerose forme di vita
che si erano sviluppate, una si cominciava a distinguere dalle altre
per una rara qualità: l’intelligenza. Dei lucertoloni di circa due
metri di lunghezza avevano assistito ad una rapida trasformazione
dell’habitat in cui vivevano. Una vastissima foresta, sui cui alberi
i lucertoloni si rifugiavano per sfuggire agli attacchi di giganteschi
polli, si andava velocemente diradando a causa di una nuova specie di
minuscoli topolini ghiotti di legno. I rettili dovettero per forza di
cosa scegliere tra l’essere trucidati da becchi giganteschi e
cercare di far fronte nel modo migliore alla muova situazione. I
lucertoloni si adattarono magnificamente, e in pochi milioni di anni
cominciarono ad assumere la posizione eretta, e ad usare gli arti
anteriori per brandire grossi bastoni con cui fracassavano i crani dei
polli giganti e schiacciavano i minuscoli topolini. Ma non a questi,
seppur rilevanti, progressi mi riferisco quando parlo di intelligenza.
Per quanto mi riguarda, si può parlare dei lucertoloni (che ormai
assomigliavano un po’ agli alieni di Roswell) come di una razza
intelligente da un momento preciso. Semplicemente da quando uno di
loro usò un pezzo di carbone per tracciare una figura su una roccia.
Il lucertolone aveva preso il carbone incuriosito dall’effetto che
un oggetto così sporco potesse avere sulla superficie bianca e liscia
di una roccia. Il primo piccolo segno tracciato gli aprì gli occhi su
ciò che avrebbe potuto realizzare con un pezzo di carbone e una
superficie rocciosa. Il nostro primo artista dimenticava spesso di
mangiare, passando giornate intere a cambiare l’aspetto del mondo
che lo circondava dandogli la sua personale impronta. Era nata
l’arte, e nei lucertoloni, o almeno in alcuni di essi, era nato
“lo spirito”.
- E tutto questo nella
tazza di caffè di Fabio.
- Passano decine e decine
di millenni sul pianeta dei lucertoloni, e Fabio sta ormai per bere.
La civiltà dei rettili domina non solo il suo pianeta, ma
anche altri del suo sistema. La loro tecnologia ha raggiunto un
livello altissimo. Vivono una vita abbastanza tranquilla, essendo
terminati da secoli gli ultimi conflitti. Gli incredibili progressi
dell’ingegneria genetica hanno portato alla creazione di una
popolazione di individui essenzialmente perfetti. Ed essendo la
perfezione una “qualità oggettiva” per una razza evoluta come la
loro, erano tutti pressoché identici. Non tutti naturalmente, poiché
si tendeva a lasciare un margine (seppur minimo) di casualità nel
controllo dei concepimenti. La strada verso la completa omologazione
era però intrapresa, ed erano molti gli intellettuali che inveivano
contro il conformismo fisico e culturale, proponendosi di volta in
volta in atteggiamenti provocatori di vario tipo. Ma le critiche degli
intellettuali, più che cozzare contro il pensiero comune, tendevano
piuttosto ad essere inglobate in esso, contribuendo se non altro a
renderlo meno ingenuo. La situazione si presentava dunque più
complessa dell’età della pietra, ma anche adesso qualcosa di
eccezionale stava accadendo, ed è su questo che sarà opportuno
concentrare la nostra attenzione.
- Su uno dei pianeti
colonizzato aveva appena raggiunto la maturità un lucertolone di nome
Enrico.
- Enrico era un artista, ma
un artista sui generis. Era
un pittore, e come tale dipingeva delle tele astratte molto belle. Ma
le tele dipinte erano per lui solo una “fase preliminare”
dell’opera d’arte vera e propria. Durante le sue esposizioni
infatti, egli appendeva una alla volta le sue tele ad una sbarra
metallica, spegneva le luci, e poi le dava fuoco avvicinando una
piccola fiamma ad un punto nella parte inferiore dei dipinti. Il
quadro mentre bruciava era l’opera d’arte. Colori e tele
differenti producevano fiamme differenti, la cui lenta e inesorabile
marcia divorava il disegno dando vita ad effetti alle volte davvero
bellissimi. Enrico non sapeva spiegare che cos’è un’opera
d’arte: non sapeva se fosse una sensazione, un’intuizione, un
messaggio, o semplicemente una personalissima firma. Sapeva però che
quello che faceva era arte. Sapeva che quelle immagini in fiamme erano
il mezzo più diretto e veloce per carpire il segreto dell’universo,
qualunque esso fosse. In quei secondi di fuoco, lui sapeva di non
essere più solo un lucertolone. Sapeva che era diventato qualcosa che
andava al di là della sua carne, al di là del posto che occupava nel
suo piccolo universo. Quando la fiamma bruciava sapeva di essere
invincibile. Sapeva di essere in ogni tempo e in ogni luogo. Sapeva di
condensare nel suo Io la quintessenza dell’essere. Non era forte:
era la forza; non era saggio: era la saggezza; non era bello: era la
bellezza. Se avesse saputo cosa intendono i Cristiani con la parola
“Dio”, si sarebbe tranquillamente definito “molto più di
Dio”.
- Nonostante tutto però,
la sua arte non era ancora completa. Sapeva di essere vicinissimo alla
sua piena realizzazione, ma sapeva anche che gli mancava ancora
qualcosa. Era come se la fiamma non bruciasse mai abbastanza. Come se
si fosse incredibilmente avvicinato al centro, senza però averlo mai
toccato.
- Lo sforzo di rendere il
suo lavoro completo lo assillava. Non riusciva a capire che cosa
veramente gli mancasse, e passava gli anni ingannando se stesso con
opere bellissime, ma che in realtà ancora non colpivano nel segno.
Non smetteva mai di lavorare, per dimostrare a se stesso di essere
vicino alla soluzione, ma in realtà sapeva che per giungerci
occorreva qualcosa di nuovo, ma non riusciva a capire cosa. Sapeva che
era necessario un “salto”, ma non sapeva come farlo. Nei momenti
di depressione avrebbe voluto non essere quello che era, ma piuttosto
un fisico, un medico, perché sapeva che in queste discipline un
lavoro costante e appassionato come il suo avrebbe alla fine dato i
suoi frutti, mentre adesso aveva paura di sprecare la sua vita
aspettando un’intuizione che forse non sarebbe mai arrivata.
Inverosimilmente frustrato, scaricava la sua rabbia su tutto e su
tutti. I suoi simili così sicuri di se e così indifferenti verso il
suo problema, che avrebbe dovuto coinvolgere tutti, gli sembravano
sempre più insopportabili. Per tutta la sua vita le relazioni con gli
altri si erano ridotte ad un continuo adattarsi alle loro miserie e
alle loro meschinità, ma adesso era stanco, troppo stanco. Rimase così
completamente solo. Sicuramente si sarebbe comportato in maniera
diversa se avesse saputo quanto era vicino alla soluzione. Non avrebbe
avuto paura di sprecare tutto se stesso per niente se avesse saputo
quanto era vicino al traguardo.
- L’illuminazione arrivò
per caso. O meglio, chiunque avrebbe pensato al caso, ma Enrico sapeva
bene che niente è casuale: molti la pensano così solo perché non
riescono ad accettare che l’ordine dell’universo è troppo
complesso per essere inteso dalla mente delle lucertole. Un giorno
dunque, mentre era come al solito impegnato nel suo lavoro, gli
accadde un piccolo incidente. Era nel suo studio e si accingeva a dar
fuoco al suo ennesimo lavoro (ormai lavorava solo per stesso), quando
la tela si staccò dalla sbarra e gli cadde addosso. I colori ancora
freschi gli si appiccicarono addosso, propagando le fiamme sui suoi
vestiti. Enrico, ridotto quasi ad una torcia lucertoliana, corse in
bagno e si buttò sotto la doccia. Le scottature non erano gravi, ma
Enrico sembrava comunque non pensarci affatto, impegnato a ridere e
poi a piangere di gioia. Aveva finalmente capito tutto. Non erano le
sue opere ad essere incomplete: era lui che non riusciva a
“capirle”. Non si può capire il fuoco standolo a guardare. Per
capire il fuoco bisogna bruciare. Dolore e sacrificio erano un prezzo
insignificante da pagare,
paragonato a ciò che Enrico avrebbe ricevuto in cambio: tutto. Era
eccitatissimo, ma seppe aspettare. Si curò. Per un mese intero cercò
la calma. Alla fine, il giorno prescelto si svegliò di buon’ora e
si recò nel luogo deserto che aveva scelto. Scavò una buca circolare
di trenta centimetri di profondità e circa tre metri di diametro.
Impiegò quasi tre ore per disporre i colori infiammabili nella buca.
Tornò poi a casa, si lavò e ritornò subito dopo nel luogo
prescelto. Giunto lì, si spogliò e si unse il corpo. Prese una breve
rincorsa e saltò nel centro della buca. Accese la torcia che aveva
scolpito giorni prima e scagliò via l’accendino. Restò così
nel mezzo della buca pronto a darsi fuoco. Era felicissimo. Tra
pochi secondi sarebbe diventato Dio. Tutto sarebbe diventato lui e lui
sarebbe diventato tutto. Lanciò un ultimo urlo. Era pronto, era nato
e vissuto solo per questo. Lanciò la torcia in aria e allargò le
braccia. La torcia tentò di raggiungere il cielo, ma la gravità e la
volontà di Enrico la richiamarono giù. Essa si fermò e subito
cominciò a ricadere, ma prima che potesse bruciare i colori, Fabio
bevve il caffè. S’era fatto troppo tardi.
-
- MICHELE
DA PILA
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