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CAPITOLO 5 Arrivai trafelato a casa di Luciano e suonai all’impazzata finche non aprì; l’avevo evidentemente svegliato come dimostravano i suoi occhi smorti, con mille venette rosse ben in evidenza, chiaro segno che si era anche fatto. Amavo casa sua poiché mi infondeva sempre una sensazione di profonda pace e tranquillità: l’immenso salotto era molto luminoso e al suo interno troneggiavano due divani accompagnati da lunghe e affusolate abatjours, nel centro era situato uno schermo televisivo, mentre le pareti erano completamente decorate da quadri; ma ciò che veramente amavo, ciò che per me era il paradiso in terra era la sua camera di cui Luciano aveva fatto un santuario al comunismo, ovunque c’erano foto del Che, ritagli di giornale sulle manifestazioni e poesie di Rembraundt o Verlaine, insomma dei cosiddetti poeti maledetti; a completare l’opera c’era un impianto stereo per me inimmaginabile. "Che cazzo ci fai qua alle quattro di mattina?" Che cazzo ci facevo là alle quattro di mattina? "Non lo so", risposi ed era la verità, so che mi ero svegliato affamato di emozioni e l’unica cosa che mi era venuta in mente era stata andare da Luciano. Calò un silenzio innaturale fra noi, poi Luciano arrotolò una canna e me la passò, andò in cucina e tornò con due lattine di birra, me ne diede una e poi iniziò ad arrotolarsi una canna. Alla fine penso che fu il fumo ad avere la meglio sul mio riserbo, perché gli raccontai della mia fame insaziabile che niente sembrava colmare, della tristezza che mi attanagliava lo stomaco, del bisogno di sensazioni che mi torturava. Luciano andò in camera, tornò vestito e mi ordinò di seguirlo; camminammo circa mezz’ora nella notte fonda e fredda, c’erano le stelle, ma l’oscurità sembrava inglobarci ed io mi sentivo come un marinaio su una zattera che va alla deriva. Dopo quella che mi sembrò un’eternità arrivammo in un bel quartiere ordinato, illuminato da molti lampioni e con una serie di casette pulite e ordinate; ci fermammo davanti ad una di quelle case e Luciano suonò un campanello, "Amiche mie", disse e poi salimmo nella casa. Ora bisogna dire che io all’età di diciassette anni non ero mai stato con una donna, cioè ragazze ne avevo avute tante, ma erano state tutte piccole storie poco importanti e non avevo mai concretizzato niente con nessuna, né ci avevo mai pensato. Se qualcuno leggerà questa mia autobiografia può ora immaginare come mi sentii spiazzato davanti a quelle due bellissime "amiche" che avevano il solo scopo di farmi divertire e che lo mostravano senza alcun ritegno. Penso che agli occhi di Luciano devo essere sembrato un finocchio imbranato, ma dopo un po’ il fumo smollò la tensione e andai in camera con una delle due ragazze e lì, per la prima volta, concretizzai. Ora ricordo con vergogna quell’episodio, ma quella notte con bisogno di sensazioni che avevo mi sentii invadere da una sorta di calore che mi rese immensamente felice, e la mattina quando mi svegliai, solo nel letto, non avevo più fame, ero sazio e tutta l’ansia della sera precedente era passata. Allora ero felice, ma non sapevo che presto la fame sarebbe ritornata, e non sarebbe stata solo una semplice fame… |