CAPITOLO 1

Quel pomeriggio guardavo fuori dalla finestra come molte altre volte, era una giornata piovosa, non semplice pioggia, ma una tempesta con fulmini, tuoni e raffiche di vento fortissime; io guardavo le sterminate distese di grattacieli cadenti e grigi della periferia di Napoli e dentro di me provavo un profondo senso di solitudine e una grande tristezza.

Quella periferia era stata il mio mondo per tutta la mia infanzia e probabilmente sarebbe stata anche il luogo della mia morte, così riflettevo mentre mi sentivo intrappolato in quella lugubre stanzetta che era camera mia: ho sempre trovato ipocrita chi descriveva camera sua come il suo rifugio, la sua tana, per me non era così, io odiavo quella stanzetta cadente, dalla luce opaca e piena di polvere; pochi erano i segni della mia presenza lì: i quattro libri di scuola, qualche vestito sparso qua e la e alcuni articoli di giornale che inneggiavano alle possibili rivolte studentesche che presto o tardi sarebbero scoppiate. Quella stanza era comunque il luogo più tranquillo della casa, solo ad aprire la porta si veniva immersi dagli schiamazzi dei miei quattro fratelli minori o dal sommesso pianto di mia madre o dagli insulti di mio padre rivolto a "quel governo di merda". La mia era una famiglia povera: mio padre faceva quello che poteva per farci mantenere uno stile di vita adeguato, ma il suo semplice lavoro di operaio non bastava e certo non lo aiutava l’avere cinque figli o il fatto che mia madre non lavorava, ma non l’ho mai sentito lamentarsi o arrabbiarsi con mia madre, solo con il governo.

Mia madre era molto giovane, aveva solo trentaquattro anni, e non aveva il carattere forte e ottimista di mio padre: non l’ho mai sentita lamentarsi, ma spesso piangeva sommessamente, attorniata e tormentata da una profonda tristezza e incapace di immaginare un futuro migliore.

Io ero cresciuto in questo clima di forte risentimento verso il governo ed è impossibile pensare che ciò non mi abbia influenzato in alcun modo.