CAPITOLO 2

A quell’età avevo appunto sedici anni, una discreta intelligenza e una grande rabbia maturata in un così lungo periodo di segregazione quasi razziale all’interno della periferia dove vivevo. Per un ragazzo dalla grande sensibilità come ero io non era certo facile trovarsi ai margini della società solo per il reddito familiare e così mi ero presto racchiuso all’interno delle povere, ma confortevoli mura della periferia napoletana.

Lì avevo frequentato per otto anni le scuole pubbliche, ma presto ero dovuto uscire da quel misero guscio protettivo che mi ero creato, infatti il liceo classico dove i miei genitori mi avevano iscritto confidando nella mia intelligenza e sperando per me in un futuro migliore si trovava in quello che a quell’epoca era il centro aristocratico di Napoli.

Il primo impatto fu distruttivo: mi trovai accerchiato da ragazzi vestiti bene, ricchi, sicuri di se; io ero l’opposto, ero povero, impaurito, avevo grandi ideali che quei ragazzi parevano non condividere, così mi trovai presto isolato e non so se fu una scelta mia o se furono gli altri studenti a cacciarmi, ma so anche che quella cosa fu per me un sollievo.

All’uscita di scuola tornavo a respirare, tornavo a immergermi nei miei ideali e intanto un’idea fissa nasceva e prendeva sempre più forma nella mia testa: rivolta.

Era un’idea che mi portavo dietro da molto tempo, ma che si sviluppò nei primi due anni del liceo e prese vita con l’entrata nel gruppo degli "artistici". Essi erano gli studenti del liceo artistico, gente strana ai miei occhi, ma certamente più interessante degli aristocratici della mia scuola; fra loro mi balzò subito agli occhi un gruppetto di ragazzi più strani del solito: avevano i capelli lunghi, i vestiti sdruciti, la barba lunga e una lattina di birra sempre in mano.

Io provavo una sorta di venerazione morbosa per questi ragazzi dall’aria così sicura e fu per questo che un giorno, all’uscita da scuola, decisi di conoscerli e mi avvicinai al gruppetto deciso a parlargli.